Omelia professione perpetua suor Anna

Omelia di Mons. Don Giuseppe Rizzo, vicario della vita consacrata per la diocesi di Treviso

DOMENICA 13 SETTEMBRE 2015

 Carissima Suor Anna, carissimi fratelli e sorelle,

immaginiamo di essere noi stamattina a far corona al Signore Gesù nella scena raccontata dall’evangelista Marco. Dio ci ha dato appuntamento su questa Parola costituita da una domanda e da una risposta.

La domanda è divisa in due parti: la prima è di avvicinamento, la seconda è un affondo a cui non si sfugge.

Non avremmo difficoltà a rispondere alla prima: <<La gente chi dice che io sia?>>.

E noi a rispondere prontamente: <<Signore, ne dicono tutti di tutti i colori. Dicono che sei una leggenda, un mito, una favola bella: tutte costruzioni interessate dei tuoi discepoli.

Che proponi cose impossibili e, siccome è difficile accettarti per quello che dici di essere, gli uomini hanno ricamato sulla tua storia tutte le loro piccolezze, la malafede, i sospetti, le dietrologie possibili e immaginabili.

Hanno coinvolto i tuoi discepoli, uomini e donne, nelle fantasie più fatue e perverse… Perché tu non puoi essere quello che dici di essere!

Eppure tu pensi, Signore paziente: basterebbe che gli uomini riflettessero sul mistero che essi sono per giungere al tuo mistero: dal mistero del ruscello al mistero della sorgente.

E se sondassero la propria anima e la ascoltassero in silenzio, sentirebbero salire dalle profondità un desiderio, si aprirebbe un orizzonte che esige l’infinito.

Non l’infinita quantità delle cose di cui ci circondiamo e che non appagano mai, perché l’istinto di possesso di cose e persone non si placa mai. Lo può governare solo un’anima illuminata dalla ragione e dalla fede.

Ma è la seconda domanda la più inquietante e decisiva:

<< Ma voi, chi dite che io sia?>>:

Gesù si attende una risposta comunitaria: una risposta da questa comunità parrocchiale, da tutti i battezzati e, successivamente, dalla sinfonia di tutte le vocazioni che arricchiscono questo popolo di Dio: i presbiteri, le suore, le famiglie, le associazioni e i gruppi ecclesiali, i giovani, gli adulti, gli anziani…

Ogni situazione umana ha la sua risposta da dare. E già su questo versante avremmo motivi per riflettere.

Ma poi giunge la domanda personale e la risposta personale:

<<Ma tu, chi dici che io sia ?>>

<<Chi sono io, per te? Che cosa rappresento nella tua vita?>>

Non possiamo nasconderci dietro la fede degli altri, solo ai bambini questo è concesso, finché sono bambini…

Eccoci, di fronte a Gesù che è in attesa della nostra risposta.

Non è nuova la domanda, essa attraversa tutta la storia sacra, nell’Antico e Nuovo Testamento… Dio non ha mai smesso di verificare il rapporto con le sue creature. La verità di Dio si accompagna alle verità sull’uomo, questo è il senso della domanda di Gesù: mentre chiede la verità su di sé, intende sondare la verità dell’interlocutore, della sua umanità.

E’ esattamente quello che si riscontra nella storia di Giobbe, del suo dialogo, del suo drammatico scontro con Dio. Alla fine Giobbe si arrende con una professione di fede che attraversa i millenni e le civiltà e giunge sino a noi:

“Ascoltami e io parlerò,

Io ti interrogherò e tu mi istruirai!

Io ti conoscevo solo per sentito dire,

ma ora i miei occhi ti hanno veduto” (42,4-5).

Giobbe ha compiuto il cammino, ci ha messo di mezzo la vita e finalmente è pronto per il suo atto di fede. Non si è sottratto alle prove che Javhè aveva previsto per lui, per la sua salvezza.Pietro avanza la sua risposta alla seconda domanda. L’apostolo, lo sappiamo, nel vangelo di Marco è già voce di tutta la Chiesa. Ed ecco fiorire la professione di fede: <<Tu sei il Cristo!>>.

Ma non sono parole a buon mercato, come presto ascoltano e imparano i discepoli:

<<Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua>>.

Ed è proprio quello che tu fai esemplarmente stamattina, Sr. Anna, nella parrocchia in cui compi il tuo servizio, avendo accanto come testimone Scorzè, la tua comunità battesimale; di fronte alla Madre Generale e alle consorelle dell’Istituto della Suore Carmelitane di S. Teresa di Torino; di fronte alla tua famiglia che, dopo averti presentata al Signore per il battesimo, ti consegna oggi per sempre al servizio nel Tempio della gloria di Dio, che non è un concetto astratto, ma è il luogo in cui sarai chiamata a servire e a donarti.

