Storia di “un chicco di obbedienza”

Storia
di “un chicco di obbedienza”
germogliato nel 1894 a Marene (Cn)
dalla Terra del Monte Carmelo

La Famiglia Carmelitana di Madre Maria degli Angeli
(Giuseppina Operti)

Una storia del nostro Istituto di Suore Carmelitane di S. Teresa di Torino in realtà non è ancora stata scritta, fatta eccezione della documentazione d’archivio in forma di Cronistoria, ma nulla di pubblicato e di ufficiale.
Poiché la storia dell’Istituto, o perlomeno i suoi inizi, si identificano con i 4 volumi di Cronistoria scritti autografi da Madre Maria degli Angeli, nostra Fondatrice, trascriviamo, come storia, quanto ella stessa scriveva, non certo pensando a una pubblicazione, ma unicamente a lasciare una tracia della sua esperienza personale che coincide appunto, per alcuni anni, con il cammino di fondazione della nostra Famiglia religiosa.

Scritti della Serva di Dio Madre Maria degli Angeli

Giuseppina Operti

1871 – 1949

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Cronistoria

 

Anni 1894 – 1905

Cenni storici

della

F O N D A Z I O N E

della

C O N G R E G A Z I O N E

delle

Suore Terziarie Carmelitane

in Marene

 

anni 1894 – 1910

VOLUME PRIMO 

Mie dilette e buone Figliuole,

MADRE FOND_MADONNA CARMINE

[p 1][1]   La grande grazia che avete appena ricevuta dalla Sacra Congregazione dei Religiosi, della definitiva Approvazione del Vostro Istituto (1941 ndr), vince la mia resistenza a trasmettervi queste pagine che, davanti a Dio mi fanno sentire il dovere di consegnarvi prima di morire. Scrivo di mia mano la narrazione degli avvenimenti che promossero ed accompagnarono la piccola e umile fondazione fatta a Marene nel luglio 1894. Marene, culla della futura Congregazione, granello che, moltiplicato, si trapiantò nelle oramai numerose sue Case.

[p 2] Questa “Cronistoria” fu da me scritta, per obbedienza, parecchi anni fa, ma  rimase sempre nascosta fra le mie carte, fra le quali sarebbe stata trovata alla mia morte dalle Figlie con cui condivido questi ultimi anni della mia vita.

Se da trent’anni questo nostro Carmelo ha vita autonoma ed ha bisogno di una Cronistoria a parte, i suoi primi quindici anni in cui anche noi seguimmo la vita attiva di carità e di apostolato, che è restato lo scopo secondario della Vostra Congregazione, Vi appartengono, mie buone Figliuole, in modo speciale; ed è la storia di questi anni che mi accingo, con cuore di Madre, a scrivere per Voi.

            Non rimpiangete, care Figliuole, che, nella divisione dell’Istituto, avvenuta nel 1910, per l’autorevole consiglio del Visitatore Apostolico l’Abate Mauro Serafini, Ordine San Benedetto, la vostra Madre abbia seguita  la parte  della  Comunità  che  ha [p 3]  scelta la vita assolutamente contemplativa;  questa circostanza ha portato, invece, alla cara Congregazione un notevole vantaggio:

            Il Signore, per sua bontà, affiliandomi al Secondo Ordine Carmelitano e sotto la giurisdizione dei Rev. di Superiori dell’Ordine, mi costituisce quasi, per Voi, come un anello di più stretta congiunzione con lo stesso Santo Ordine Nostro; cosa che deve sempre più invitarvi a tendere indefessamente alla perfezione della vita carmelitana.

            Questo è il fine comune che deve animare Voi e noi nella vita diversa che viviamo in terra; ma che deve condurci tutte, Voi e noi, a quel gran Centro di vita in Cui saremo uno tra di noi e uno con Gesù, Figlio di Dio, nell’unità del Padre e dello Spirito Santo. Così sia!

            Il Signore Vi benedica, Vi moltiplichi e soprattutto Vi santifichi per la sua gloria  [p 4]  eterna, per la salvezza di tante anime  e,  per  le Vostre preghiere, mi conceda un giorno di riunirmi a tutte Voi nella beata requie del santo Paradiso.

            Vostra affezionatissima Madre

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Carmelitana scalza indegna

 

Scritto nel Monastero B. Vergine del Carmine – San Giuseppe e S. Teresa nel 1942 sulle memorie ad uso della nostra Comunità scritte nel 1935.

[1] I numeri indicati dentro la parentesi quadra corrispondono ai numeri delle pagine del manoscritto originale.

 

J.M.+J.T.

 

 

Ad Majorem Dei Gloriam!

Tua sunt omnia et, quae de manu Tua

accepimus, dedimus Tibi!

