Vangelo di Giovanni (4,5-42)
In questa terza Domenica di Quaresima meditiamo l’episodio evangelico dell’incontro al pozzo di Gesù con la Samaritana, uno dei preferiti di Santa Teresa d’Avila, tanto da tenere un’immagine di questa scena nella sua cella come scrive nel Libro della Vita (Vit. 30, 19).
La donna che incontra Gesù al pozzo sembra rassegnata alla necessità di dover ogni giorno tornare ad attingere acqua senza sentirsi mai del tutto appagata. È una donna che accetta di rimanere in relazioni tossiche, umilianti, per alleviare un po’ la sete che sente dentro di sé. Questa donna rappresenta ciascuno di noi, la nostra umanità assetata di amore, di vita e di senso.
Anche Gesù è assetato e «affaticato per il viaggio» nella sua ricerca dell’uomo in esilio da sé stesso. Gesù non teme e non ha vergogna di far vedere il Suo bisogno, di chiedere aiuto, di rivolgersi ad una donna e per di più samaritana! Come sulla Croce, quando dirà “Ho sete” (Gv 19,28), anche qui Gesù manifesta tutto il Suo desiderio di incontrare l’uomo, di essere corrisposto nella Sua passione d’amore per l’umanità ferita ed errante, si fa mendicante del nostro amore e, facendosi debole e bisognoso, permette a questa donna di lasciarsi aiutare.
Il pozzo di Giacobbe, scavato dal patriarca (Gen 33,18), simboleggia l’eredità spirituale e materiale del popolo d’Israele, rappresenta la Legge e la tradizione che hanno dissetato il popolo per generazioni. Come molti pozzi nel Medio Oriente antico, è il centro della vita sociale e luogo di corteggiamento, Giacobbe stesso incontrò Rachele al pozzo. Il modo di approcciarsi di Gesù, in questo contesto, può facilmente e giustamente evocare un corteggiamento… Gesù usa il pozzo come metafora per contrapporre l’acqua naturale, che estingue la sete solo temporaneamente, all’Acqua Viva (lo Spirito Santo o la Parola di Dio), che dona la vita eterna, ma inizialmente la Samaritana rimane ad un livello più superficiale, non capisce di cosa il suo interlocutore stia parlando. Spesso facciamo anche noi così, quando non riusciamo a scorgere, dietro alle domande e alle provocazioni che ci interpellano nel quotidiano, la forma ordinaria con cui Dio, dentro la realtà, verifica la nostra disponibilità ad aprirci a una speranza più grande, a farci guardare le cose con il Suo sguardo, a farci andare più in profondità.
Nel Libro della Vita, Teresa utilizza l’immagine dell’acqua per spiegare i gradi dell’orazione. L’acqua viva promessa da Gesù rappresenta la grazia che non costa fatica all’anima (l’orazione di quiete), dove Dio stesso “irriga” il giardino del cuore.
“Signore, dammi di quest’acqua”: Teresa faceva sua questa petizione ogni volta che si accostava alla preghiera, vedendo nella Samaritana il modello dell’anima che riconosce la propria aridità e chiede il dono gratuito della presenza divina.
Solo dopo aver riacceso il desiderio di vita piena e la speranza di poterlo anche esaudire, Gesù conduce gradualmente questa donna a manifestare serenamente tutta la verità di sé stessa: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui» (Gv 4,16).
Prendendola quasi per mano, il Signore aiuta la donna, con estrema delicatezza, a riconoscere di non essere ancora riuscita ad estinguere la sete più profonda presente nel suo cuore: «Io non ho marito» (Gv 4,17). Solo l’ammissione delle proprie ferite permette alla samaritana di incontrare finalmente, in Gesù, quella fonte di acqua viva che sola può dissetare la sua sete d’amore. La Parola di Dio desidera farci tornare alla nostra sorgente interiore, l’unico prezzo da pagare è la disponibilità a riconoscere la verità di noi stessi. Il primo passo verso questo felice incontro lo compie sempre il Signore, che ci consente di confessare la nostra fragilità solo dopo aver dichiarato la verità del suo desiderio d’amore per noi. Questa donna che inizialmente va al pozzo nell’ora più calda del giorno, probabilmente anche per evitare sguardi indiscreti di compaesani che la conoscono e dai quali si sarebbe sentita giudicata, lascia ora l’anfora (lo strumento che abitualmente utilizzava per attingere acqua) e con coraggio corre in città ad annunciare e testimoniare l’incontro che le ha ridato speranza e gioia di vivere. Possiamo notare come la testimonianza della samaritana parta proprio dal suo dramma, dalla sua ferita: “Mi ha detto tutto quello che ho fatto” (Gv 4,29). Questo ci dice che possiamo annunciare la misericordia di Dio solo se abbiamo il coraggio di guardare in faccia, di riconoscere e chiamare per nome le nostre ferite, la nostra povertà.
Da questo incontro la Samaritana se ne andrà dissetata, ma anche Gesù si dichiara appagato ai discepoli che lo invitano a mangiare: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4,34). In Gv 6,39 Gesù spiega la sua missione spirituale dicendo: «E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno». Di questo è assetato Gesù: di noi, del nostro amore, e credo che questo brano evangelico sia posto nella terza Domenica di Quaresima anche per ricordarci questo: “Se l’anima cerca Dio, molto più il suo Amato cerca lei” come dice S. Giovanni della Croce nella Fiamma d’amor viva (commento alla strofa 3, paragrafo 28). Capire quanto siamo amati e cercati da Dio dovrebbe suscitare, in questo tempo di quaresima, il nostro desiderio di convertirci e di tornare a Lui con tutto il cuore.

Suor M. Chiara di Gesù Risorto

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