Di suor Miriam dello Spirito Santo
Apri la porta del tuo cuore. Apri la porta della tua casa. E vivi l’incontro! Il tuo cuore, la tua casa. Non si tratta di entrare in due luoghi diversi, ma di
aprire due porte diverse che danno
accesso ad uno stesso luogo che è la nostra vita.
Esistenza che non si costruisce in compartimenti
e non si fonda su una ripartizione in cassetti. Non è sufficiente ascoltare con il cuore o comprendere con la mente ma occorre concretizzare con la vo-
lontà. Le innumerevoli parole che ascoltiamo necessitano del lento e non scontato passaggio alla concretezza della vita. Il bello, il vero, il giusto affascina da sempre il cuore dell’uomo ma se il fascino si riduce solo ad emozione, tanto intensa quanto effimera, la nostra vita non sarà mai trasformata e sostenuta nella sua quotidiana realiz-
zazione.
Vita concreta e vita spirituale sono sorelle che si tengono per mano e mai si separano nell’unità della nostra persona. E se siamo persona unifi-
cata, una, là nel centro del nostro essere, nel cuore della nostra esistenza, se abbiamo il coraggio di aprire la porta che ci immette nella profondità di questa unità, allora sapremo cosa vuol dire essere beati, cioè felici, non nel futuro, lontano o
vicino di ciascuno di noi, ma nel paradiso che è la
vita già su questa terra perché avremo trovato ciò, anzi chi, ci fa essere e ci fa uno nell’unità e unicità dell’Amore.
Quale simbolo migliore allora della casa? Sia essa un castello come quello che aveva descritto S. Teresa d’Avila, o sia essa una capanna, quella che ac-
colse il Verbo di Dio fatto carne, o ancora sia la nostra casa, quella dove spendiamo i nostri giorni vivendo le nostre attese, compiendo la nostra spe-
ranza, o sia pure la nostra esistenza in cui si compie ogni giorno il mistero dell’amore, sacro spazio di intimità e di reciprocità, di scambio di doni.
Il simbolo della casa ci parla sicuramente di un contesto di riparo, di protezione, un luogo che accoglie, ma essa evoca anche una serie di risonanze che toccano le corde del cuore: calore,
intimità, amicizia, relazione, sicurezza, ricordi, affetto. Parlare della casa significa pensare alla necessità di fermarsi, di “stare”, di “rimanere” e allo stesso tempo si evoca anche il movimento continuo: nella casa si entra e si esce, si parte e si ri-
torna, ma per tutti rimane il punto di riferimento, dove si è ancorati.
Parlare della casa in termini spirituali significa evocare il mistero della Trinità, cioè del Dio uno e trino che abita nel cuore della persona che è
“tempio di Dio”, “casa della Trinità”.
Ci viene incontro una donna, una carmelitana che fece di questo mistero il centro di tutta la sua vita: S. Elisabetta della Trinità
Nata a Bourges in Francia il 18 luglio 1880. La malattia la condusse alla morte il 9 novembre 1906, all’età di soli 26 anni.
I suoi scritti testimoniano uno spirito contemplativo desideroso di andare sempre più in profondità, al cuore delle cose e sgorgano dalla sua esperienza quotidiana, una quotidianità carat-
terizzata dall’esperienza della Trinità, dalle scoperte a partire dalla Parola di Dio, da una fedeltà ad un’identità cristiana specifica, dal suo bisogno di condivisione, da una profonda capacità di empatia e di amicizia, dal suo modo
di concepire la sofferenza.
L’Elevazione alla Trinità, composta nel 1904 potrebbe essere considerata la sintesi e l’apice della sua esperienza trinitaria, inserita in una costante dimensione cristologia e battesimale.
Non si può meditare questa preghiera, senza lasciarsi attirare in un irresistibile vortice d’amore, senza aprire il cuore allo stupore adorante, senza sentir nascere nel profondo un de-
siderio: “abitare la casa” di quel Dio-Trinità che abita dentro di noi, al centro di noi stessi.
L’Elevazione alla Trinità di S. Elisabetta della Trinità
O mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi interamente per stabilirmi in te, immobile e quieta come se la mia anima fosse già nell’eternità.
Che nulla possa turbare la mia pace, né farmi uscire da te, o mio Immutabile, ma che ogni minuto mi porti più addentro nella profondità del tuo Mistero.
Pacifica la mia anima, fanne il tuo cielo, la tua dimora amata e il luogo del tuo riposo. Che non ti ci lasci mai solo, ma che sia là tutta intera, tutta
desta nella mia fede, tutta adorante, tutta abbandonata alla tua Azione creatrice.
O mio Cristo amato, crocifisso per amore, vorrei essere una sposa per il tuo Cuore vorrei coprirti di gloria, vorrei amarti… fino a morire! Ma sento la mia impotenza e ti chiedo di “rivestirmi di te stesso”, d’identificare la mia anima a tutti i movimenti della tua anima, di sommergermi, di invadermi, di sostituirti a me, affinché la mia vita non sia che un’irradiazione della tua Vita. Vieni in me come Adoratore, come Riparatore e come Salvatore.
O Verbo eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarti, voglio farmi tutta ammaestrabile, per imparare tutto da te. Poi, attraverso tutte le notti, tutti i vuoti, tutte le impotenze, voglio fissarti sempre e rimanere sotto la tua
grande luce; o mio Astro amato, affascinami perché io non possa più uscire dalla tua irradiazione.
O Fuoco consumante, Spirito d’amore, “scendi su di me”, affinché si faccia nella mia anima come un’incarnazione del Verbo: che io sia per Lui una umanità aggiunta nella quale Egli rinnovi tutto il suo Mistero.
E tu, o Padre, chinati verso la tua povera piccola creatura, “coprila con la tua ombra”, non vedere in lei che il “Prediletto nel quale hai posto tutte le tue compiacenze.”
O miei Tre, mio Tutto, mia Beatitudine, Solitudine infinita, Immensità in cui mi perdo, mi abbandono a voi come una preda. Seppellitevi in me perché io mi seppellisca in voi, nell’attesa di venire a contemplare nella vostra luce l’abisso delle vostre grandezze.

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