 

 

 

[p 5]    Per obbedienza,  per la gloria di Dio  e  sotto la protezione della Divina Madre del Carmelo e del glorioso Padre San Giuseppe e per la consolazione e il profitto spirituale delle mie dilettissime Figliuole nella grazia; nella gioia e nella gratitudine a Dio per il compimento dell’Opera Sua e della mia missione finita, prendo oggi la penna con mano tremante, per raccontare le beneficenze e le meraviglie operate dal mio Signore.

Per intercessione della mia Divina Madre e di San Giuseppe, mio fedele Padre, Custode e Provveditore, concedimi, o Gesù, una speciale assistenza dello Spirito Santo e una assoluta dipendenza dalla sua segreta [p 6] azione, perché io possa scrivere nella pura verità, nello spirito della carità e dell’umiltà più cordiale. Fammi ricordare e scrivere soltanto quei fatti e quei sentimenti che Tu vuoi ricordati, e dimenticare e omettere quelli che Tu vuoi dimenticati e tralasciati.

Oh! come mi rincresce di non poter fare a meno di narrare le Opere Tue in propria persona, essendo veramente io il soggetto che la Tua degnazione scelse per essere lo strumento  miserabile, manchevole e molto spesso incosciente, da Te adoperato negli avvenimenti che si succedettero. Ma Tu lo sai, o Gesù, che quell’io sei Tu solo, mia Divina Persona di elezione. Tu sai come io desidero che il piccolo granello di polvere scompaia nella luce della tua gloria: “gloria di Unigenito del Padre“, a quale ritorni ogni lode e magnificenza per tutti i secoli.

Così sia!

 

 

Non nobis, Domine, non nobis,

Sed Nomini Tuo da gloriam!
Venite, audite et narrabo, omnes,

qui timetis Deum, quanta fecit animae meae…

                                                          (Sal. 65)

  1. Capitolo

L’IMPULSO DIVINO

 

[p 7]    Anno  1893      (Data inserita successivamente da altra mano)

Il Signore, sempre grande e semplice insieme, nei mezzi di cui si serve per fare le Opere sue, con una parola detta a caso, mi fece conoscere la sua santissima volontà a riguardo di questa fondazione.

Il 9 Luglio 1893, terzo giorno della novena della Beata Vergine Maria Monte Carmelo, alle ore cinque di sera – non dimenticherò mai questa data – la mamma ed io passeggiavamo sotto i viali della Piazza Carignano in Marene, davanti alla nostra Casa, in compagnia del Rev.do Signor Vicario della Parrocchia, Molto Rev. do Cav. re Don Giovanni Battista Rolle e del suo Vicecurato [p 8], Teologo Giuseppe Giordanino, i quali da molti anni onoravano della loro amicizia la nostra famiglia.

Si discorreva dei commenti che il mondo faceva sul mio avvenire, dopo che, per la morte della mia ultima zia paterna e Madrina amatissima, la Damigella Margherita Operti -morte avvenuta appena pochi giorni prima, il 26 Giugno ultimo scorso -, ero rimasta l’unico discendente della famiglia, e si rideva dei suoi progetti sul mio conto. Fra le altre  cose il Rev. do Signor Vicario mi disse: “L’altro giorno, a Torino, il Signor N… mi chiese se era vero che tu adesso avresti fondato un istituto di beneficenza per le povere bambine”. Queste parole furono per me una rivelazione! Grande Iddio! Sii Tu benedetto per i semplici mezzi di cui Ti servi per far conoscere alle anime la  tua ss. volontà!

Non era la prima volta che udivo queste supposizioni. Già altre volte la mia cara Madrina me le  [p 9] aveva riferite e dimostrava di compiacersene,  e anche la diletta mia mamma esprimeva qualche volta il desiderio di impiegare la nostra Casa e le nostre sostanze in qualche “Opera” che riuscisse alla gloria di Dio e a perpetua beneficenza dei poveri, soprattutto di Marene. Ma non mi ero mai fermata a considerarle, perché comprendevo che, benché la Madrina non ne fosse contraria, allo stesso tempo non vi avrebbe mai acconsentito durante la sua vita. Inoltre io ne sentivo una avversione insuperabile.

Ora, però, che ero libera di agire, questa frase, che colpiva di nuovo le mie orecchie, sconvolse la mia mente e il mio cuore. Sarebbe questa la voce di Dio?… Era forse venuto il momento di esaminare seriamente, senza prevenzioni, se la mia avversione era giusta e ragionata?

