III Domenica di Pasqua
Discepoli di Emmaus
La parola di Dio ci presenta oggi due uomini in cammino. Non è semplicemente un cammino geografico, ma è anche un viaggio emotivo. Proviamo a immedesimarci con quei due discepoli pieni di sentimenti contrastanti: la speranza delusa dicono “noi speravamo”, la tristezza che si fa avanti dopo un tempo lungo di gioia che riempiva il loro cuore mentre erano con il Maestro, la loro fede sconvolta dalle parole delle donne che dicono di aver visto il sepolcro vuoto ma non hanno visto Gesù” … Vivono una forte confusione sia interiore che esteriore.
Quindi percorrono il cammino con le spalle curve dalla stanchezza del cammino e dalla stanchezza emotiva. Scappano dal luogo dove i loro sogni sono falliti nel vedere crocifiggere la loro speranza.
In questa fuga, risuona l’esperienza di S. Giovanni della Croce. Egli insegna, che spesso, Dio deve permettere che le nostre sicurezze crollino affinché possiamo cercarlo non per i doni che ci dà, ma cercare Lui.
I discepoli scappano perché avevano una loro idea di Dio cioè un’idea di un liberatore politico, e invece questo “Dio ideale” è stato ucciso. Forse non hanno paura per la loro vita quanto paura del vuoto, la paura di aver sbagliato tutto, e quindi scappare è la prima reazione nel dolore.
Però, questa fuga li porta ad una bellissima esperienza dell’incontro. Accolgono quel forestiero sconosciuto come compagno del cammino.
Quest’uomo sconosciuto prima si mette in ascolto delle loro delusioni, non cerca di consolarli, non dice che il dolore non esiste, ma dice che il dolore ha un senso dentro un disegno più grande e lo spiega partendo dalle Scritture che i due conoscevano bene. Essi non si accorgono che è il Maestro, perché i loro occhi sono ancora impediti dal dolore che li tiene legati al passato e impossibilitati di guardare avanti. Provano il dolore di chi si sente tradito dalle proprie aspettative su Dio. Noi speravamo, ma le cose sono andate in un altro modo. Questo smarrimento spesso è necessario, perché serve a svuotare il cuore dai pesi inutili che ci si porta addosso e accogliere una presenza nuova.
Molte volte nella nostra vita incontriamo Gesù che cammina con noi, che ci parla, che ci spiega il senso di tutte le nostre sofferenze, ma noi non gli diamo retta, anzi preferiamo dare spazio ai rumori per non sentire quella voce che ci è scomoda. I discepoli sentono la voce di quel forestiero, sentono la spiegazione che dà, ma non ascoltano ciò che dice, non danno molta retta alle sue parole non entrano nella profondità del loro significato e per questo non riescono né vedere né capire chi fosse quel straniero. Preferiscono rimanere piegati sul loro dolore. Però questo sconosciuto conosce i loro cuori, prova a consolarli perché loro stessi non sanno cosa hanno nel cuore, cosa li preoccupa per davvero.
Capita anche a noi, pensiamo di sapere cosa abbiamo nel nostro cuore, ma poi arriva quel momento in cui la confusione è così forte che non sappiamo più cosa ci sta a cuore.
Questi due, abbattuti nello spirito, proseguono il loro cammino e Gesù cammina con loro nella loro notte, non accende subito la luce ma lascia dentro di loro una scintilla per cui non esitano a proporre allo sconosciuto di rimanere con loro. Resta con noi che si fa sera, la paura della notte che avanza si mescola con la paura di perdere quella luce che quest’uomo straniero ha riacceso nei loro cuori. Forse vogliono trattenerlo perché stanno bene con lui, oppure per il senso di ospitalità… però questo loro gesto e’ fondamentale per la loro conversione profonda. Dopo tanto tempo trascorso nel cammino con questo straniero riconoscono in Lui il Maestro solo nello spezzare il pane.
Gesù non si fa riconoscere con un miracolo strepitoso, ma con un gesto semplice che sicuramente aveva un suo modo nello spezzare il pane per cui viene riconosciuto Si chiedono: Non ardeva il nostro cuore? Perché non lo abbiamo riconosciuto prima? Eravamo troppo presi dal nostro dolore e non volevamo vedere niente al di fuori di esso. Ma ora cambia tutto: il cuore infiammato, la gioia dell’incontro, la parola rasserenante, cambiano la loro direzione. Mentre per la strada a Emmaus vanno con le spalle curve, volto triste, il cuore a pezzi ora pieni di gioia, tornano in fretta a testimoniare il loro incontro con il Maestro risorto. Riconoscono che la sua presenza non è più come quella di prima, ma una presenza diversa.
Qui risuonano le parole di s. Elisabetta della Trinità che diceva: “Ho trovato il mio cielo sulla terra, perché il cielo è Dio, e Dio è nella mia anima”.
È a Emmaus che i due discepoli scoprono che il “Cielo” stava camminando con loro sulla strada. E come diceva bene S. Teresa d’Avila non serve andare fuori e lontano a cercare Dio, basta fermarsi in solitudine e guardare dentro di sé.
Sr. M. Viktoria di Gesù






Comments are closed