Lazzaro è malato e Gesù attende che attraversi non solo la malattia, ma anche la morte, per andargli incontro come colui che è la vita.

Anche i luoghi delle nostre “malattie e morti” possono essere i luoghi favorevoli e opportuni per incontrare Colui che è la vita.

Questo dono di vita nuova, di resurrezione, avviene in un contesto di legami affettivi molto profondi. Le nostre relazioni sono fondamentali affinchè l’amore di Cristo, e la sua vita nuova, ci possano toccare.

Sono le sorelle Marta e Maria ad amare Lazzaro. Sono i giudei accorsi per consolare la famiglia del defunto, a dimostrare il proprio affetto e vicinanza. E’ Gesù, che ama Lazzaro. Tanto che questo amore entra nell’identità di Lazzaro stesso, che viene chiamato: “ colui che tu ami”, colui che Gesù ama. Gesù, si commosse profondamente.

Gesù si commuove, partecipa ai sentimenti dell’altro, fino a sentirli nella sua stessa carne. La compassione in Lui innesca un processo di interiorizzazione del dolore dell’altro che si rivela creativo e si traduce in una parola che è efficace, guarisce. E restituisce la vita a Lazzaro. Questo sentimento diventa gesto di cura, di tenerezza, di consolazione. La compassione diviene impulso per uscire da se stessi e farsi vicini a chi soffre.

In questa morte, è la gloria dell’amore, che si manifesta.

“La ripetizione dei termini affettivi che legano Gesù a Lazzaro (colui che tu ami, il nostro amico, guardate come lo amava) indicano che la realtà vissuta da Gesù con Lazzaro è l’amicizia, e che la rivelazione di Dio che Gesù compie nella sua umanità, comprende anche la vicenda dell’amicizia, dell’affetto umano. Anche nell’amicizia Gesù narra la gloria di Dio, narra la potenza dell’amore più forte della morte.” (L. Manicardi)

Il Vangelo di oggi, così ricco di significati, ci invita dunque ad avere il coraggio di amare, anche se amare ci rende più vulnerabili, ci può far soffrire. Perchè in questo sentimento, che ci rende capaci di commuoverci per l’altro e di lasciarlo al contempo libero, in un gioco di distanza e vicinanza (l’amore non possiede!), è luogo teologico, qui Dio opera, e dono una vita nuova che sconfigge le nostre morti.

“Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri” (Ez. 37,13).

Si tratta di aprire ciò che in noi è chiuso, perchè vi entri il soffio di Dio. Si tratta di deporre le resistenze.

“Ecco, io sto alla porta e busso. Se uno, udendo la mia voce, mi aprirà la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui e lui con me” (Sp. 3,20).

L’invito, che nel Vangelo di Giovanni è imperativo, ci introduce subito in un movimento interiore.

S. Ambrogio lascia che le parole di Gesù, rivolte a Lazzaro, vengano rivolte anche al suo cuore. Possiamo anche noi ascoltare Gesù mentre oggi ci chiama ad uscire dalla nostra tomba. “Possa tu, Signore, degnarti di venire a questa mia tomba, di lavarmi con le tue lacrime …! Se piangerai per me, sarò salvo. “Vieni fuori!”: che i miei pensieri non restino nello spazio ristretto di questo corpo, ma escano incontro a Cristo e vivano alla luce, perchè non pensi alle opere delle tenebre, ma alle opere della luce. Chi pensa al peccato, cerca di chiudersi nella propria coscienza. Chiama dunque fuori il tuo servo. Alla tua chiamata uscirò libero e diventerò “uno dei commensali” nel tuo convito. E la tua casa si riempirà di prezioso profumo, se custodirai ciò che ti sei degnato di redimere”.

suor Marta del Verbo di Dio (carmelitane di Firenze

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