L’indomani mattina, essendomi trovata un momento sola con il Rev. do Teologo Giordanino, gli chiesi: “Ha notato Vostra Reverenza le parole del Sig. Vicario, di ieri sera?  [p 10] Perché questa voce  popolare  che  insiste su di una cosa che non è mia intenzione? Sarebbe forse venuto il tempo di operare e il buon Dio mi manifesterebbe in questo modo la sua adorabile volontà?”.  E il buon Sacerdote che s’interessava del mio bene, ponderò con me la cosa e mi consigliò di pensarci, “Perché se era una cosa da fare, il tempo sembrava venuto”.

Incominciarono allora per me ventiquattro ore di lotta dura e dolorosa e, bisogna che lo dica a mia confusione, di resistenza alle amorevoli pressioni della Divina Provvidenza…

Da una parte mi pareva semplice, naturale, voluto da Dio che la Casa dei miei Padri fosse trasformata in un’Opera religiosa che, col raccogliere sacre vergini votate a Dio e povere bambine, perpetuasse in Marene la loro pietà ed insigne carità. E perché mai -andavo pensando dentro di me- il buon Dio aveva radunato nella mia famiglia i beni di tutti gli altri parenti che, uno dopo l’altro [p 11], successivamente, andarono nella tomba senza lasciare eredi?… Perché, ancora, mi avrà rapiti, in così breve tempo, mio padre e mio fratello lasciandomi sola erede di tanta numerosa parentela?  Che cosa dovrà esserne della nostra Casa e delle nostre sostanze, se si spegnerà con me il nostro nome, dato che desidero votare a Dio la mia verginità ?

E ammirabili mi sembravano le vie del Signore che aveva fatto, a poco a poco, il vuoto attorno a noi, per essere Egli solo il nostro tutto, legame e centro di un’altra spirituale famiglia, che avrebbe dovuto succedere a quella di prima, tanto cara!

Ma come dovrebbe formarsi questa nuova famiglia? Come reggersi? Chi la dovrebbe dirigere, che cosa vi si dovrebbe fare? Ah, a queste interrogativi la mente mi si confondeva: Io?!, quale spavento, dovrei forse io, mettermi a raccogliere queste bambine, pensare  alla loro istruzione ed educazione, [p 12] provvedere alle persone che  si  consacrerebbero  alla loro formazione?  E  se non vi regnasse poi che il disordine,  se queste animucce tolte ai loro parenti, o forse in mezzo a una strada, non ricevessero poi quell’educazione e quell’orientamento che il buon Dio aveva loro preparato, quale sarebbe la mia responsabilità  davanti a Dio e davanti agli uomini?

Questa responsabilità mi intimoriva: io non mi sentivo inclinata ad occuparmi degli altri. No, io non potevo, io non dovevo cedere: il mio ideale era più bello e mi pareva anche più perfetto: io volevo nascondermi, fuggire il mondo, romperla con tutti i legami di terra, non aver più da occuparmi di nessuno e di niente, di persone e di cose materiali, per vivere in Dio solo, nell’obbedienza, nel silenzio e nella preghiera!

Questo io volevo: da diversi anni Terziaria Carmelitana e figlia della Beata Maria degli Angeli, accarezzavo con compiacenza, nell’intimo del mio cuore [p 13],  il progetto di entrare nel Monastero da lei fondato in Moncalieri. Non era la vocazione del Signore che là mi chiamava e che da più anni batteva alla porta del mio cuore?

Portai in cuore la mia lotta e le mie tenebre fino alla Santa Comunione del giorno undici e qui mi offersi a Dio, pronta a compiere il divino volere con totale abbandono nella sua paterna provvidenza: oh, il divino volere! Che cosa cercavo io d’altro? Che cosa cercavo all’infuori di quella volontà di Dio, il cui solo nome scuoteva tutte le fibre più intime del mio cuore?

Sì, io volevo seguire questo “volere” che era la norma di tutta la mia vita, e poiché il momento della grande decisione era giunto, io Lo pregai caldamente ad illuminare la mia mente e a fortificare il mio cuore. Ricevuta la santa Comunione, alla sua reale presenza, ricominciai a riflettere sul da farsi.

Allora tutte le difficoltà scomparvero  e  tutto si illuminò [p 14] per me: compresi  chiaramente  che la vita a cui mi riservava il Signore era quella che la divina vocazione aveva impressa nel mio cuore, ma poiché, mentre viveva mia madre, non avrei potuto conseguirla, dovevo per allora incominciare a fare quel bene che Egli mi presentava; volevo perdere tanto tempo? Vidi poi, che avrei potuto effettuare il progetto affidandolo a una Comunità già esistente, senza impegnare la mia persona, e questo finì per tranquillizzarmi, e la cosa mi apparve così semplice, così libera da quella responsabilità tanto temuta, che ringraziai il Signore di avermi illuminata e di permettermi di consacrare la mia operosità e le nostre sostanze in un’Opera di sua gloria.

