INDICE

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INTRODUZIONE A

" I MIEI VIAGGI "

 

  

Contenuto

Il Volume descrive dodici viaggi, svoltisi dall'11 Luglio 1886 al 12 Maggio 1891, come si può confrontare nell'Indice in calce.

 

 

Descrizione

Il Volume è formato da  tredici quaderni a righe rilegati.

E' composto di 498 pagine, numerate a matita dalla S. d. D. e, con probabilità, successivamente alla data di stesura. Le prime 264 pagine sono manoscritte autografe con inchiostro nero. Le pagine 265 e 266 sono bianche. Da p 267 a p 498 sono scritte da altra mano e riportano poesie, canti, bozzetti, dialoghi. Il Volume inizia e termina con due fogli grigi, uno dei quali è incollato alla copertina. Sulla prima riga del primo foglio bianco una mano estranea ha scritto con inchiostro stilografico nero: "Manoscritti della N.V.M M. Fondatrice."

 

I fogli sono ingialliti per l'usura del tempo e recano il margine a sinistra. Il secondo foglio bianco porta l'intestazione del Volume, scritta in tondino: "I miei viaggi" e con inchiostro nero. Nel mezzo della pagina, in alto, è incollato un mazzolino di roselline rosa di carta. A p 100 e a p 138 la S. d. D. traccia il grafico dell'itinerario del viaggio Briançon - Gap e di quello Gap - Corps.

 

La copertina è cartonata, a chiazze di colore bianco-nero-rosso; il dorso è in tela nera. Il taglio era bianco in origine.

 

Il Volume è del formato di cm 15,9 x cm  20,8.

 

 

NOTE FORMALI

 

Calligrafia

E' slanciata, inclinata a  destra, curata   

I  titoli  di ogni viaggio sono scritti in tondino grassetto.

 

Lettera maiuscola

E' usata  con abbondanza  per i nomi propri di persone e di luoghi, e per

quanto si riferisce a Dio ed al sacro.

 

Stile

Lo stile è ridondante. I nomi delle località sono frequentemente errati. La S. d. D.  probabilmente li scrive come li ode pronunciare. Ad es. scrive: S. Balegno invece di S. Benigno; Cantorìa, invece di Cantòira ecc.

 

Osservazioni

La S. d. D. non redige il racconto dei suoi viaggi contemporaneamente o almeno a breve distanza dal loro verificarsi. Ce lo dice ella stessa nella descrizione del "Viaggio II° - 10 Agosto '86": "Oggi che scrivo, alquanti anni dopo l'effettuazione di tale viaggio, non starò a descriverlo nei suoi particolari" (p 17). Tale nostra affermazione si fonda sull'osservazione attenta della grafia che risulta sempre ugualmente scorrevole e uniforme, non rivela interruzioni brusche, cambio di pennino o di inchiostro e lascia intravedere una redazione a tavolino, pacata e serena.

 

Il primo viaggio la porta a Novara, "bella città, abbastanza elegante", dove ricorda di aver notato "una speciale simpatia per Cavour, piazza Cavour, monumento a Cavour, caffè Cavour". Osserva con fine umorismo: "Cavour c'entrava dappertutto!" (p 7).

 

Il 14 Ottobre 1886 è a Roma, ricevuta in udienza privata da Leone XIII, insieme con la mamma e gli amici. La narrazione di questo momento emozionante è dettagliata: Giuseppina non ha ancora 15 anni. Ci viene spontaneo avvicinare questo 14 Ottobre 1886 al 20 Novembre 1887, giorno in cui un'altra adolescente e futura carmelitana, Teresa Martin, si inginocchiava ai piedi di Leone XIII per chiedergli la grazia di entrare al Carmelo a 15 anni. Giuseppina non chiede nulla, ma porta in cuore lo stesso sogno di Teresa e ascolta dal Papa un programma di vita tutto per lei: "Ubbidienza ai genitori, fuga delle occasioni e grande frequenza ai Sacramenti" (p 41).