Queste parole sono per tutti, ma oggi le sentiamo rivolte anzitutto a te. E vogliamo aiutarti a comprenderle nel loro esatto e profondo significato.

Per questo, prova a sostituire “croce” con “vita”:

Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua vita e mi segua…”

Ti accorgi che questo spostamento illumina meglio il versetto seguente:

<<Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà>>.

E’ giusto che sgombriamo subito il campo dalle fantasie: Gesù, con l’invito a prendere la croce dietro a lui, non chiede altro che di prendere sul serio la vita, dandole il valore giusto, che è quello di un dono assoluto, senza misura.

Questo te lo insegnano i santi, i grandi santi carmelitani; ma te lo hanno già insegnato i tuoi genitori, i tuoi educatori, le tue consorelle.

Proprio la vita, assunta come esperienza di morte e risurrezione, è l’essenza del discepolato.

Una persona e una comunità sono ricche non di ciò che possiedono, ma di ciò che donano. E’ quello che intende dire Gesù con la rigorosa parola che abbiamo accolto dalle sue labbra.

Donandola, tu oggi assicuri per l’eternità la tua vita. E questo ti fa sorella di tutti gli uomini e tutte le donne del mondo.

C’è una metafora della vita umana che mi è sempre piaciuta per la sua leggerezza e suggestione: quella del gabbiano Jonathan Livingston. Il suo volo si libra nel silenzio dei cieli e dell’oceano e genera una musica interiore: “Egli imparò a volare e non si rammaricava per il prezzo che aveva dovuto pagare. Scoprì che erano la noia e la paura a rendere così breve la vita di un gabbiano”.

“Quei gabbiani che non hanno meta ideale e che viaggiano solo per viaggiare non arrivano da nessuna parte, e vanno piano. Quelli invece che aspirano alla perfezione, anche senza intraprendere nessun viaggio, arrivano dovunque e in un baleno”.

Ma Jonathan, che ha raggiunto la quarta dimensione, il volo perfetto fuori del tempo e dello spazio, rientra ora nel gruppo degli altri gabbiani.

Fletch, il suo compagno e amico, gli sussurra: “Ma di un po’, come fai ad amare una tale marmaglia di uccelli…”.

Ed ecco la sua risposta, la tua risposta, cara Sr. Anna: “… bisogna esercitarsi a discernere il vero gabbiano, a vedere la bontà che c’è in ognuno, e aiutarli a scoprirla in se stessi. E’ questo che intendo io per amore…”.

Penso al “vero gabbiano” che abita, nascosto o forse esiliato, nel cuore di tanti giovani, anche fra i presenti. Mi auguro e prego che la tua scelta, il tuo volo alto e libero, suggerisca anche a loro un volo alto e libero.

Ricorda, Sr. Anna che la tua scelta ha un prezzo, esattamente quello della tua vita.

Verità che ti è suggerita, dai primi versetti del III Canto del Servo di Javhè, profezia di Cristo Servo, di cui tu porterai il nome.

Il testo, in un crescendo potente e affascinante, racconta, quasi 600 anni prima degli avvenimenti, la passione, la morte e la glorificazione di Gesù…

“Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (53,4.5.passim).

Dio ti ha assegnato, anzi ti ha consegnato, ai tuoi fratelli, soprattutto ai giovani e alle giovani famiglie. A te, che ti sei messa dietro a Cristo, come ordina Gesù a Pietro, per salvarlo dalla sua impertinenza mondana e come viene indicato ad ogni discepolo, è chiesto di porre i tuoi fratelli e sorelle dietro a te, mettendo te di fronte Dio, ad implorare per loro, soprattutto nell’imminente “Anno Santo della Misericordia”.

Molti ti chiederanno come sei giunta a questa decisione, perché l’hai fatto, come ti sei pensata di rinunciare a tutto quello che arride alle ragazze e alle donne della tua età.

E tu dirai che nella tua vita c’è un mistero non un problema, e questo mistero è la vocazione.

Chi ha scoperto già la sua vocazione ti comprenderà e sarà d’accordo con te. Perché una vocazione è un privilegio, unifica la vita, la rende raccontabile. Finché una vita non coincide con una vocazione non si può raccontare come una storia vera: è solo una somma di giorni slegati, in attesa…

Ma chi non capirà facilmente ti dirà che sei fuori di testa.

Scriveva Kirkegaard in un suo densissimo pensiero:

“L’amore è la forma estatica della fede”, in quanto “ credere significa amare, significa essere fuori di sé”, in un altrove più grande e misterioso. Tu hai avuto la grazia, come scriveva il filosofo Wittgenstein, di essere partita, come gli altri, per un giro intorno a te stessa, ma alla fine puoi dire:

“Sono partita per esplorare i confini dell’isola, ma ho scoperto le rive dell’Oceano”.