Mi alzai: l’indirizzo della mia vita era dato. Oh, quante volte, nel corso di lunghi anni, bisognò ritornare a questa visione primitiva, che tanta luce aveva gettato sul mio avvenire e che doveva sostenere il mio coraggio e spargere tanto conforto sulle angosce [p 15]  del mio  povero cuore tormentato dalle tempeste della vita!

Una volta decisa, avevo fretta di farlo sapere a mia madre e, prima ancora, al Rev. Teologo. Giordanino, da cui avevo ricevuto il primo incoraggiamento, e dal quale speravo  un aiuto per fare alla mamma la difficile comunicazione. Ma il Teol. Giordanino era partito quel mattino stesso, e il buon Dio lo fece stare assente per tre giorni, forse per stabilirmi più fermamente nella mia risoluzione prima di parlarne. La sera del giorno 14 giunse finalmente: un’occhiata ed un parola bastarono per fargli comprendere tutto. Egli riprese l’argomento e io lo incalzai; la mia cara mamma fu colpita dal progetto proposto e ben presto la sua inclinazione divenne un desiderio, pronto a cambiarsi definitivamente in una risoluzione.

Mio Dio! Ti ringrazio di avermi data una mamma così pia, che, ben lontana dall’opporsi alla vocazione religiosa  della sua unica  figlia,  la incoraggia e rinuncia [p 16]  facilmente al perpetuarsi della sua famiglia, ben felice di comporne, attorno a se, un’altra, i cui legami saranno tutti della pura carità di Nostro Signore Gesù Cristo.

Povera mamma! Vissuta tanto felice nell’affetto dello sposo e dei figli,  perduto l’unico figlio, Ernesto -oggetto di tante speranze-, nella giovanissima età di diciannove anni, il 29 Giugno 1885, e perduto l’amato marito il 25 Settembre dello stesso anno, concentrò sopra di me tutte le sue cure e i suoi affetti. Quando si accorse che io non ero fatta per il mondo, temette che, un giorno, l’avrei lasciata per volare nel chiostro amato? Forse sì. Di proposito non toccai mai questo argomento, ma un’imprudenza di chi, meno d’ogni altro avrebbe dovuto dirlo, glielo lasciò supporre e bisognerebbe poter misurare tutta la profondità dell’amore col quale mi amava, per capire la ferita che il suo cuore dovette ricevere.

[p 17]  Santamente  industriosa,  si mise  all’opera per abbellirmi la vita, attorniandomi di tutte le soddisfazioni che la pietà e la carità sono capaci di offrire alle anime. Mi accompagnava ovunque: dalle Dame di San Vincenzo e della Misericordia andavamo a visitare i poveri; con le signore dell’Associazione delle Chiese povere lavoravamo i paramenti per il Divin Culto; frequentatrici assidue delle due parrocchie di Marene e di Santa Barbara in Torino vi facevamo da sacrestane e anche da Vicecurato, supplendo i Sacerdoti nella pubblica recitazione del santo Rosario e nel fare la santa Via Crucis. Quando io volli trasformare la nostra famiglia in una piccola comunità religiosa intitolata al Divino Amore, ella si sottomise anche a questo e fu osservante assidua dell’orario, delle ore di silenzio e di lavoro che io avevo stabilite.

E allora, quando io dimostrai di gradire  che  la  [p 18]  “casa dei miei padri” fosse abitata da una Comunità religiosa e divenisse ricovero di tante povere orfanelle, condivise  subito le mie idee e assecondò i miei desideri, sia per il profondo spirito di pietà e di religione che la inclinava soltanto a cose buone sia, senza dubbio, anche per la speranza di potermi tenere presso di sé.  Oh, il Signore aveva ragione nel non volere che abbandonassi una tal madre!

Il primo passo, il più importante e difficile era fatto e, da quel momento, la progettata istituzione divenne il soggetto ordinario dei nostri discorsi. Si trattava, prima di tutto, di stabilire a quale Congregazione religiosa avremmo affidato il nascente Istituto. Io avrei desiderato che vi potesse entrare, in qualche modo, qualche cosa della spiritualità Carmelitana cui ero aggregata come Terziaria fin dall’anno 1886, tanto più che eravamo nelle feste della Titolare, la Beata Vergine del Carmelo, tanto più che avevamo in uso di solennizzarla con luminarie e processioni in giardino. A queste feste,  oltre  [p 19] il Clero, poteva intervenire il popolo.

Ma, infine, non trovando alcuna soluzione, anche perché pensavo che il Carmelo fosse esclusivamente claustrale, ci fissammo sulle Suore Domenicane, dette “le Sapelline”, di Torino, dove io ero stata a scuola di lavoro.

