II Domenica di Pasqua
Il Vangelo di oggi ci presenta la figura di Tommaso che è spesso ridotta al solo episodio del dubbio.
Sappiamo che la Pasqua non è un concetto da capire, ma un’esperienza da vivere con tutto il nostro essere. Se seguiamo il Vangelo di Giovanni nelle prime due domeniche di Risurrezione, notiamo un movimento affascinante: passiamo dalla corsa verso un vuoto alla stasi dentro un luogo chiuso che viene visitato cioè dallo sguardo che intuisce al tatto che conferma.
Quindi siamo partiti dalla corsa di Giovanni verso il sepolcro vuoto (domenica di Pasqua) e siamo arrivati all’abbraccio di Tommaso verso la carne ferita di Gesù Risorto.
Le porte chiuse del Cenacolo, in cui si trovano i discepoli, non sono solo quelle di legno, ma sono chiusi anche i loro cuori. C’è la paura del fallimento, il senso di colpa per aver abbandonato il Maestro, l’incertezza del loro futuro.
Ed ecco una cosa inaspettata e quasi sconcertante: Gesù entra, non bussa “viene e sta in mezzo”. La Risurrezione è proprio questa capacità di Dio di attraversare i nostri sbarramenti e di entrare lì dove noi abbiamo messo il cartello “vietato l’ingresso”. Per questo il suo primo dono è: “Pace a voi!“. Non è un semplice augurio, ma è la guarigione del cuore che finalmente ritrova il suo centro.
In questa prima apparizione Tommaso non c’era; il suo isolamento è il riflesso della nostra fatica. Spesso cerchiamo la solitudine quando la gioia degli altri ci sembra un’offesa al nostro dolore. E quando gli altri discepoli gli dicono: “Abbiamo visto il Signore!“, egli risponde con una condizione che è diventata celebre e con cui rappresenta anche la nostra umanità ferita: “Se non vedo… io non credo”. Non è una semplice testardaggine, è la sua sete di verità; vuole essere sicuro che il Risorto sia lo stesso che è stato crocifisso. Noi spesso giudichiamo Tommaso chiamandolo “incredulo” solo perché non si accontenta di una fede per “sentito dire”, ma vuole un’esperienza personale.
In questo momento troviamo un riflesso molto forte della spiritualità di Santa Teresa d’Avila che insisteva sul fatto che la preghiera e la fede non sono speculazioni mentali, ma un “trattare di amicizia” con Colui dal quale sappiamo di essere amati e Tommaso cerca questo contatto, non vuole solo “sapere su Dio”, ma vuole “conoscere Dio”, entrare in una comunione intima e tangibile.
E Gesù torna “apposta” per Tommaso. Non lo rimprovera, ma lo invita all’intimità: “Metti qui il tuo dito“. In questo momento, lo sguardo di Giovanni, il discepolo amato, e il tatto di Tommaso si fondono. È un passaggio straordinario: il Risorto non cancella i segni della Passione, le ferite rimangono e sono ferite luminose.
San Giovanni della Croce, nel suo Cantico Spirituale, parla delle “ferite d’amore”, che sono diventate “caverne” in cui l’anima può nascondersi per trovare rifugio. Tommaso, toccando quelle ferite, non tocca solo la carne guarita, ma tocca la sorgente stessa della Divina Misericordia. La piaga di Cristo è la porta d’ingresso nel cuore di Dio. Tommaso, mettendo la mano nel costato, entra nell’interiorità del Maestro. Toccando e guardando quelle ferite, scopre che Dio è “toccabile”. Quindi il suo dubbio si scioglie davanti all’umiltà di un Dio che si lascia ancora una volta “toccare” per amore. E la spontaneità di questo discepolo disarma con la sua confessione, che è la più alta di tutto il Vangelo, “Mio Signore e mio Dio!“.
Oggi, in questa festa della Divina Misericordia, ci viene fatto un duplice invito. In primo luogo, non aver paura delle nostre porte chiuse e delle nostre ferite, Gesù vuole entrare proprio lì per trasformarle in sorgenti di luce. In secondo luogo, imparare da Tommaso a cercare un contatto vero con il Signore. La fede non è un’idea, ma è un incontro.
Quindi usciamo da questo “Cenacolo” con la certezza di Tommaso che non siamo soli, Egli è qui con noi, ci mostra le sue mani e ci ripete: “Pace a voi”. E da Tommaso impariamo a non aver paura dei nostri dubbi e a portare le nostre ferite davanti a Cristo, sapendo che Lui le userà come motivo della sua Misericordia.
Ci auguriamo che la nostra Pasqua sia questo correre con l’ardore di Giovanni e sostare con la sincerità di Tommaso, finché anche noi, nel silenzio della nostra intimità con il Signore nella preghiera, possiamo dire con tutto il cuore: “Mio Signore e mio Dio!”.
Suor M. Viktoria di Gesù






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