III DOMENICA DEL T.O. ANNO A

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 4, 12-23)

Nella terza Domenica del T.O. celebriamo anche la DOMENICA DELLA PAROLA, istituita da Papa Francesco nel 2019, e le letture ci mostrano come la Parola irrompa nella storia e nella vita dell’uomo come Luce che viene ad illuminare le tenebre.
L’evangelista Matteo riprende l’oracolo di Isaia, “Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce” (Is 9,1), per introdurre l’inizio della predicazione di Gesù.
Con l’arresto di Giovanni Battista termina il tempo della profezia e inizia l’era messianica. Gesù capisce, in quel momento, che è giunto il tempo di compiere quella profezia. Colpisce la capacità di Gesù di attendere, di rimanere per più di 30 anni nel silenzio, conducendo una vita semplice ed ordinaria, per fare il passo giusto al momento giusto.
Spesso, nella nostra vita, l’entusiasmo o la presunzione possono spingerci ad anticipare i tempi, così come la paura e l’insicurezza possono portarci a rimanere bloccati, a non compiere mai i passi necessari per crescere. Saper ascoltare docilmente la voce dello Spirito può portare invece a muoversi come Gesù, facendo il passo giusto al momento giusto.
Gesù lascia quindi Nazaret e si ritira nella Galilea, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, una regione di confine definita, in tono dispregiativo, «Galilea della genti». Questa parte settentrionale del regno di Israele era diventata un crocevia di culture, tradizioni religiose, lingue e razze, una realtà molto complessa, simile alle periferie delle nostre moderne città. Il Signore Gesù sceglie di iniziare proprio qui l’annuncio del Vangelo anziché a Gerusalemme, centro ideale del culto religioso. Penso che facciamo anche noi esperienza di come spesso coloro che sono più lontani da una tradizione religiosa siano anche mentalmente più aperti e disponibili ad accogliere la novità, il diverso, l’inedito. Ma questo ci fa riflettere anche sulla nostra vita: noi ci aspettiamo che il Signore venga a visitare quelle parti di noi in ordine, dove ci sentiamo tutto sommato a posto, invece la Parola entra in quelle zone che vorremmo lasciare in ombra, quelle zone confuse e promiscue dove vorremmo risolvere da soli i nostri problemi magari per paura o per vergogna…

“Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 4,17): l’annuncio di Gesù irrompe nella storia, nella quotidianità, è un annuncio rivolto a tutti. Sorprende vedere come il primo passo lo faccia Dio verso l’uomo che è chiamato semplicemente ad accogliere e a lasciarsi sorprendere dalla novità del Vangelo.
Questo annuncio, tuttavia, da solo non è sufficiente a risvegliare le profondità assopite dei cuori ancora induriti. I discepoli devono scoprire di essere abitati dalla speranza di una vita più grande e più libera, si deve manifestare la luce nascosta nel loro cuore, il desiderio più vero e profondo che abita ogni uomo: il desiderio di vivere da Figli di Dio. Questo è l’effetto che il Vangelo può suscitare in chi lo accoglie con cuore mite e docile: rompere le resistenze che ci impediscono di crescere nella nostra somiglianza con Dio.
L’annuncio è rivolto a tutti, ma solo pochi hanno il coraggio di accogliere la novità e farla germogliare nella propria vita. I primi discepoli sono chiamati appunto a rompere con la vita di prima: a lasciare «le reti», «la barca e il loro padre» per seguire il Signore Gesù nell’avventura di una vita nuova.
“Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”: Gesù chiama i discepoli a seguirlo per essere se stessi fino in fondo: «pescatori».
Edith Stein, riprendendo un principio fondamentale della teologia di San Tommaso d’Aquino, scrive che Dio non distrugge la nostra umanità, ma la eleva.
Nella visione di Edith tra dimensione umana e dimensione soprannaturale, i piani non vengono mai confusi: ciò che è spirituale presuppone sempre ciò che è biologico e psicologico. Lei spiega come la chiamata di Dio si innesti nella struttura naturale della persona, valorizzandola e portandola alla sua massima realizzazione, non annullandola.
Quindi seguire Gesù non significa smettere di essere te stesso, ma permettere a Lui di usare i tuoi talenti per un fine più grande e luminoso. Quando Gesù chiama i pescatori, non chiede loro di diventare qualcos’altro, ma usa le loro competenze innate (pazienza, lavoro di squadra, conoscenza del mare) e le eleva. Passano dal “pescare pesci” al “pescare uomini”, un’attività che richiede le stesse qualità, ma per un fine infinitamente più grande. Significa permettere a Dio di prendere i tuoi talenti unici, le tue passioni e persino i tuoi difetti, e trasformarli in strumenti di bene e luce per il mondo!

Buona Domenica nella Luce della Parola
Suor Maria Chiara di Gesù Risorto

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