Ne parlai con il Rev. do Signor Vicario di Marene, mio confessore, il quale senza saperlo, era stato nelle mani di Dio il ministro della grazia della prima ispirazione. Poi scrissi al Molto Rev. do Don Giorgio Gallina, Rettore della Real Chiesa di Santa Cristina in Torino, che mi dirigeva nel tempo della mia permanenza in Città, annunciandogli che, il lunedì successivo, 24 Luglio, festa della Santa titolare della sua Chiesa, recandoci a Torino per avere un consiglio di Sua Ecc.za  Rev. ma Monsignor Arcivescovo, saremmo passate prima da lui.

Questi due santi Sacerdoti mi conoscevano da lungo tempo e mi amavano moltissimo.

[p 20] Il primo mi aveva ricevuta nella sua Parrocchia due giorni dopo la mia nascita per il S. Battesimo; mi aveva seguita negli anni della mia infanzia e giovinezza, durante le vacanze che passavo a Marene insieme alla mia famiglia e, quando gli manifestai  la risoluzione della mia vita, come mio Confessore l’approvò e come Parroco si dimostrò grato di accogliere nella sua Parrocchia la nuova Opera ideata.

Il secondo Sacerdote, che per la prima volta nomino in queste pagine, è il nostro Veneratissimo Padre, e sono ben lieta che le mie figliuole conoscano quanta parte egli ebbe in questa Fondazione e con quanta ragione noi lo  chiamiamo  “nostro Confondatore”.

Egli era Vicecurato a Torino nella nostra parrocchia di Santa Barbara, quando gli fui presentata per mia  prima Confessione nell’anno 1877. Trasferito come Rettore della Real Chiesa di S. Cristina, nel 1891  gli  affidai  nuovamente la cura dell’anima mia. Trascorsero  neppure due anni e il Signore  [p 21] doveva servirsi di lui per farmi eseguire i suoi disegni di amore in questa fondazione, ed in quel giorno, 24 Luglio 1893, mi attendeva ai suoi piedi per farmi fare il primo passo nella via del sacrificio, per farmi accettare quello che con tanta cura, io avevo cercato di evitare.

Il Rev. do Don Gallina – continuerò, per ora, a chiamarlo così come lo si chiamava quando era Direttore del Terz’Ordine Carmelitano secolare nella sua Chiesa di S. Cristina-, aveva concepito un altro disegno ed aveva trovato la soluzione al mio desiderio di far entrare, in qualche modo, qualche cosa di carmelitano nella nuova fondazione e mi disse: “Riuniamo delle Terziarie secolari, facciamone delle religiose, e siano esse che dirigano il futuro Istituto”.

Il progetto era bello, degno di essere nato dalla mente e più ancora dal cuore di quel santo Sacerdote che ha consacrato la vita a far conoscere e amare la Beata Maria degli Angeli; degno  del luogo in cui ci è stato proposto: [p 22] proprio sulla tribuna stessa, di fronte al S. Tabernacolo, dove la cara Beata faceva le sue delizie nella contemplazione di Gesù Sacramentato; – degno, infine, dell’ispirazione che, suscitata da Maria SS. nella novena della sua festa del Carmine, doveva necessariamente svolgersi in suo onore.

Il progetto era bello, ma nel mio cuore ricominciava la tempesta, anche perché ero nell’impossibilità, in quel momento, di aprire la mia anima al mio Direttore spirituale. Ora, non si trattava soltanto più di dare una casa e una rendita ad una Comunità religiosa, per aprire un Istituto di beneficenza. era il caso addirittura di fondare un Monastero, di raccogliervi anime pie, sì, ma bisognose di cultura, per farne delle religiose e formarle allo spirito della loro santa vocazione. Oh, era molto di più di quanto mi ero immaginata ed avevo temuto!

[p 23] Che fare dunque? A qual partito appigliarmi?  Mi è necessario conoscere il santo volere di Dio: se Dio lo vuole, le mie ripugnanze devono cedere e, malgrado la mia incapacità e ignoranza, l’Opera riuscirà e il trionfo di Dio sarà tanto più splendido quanto più incapaci ne saranno gli strumenti.

Stiamo per recarci dal nostro Veneratissimo Arcivescovo. Ebbene, il buon Dio, a cui vola il mio appello di aiuto, si servirà di lui per manifestarmi la sua divina volontà; a me altro non resta che abbandonarmi alla sua guida divinamente paterna.

