Nel Vangelo di oggi Gesù ci offre un insegnamento per una vita fondata sulla carità.
“Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo”.
A noi viene più facile rivestirci delle vesti del giudice o fare le vittime. Ci viene più facile a mettere in piazza tutto ciò che ci hanno fatto. E la carità? Non ci sentiamo chiamati in causa forse perché non abbiamo capito il vero significato della carità, non è solo fare qualcosa a chi è nel bisogno. Sì, anche, ma per prima cosa è la carità relazionale che vuole che affrontiamo il prossimo faccia a faccia gli parliamo con tanta discrezione e rispetto senza diventare tiranni e giudici spietati, senza rinfacciare il torto. La carità ci chiede di ammonire.
La tentazione di lasciare la persona al giudizio degli altri è forte e soprattutto se abbiamo in mano il cellulare collegato ai social. Lì si scatena l’inferno basta dare l’input e il “tribunale social” condanna e dà pure le sentenze. Tutto tranne carità evangelica!
Gesù ci dice se dopo un colloquio personale tuo amico, tuo fratello non si ravvede chiama due testimoni che ti aiutino e se non funziona ancora consegna questo fratello alla carità e alla preghiera della comunità ( gruppo di preghiera, comunità religiosa), ma soprattutto prega tanto per lui senza tenere rancore. Altrimenti da cosa si evince che siamo buoni cristiani?
Quando la preghiera nasce da due o tre che si vogliono bene la potenza di quella preghiera è grande perché Dio non obbedisce alle nostre richieste, ma a quanto amore c’è in essa.
Papa Francesco ci incoraggia dicendo che: “Non è facile mettere in pratica questo insegnamento di Gesù, per diverse ragioni. C’è il timore che il fratello o la sorella reagisca male; a volte manca la confidenza sufficiente con lui o con lei… E altri motivi. Ma tutte le volte che noi abbiamo fatto questo, abbiamo sentito che era proprio la strada del Signore”. (Angelus, 6 settembre 2020)
Sr. Viktoria di Gesù






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