Monsignor Davide dei Conti Riccardi ci accoglie con bontà, approfondisce ed esamina accuratamente ogni cosa, poi ci dissuade dall’erigere una Casa filiale delle Domenicane, o di qualsiasi altro Ordine e ci esorta a formare una nuova Comunità che sia autonoma, di cui noi possiamo direttamente occuparci secondo  l’ispirazione [p 24] avuta da Dio. Infine sceglie per l’attuazione della nostra fondazione il Terz’Ordine Carmelitano Regolare. Approva, benedice con effusione di cuore e promette preghiere, aiuto e protezione.

Caso singolare! In quei giorni stessi nei quali noi consultavamo l’Angelo della nostra Archidiocesi, al Tribunale di Torino si svolgeva il processo penale contro l’infelice Fumagalli a causa della sua irregolare comunità religiosa. Noi pensavamo che Monsignore dovesse accogliere con diffidenza, per non dire con disapprovazione, il progetto della fondazione di una nuova Comunità. Invece no, non poteva dimostrarsi più favorevole, più benigno, più soddisfatto, per cui noi non finivamo di meravigliarci e di considerare questo suo atteggiamento come una prova certa e il più forte incoraggiamento dell’approvazione di Dio.

Dio aveva dunque parlato: le mie esitazioni dovevano cessare; noi, io soprattutto, sentivo il dovere di eseguire la Sua Volontà e di dare  [p 25] vita alla sua parola.  Non  c’era  tempo  da  perdere: l’Opera, ispirata dalla mia buona Madre Maria SS.  del Carmelo, doveva iniziare allo scadere della sua prossima festa.

Con il beneplacito di Sua Ecc. Mons. Riccardi, il Rev. do Don Gallina si recò a Cherasco a parlare con il Molto Rev. do Padre Gerardo Beccaro, Priore di quel Convento di Carmelitani Scalzi e, con lui e con il Padre Leopoldo Beccaro, suo fratello e anch’egli carmelitano, venne a Marene il 18 Agosto seguente, per accordarsi circa l’attuazione dell’Opera.

In questa prima visita altro non fecero che esaminare le nostre intenzioni e, dichiarando di non potere essi stessi incaricarsi della direzione della nascente Comunità, incaricarono come suo Direttore il Rev. do Sig. Teologo Giordanino, perché il più adatto, trovandosi già sul posto.

Il 5 Settembre Padre Gerardo ritornò a Marene con il Rev. do Padre Simone ocd, e questa volta per combinare il modo di adattare la casa paterna e  darle  forma  religiosa.  Impartì  gli  ordini  al capomastro dell’Impresa l’11, felice  [p 26]  giorno in cui si compivano due mesi dalla risoluzione presa, i muratori diedero inizio ai lavori di adattamento.

In questo mattino, il futuro Direttore celebrò la Santa Messa votiva in onore di San Giuseppe, all’altare a lui dedicato. Anche l’Istituto sarà dedicato a questo Santo. Il Rev. do Padre Gerardo ocd, promise un “Memento” speciale nella S. Messa e le preghiere di tutti i ragazzi del suo Collegio e Sua Ecc. Mons. Arcivescovo, avvisato, di tutto cuore benedì l’inizio dell’Opera.

Per tre giorni i lavori furono disturbati dalla pioggia: il demonio, nemico di ogni bene, ci volle far provare il suo malcontento, ma la nostra speranza era in San Giuseppe ed egli, che la Nostra Santa Madre Teresa pose a guardia di tutti i suoi Monasteri, si fece pure l’amorevole nostro Protettore. La Santa Madre Teresa ci riservava anche una grazia nel giorno della sua festa: ci  fu  la visita di Sua Ecc. Rev. ma  Monsignor Arcivescovo, che,  con il  Rev. do Can. Colomiatti,  [p 27]  con sommo interesse, ispezionò i lavori dimostrandosi soddisfattissimo, allegro e familiare.

Un giorno – era il 13 Novembre – il Rev. do Padre Gerardo venne a Marene accompagnato dal Rev. do Padre Serafino di S. Teresa ocd, denominato dai suoi Confratelli  “Lampada del S.S. Sacramento”, a motivo delle sue lunghe adorazioni. Egli veniva appositamente per parlare con me. Mi disse: “Io non sono venuto né per Marene, né per vedere la casa, sono venuto unicamente per dirle: «Preghi, preghi assai per il futuro, mi comprende signora Giuseppina,? Bisogna pregare per il futuro!… Il Signore non si arresta, dà sempre più di quello che gli si domanda… Lo preghi a darle tutta quella abbondanza di benedizioni che le tiene preparate»…”. E sempre continuava a ripetermi: “Non si scordi mai di quanto le ho detto”, e salendo in vettura mi soggiungeva ancora: “Avrei desiderato di parlarle in particolare, ma le   circostanze  non  l’hanno  permesso, scriverò forse…”.  E  partiva  lasciandomi stordita e  [p 28]  dispiaciuta di non aver potuto avere un colloquio  privato con lui.

Cosa voleva il Signore?  Non compresi nulla, ma questo “futuro” di cui il Padre Serafino mi parlava con tanta insistenza, nel segreto del mio cuore aveva una dolcissima ripercussione e, illuminato dalla cara luce dell’11 luglio, mi suonava come una promessa del Signore. Nella preghiera mi offrii al mio Dio, perché mi guidasse nelle sue vie all’adempimento di quella sua volontà, che era l’unico mio sospiro e la vita mia.

Passarono pochi giorni e il 16 novembre, anniversario della mia nascita, trovandomi a Torino senza la compagnia dell’indivisibile mamma, il Rev. do Padre Serafino, egli pure casualmente in città,  mi mandò a chiamare dal Rev. do Don Gallina. Mi parlò allora un poco più chiaramente di quel “futuro” a cui aveva accennato a Marene e mi disse che  l’Opera  incominciata  [p 29]  era volere di Dio,  che dovevo proseguirla e compierla, che Dio l’avrebbe benedetta sviluppandola, ma che tuttavia non avrei dovuto ingrandirla tanto. Il Signore mi riservava non soltanto al Secondo Ordine, ma a fare qualche cosa di più grande, non a Marene, però, secondo lui, ma probabilmente in un luogo dove siano stabiliti i Padri. Finì esortandomi a tenermi nelle mani del Signore, della SS. Vergine e della Santa Madre Teresa, pronta a ogni cosa per compiere il santo volere di Dio. Dio voleva ancora altro da me, ed io avrei dovuto consegnarmi interamente a lui per gli alti suoi fini. Soggiunse che mi avrebbe poi scritto e che intanto mi impegnassi a pregare.

Questa volta compresi. Ma se la prospettiva del Secondo Ordine a cui mi consideravano destinata non mi era nuova e formava la mia più cara speranza, l’idea di una nuova fondazione mi spaventava. La grandezza e l’abbondanza delle grazie che mi erano preannunciate, l’essere scelta da Dio a servirgli da strumento  nelle  opere di  [p 30] sua gloria,  m’intimorivano  quasi  più che non rallegrarmi, ed altro non sapevo fare che abbandonarmi in lui, l’Onnipotente, che poteva tutto ciò che voleva.

Oh, io non pensavo allora che quelle parole fossero una profezia e che si sarebbero avverate un giorno… passando attraverso  vie tortuose, necessarie allo svolgimento della volontà del Signore, nel consolidamento dell’Opera secondaria che mi aveva affidata a causa dell’amore che portavo a mia madre. A costo di mille sacrifici e di brucianti dolori si sarebbero avverate! La parola di quel Santo non era destinata a perire…


Mie buone figliuole, dobbiamo fermare la nostra attenzione su questa pagina. Le parole del Rev.do Padre Serafino si sono avverate: voi tutte ne siete testimoni e sapete pure che non sono stata io ad introdurre nella Congregazione allora appena fondata,  [p 31]  un  Monastero di vita contemplativa che, per sua natura, dovette staccarsi dalle rimanenti case della Congregazione. Lo leggerete nel seguito della Storia: il Signore non fa le cose a metà, e quando giunse  il tempo, egli si servì di un altro suo grande Servo: il Visitatore Apostolico, l’Abate Mauro M. Serafini, per consigliare e aiutare praticamente l’effettiva divisione degli scopi della nostra Congregazione.

Ammiriamo, mie care figliuole, la bontà della divina Provvidenza, che interviene sempre direttamente a guidarci e a condurci al compimento della volontà santissima di Dio nell’opera della nostra santificazione, quando noi, con docilità, ci abbandoniamo alla sua condotta.

Impariamo anche a non aver fretta: questa luce, in quel tempo ancora così oscura, doveva metterci quindici anni a rivelarsi, ma quando si rivelò, non lasciò più alcun dubbio sulla sua provenienza. Dio aveva parlato ed effettuava la sua parola! Come bisogna essere attenti  nella vita ed intelligenti, per non sbagliare  [p 32]  nell’interpretare la divina volontà. Ma non precipitiamo gli avvenimenti.


Cessati i lavori per la stagione troppo inoltrata nell’inverno, incominciammo a pensare seriamente alla formazione della Casa spirituale, ai soggetti, cioè le religiose, che dovevano costituire la futura Comunità, ed era quella una preoccupazione di ben altra importanza che non la Casa materiale!

Era necessario avere qualche persona che conoscesse la vita di Comunità e le usanze della vita religiosa, informata a quello spirito retto e santo che desideravo stabilirvi e a tutte quelle minute particolarità che, nel loro insieme, costituiscono il fondamento della vita stessa.

Ed il Signore, che, solo, disponeva di ogni cosa, vi provvide.

La vigilia della festa della Beata Maria degli Angeli, 15 dicembre, nella Chiesa di  Santa Cristina in Torino,  il  [p 33]  Rev. Padre Leopoldo Beccaro, perché facesse parte della nuova Comunità, ci propose una religiosa Agostiniana, il cui monastero, per mancanza di redditi, andava disfacendosi.  Si tratta della nostra cara e veneranda Madre Teresa di Gesù  (al secolo Elisa Parodi, da Pra-Genova) che Dio, con la sua divina Provvidenza, ha da sempre conservata per il bene della Congregazione. Noi tutte le dobbiamo amore e riconoscenza quale Veneratissima prima Madre e per quello che ha già fatto in passato e, con la sua presenza e il suo esempio fa ancora al presente, come pure per l’affetto vivissimo che ha sempre avuto per l’Opera e per la mia povera persona in particolare.

Madre Teresa avrebbe dovuto passare i mesi che ci separavano dal luglio venturo, nella Casa delle Suore Terziarie Carmelitane di Genova. Qui formarsi allo spirito e agli usi carmelitani, vestire il nuovo Abito e professare la nuova Regola. Così si sarebbe preparata alla  [p 34] sua missione e,  all’epoca  della fondazione sarebbe venuta nella casa preparata a Marene, accompagnata dalla Rev. da Madre Flavia Teresa di S. Giuseppe, Sottopriora e Fondatrice delle Suore Terziarie di Genova, la quale acconsentiva a dimorarvi sei mesi, per incominciare e dirigere la futura Comunità.

Il buon Dio sia mille volte ringraziato e benedetto! Egli che ha dato le religiose capaci a dirigere la nuova fondazione, le darà anche quelle destinate a formarla: le postulanti, che, ardenti dal desiderio di consacrargli la vita, verranno a cercare nell’asilo santo, l’arca di pace! E i soggetti non si fecero attendere… Il Signore, che ben sapeva dove dimoravano le anime che qui voleva chiamare, andò a battere alla loro porta e, per prime, si presentarono al Rev. do Don Gallina le postulanti Teresa Macchetta  e Rosa Argentero, native l’una di Caselle Torinese e l’altra di Torino. Una giovane di Marene seguì le prime: Catterina Fissore, che venne accettata come Conversa  [p 35]  e a lei si aggiunse  la  Sig.na Enrichetta Rossi, postulante delle Carmelite di Moncalieri che, per salute, non reggeva alla stretta osservanza della clausura.

La Casa era formata da una Priora sperimentata, da una religiosa da dieci anni professa, come Maestra delle novizie, tre postulanti Coriste ed una Conversa… Dio aveva provveduto a tutto: nel suo piccolo, nulla mancava di necessario alla Comunità che si andava formando.

Nulla mancava: neppure la Regola che doveva dirigerne la vita. Il Rev.mo Padre Leopoldo ci fece consegnare le sante Costituzioni e il Cerimoniale che usavano le Suore Terziarie di Genova e ci indicò alcune modifiche da introdurre, per formare le Costituzioni proprie che avrebbero dovuto reggere la futura Comunità. Incominciammo allora ad occuparci di Costituzioni, di usi, di cerimonie; intraprendemmo quel lavoro che doveva essere la nostra principale occupazione, anzi, preoccupazione, per il corso di tanti anni. [p 36] Oh, se avessi intraveduto l’avvenire…

 

Anno 1894 (Data  inserita  successivamente da altra mano)

 

Nella primavera si ripresero i lavori di adattamento della Casa, verificati più volte dal Rev.do Padre Gerardo Beccaro e da altri religiosi e si proseguirono alacremente fino al compimento.

Il gran giorno della Fondazione era prossimo… Ah! perché non poté più vederlo il nostro carissimo cugino Canonico Angelo Osella di Carmagnola? Egli, che molto volentieri si era unito alle numerose benedizioni di Sua Ecc. Rev. ma Monsignor Arcivescovo; che ci augurava che la Vergine SS., da noi onorata nelle primizie di Sua venerazione, colmasse il nostro cuore di celestiali favori e che le delizie del Carmelo si rinnovassero in Marene e nella Casa dei nostri antenati, non doveva visitare i lavori compiuti.

Da cinque mesi, troppo presto, egli ci fu da Dio rapito, ma in quei giorni, dal Cielo ci guardò certamente, godette e pregò per noi. Povero Angelo, vale!

 

VOLUME SECONDO

IN COSTRUZIONE

 

 

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