 

Vivace e pittoresca è la narrazione del primo viaggio a Napoli (1886). L'impressione che riporta dalla visita alla città partenopea è negativa. La prima cena? "Ci portarono brodo nero, carne dura: è inutile dire che non mangiammo" (p.46). L'albergo-pensione? "Un vero alloggio alla napoliella, ve l'assicuro io!" (p 47) e prosegue nella descrizione di particolari che vanno letti in fonte, tanto sono vivaci e veristi (pp 47-49). Termina con queste parole che sono quasi un respiro di sollievo: "Come volentieri ci sedemmo a mangiare un pranzo, preparatoci alla piemontese, e servitoci da un cameriere di Novara, dopo un sì lungo forzato digiuno!  Ah  per quel giorno bastava!" (p 55).

Le bellezze naturali e artistiche tra le quali passa la riempiono di ammirazione, ma il suo cuore e il suo entusiasmo vanno "alla nostra Torino" (p 17). Alla sua città ritorna felice e quasi con un certo sollievo. Frequentemente paragona le meraviglie che incontra a certe vantaggiose prerogative della sua Torino: "Eravamo di ritorno a Torino che possiede l'inestimabile vantaggio dei suoi portici, che si desiderano tanto quando si è in altre città in cui il tempo non si dimostra benigno" (p 68).

 

Interessante è l'annotazione circa l'VIII° viaggio nel Maggio 1890, in cui passa per S. Benigno Canavese: "Visitammo l'Istituto di Don Bosco". Il Santo è morto da due anni appena.

 

Il 4 Agosto 1890 (la S. d. D. non ha ancora 19 anni) nel pellegrinaggio che la porta al Santuario del Laus e della Salette, passa per Cesana di cui ci lascia una fresca descrizione: "A Cesana le donne ti offrono un bellissimo costume: vestite letteralmente di nero, colla cuffietta candida, ti danno l'idea della massima pulizia... Vi è una fontana pubblica e qui si vedevano queste donne ad attingere acqua in certi secchiolini lucenti che era un piacere vederli" (pp 92-93).

Narrando il tragitto Briançon-Batie Neuve, percorso in treno, rifà il verso onomatopeico della locomotiva: "La macchina sbuffa, fischia e tram, tram, tram il treno si mette in movimento" (p 98).

 

I pellegrinaggi cui la S. d. D. partecipa insieme alla mamma, a sacerdoti amici e a conoscenti, sono accompagnati da preghiere e da canti. Anche gli abitanti dei paesi per cui la comitiva transita, escono al suo passaggio, congratulandosi con i pellegrini e unendosi alle loro preghiere. Non mancano seri pericoli, attraverso strade impervie, alla mercé di muli capricciosi e di cavalli imbizzarriti.

L'allegria è una delle note dominanti di questi viaggi. Giuseppina fa parte di comitive serene, composte da signore e signori della nobiltà e della borghesia torinese e piemontese e da sacerdoti coraggiosi, pieni di brio e di iniziativa. Anche nei pericoli e nei disagi il buon umore non viene meno: "Vispa, ilare, correvo felice su quella strada, rammentando le avventure della notte e ridendoci sopra saporitamente con quei cari compagni di viaggio" (p 94, al Monginevro). "Seduti dinanzi al caffè, presso l'Hotel, passammo un'ora della più schietta e cordiale allegria" (p 135; a Gap).

"Trovammo gli edelwais e la canfora e ci divertimmo moltissimo" (p 70, al Lago Bianco  del  Moncenisio).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

I  MIEI  VIAGGI

  

 

Anni  1886 – 1891

 

 
 

VIAGGIO 1°

 

TORINO - NOVARA - VARALLO - ORTA -

MOTTARONE - ARONA - TORINO

 

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11  AGOSTO 1886  *

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[p 1]**  E' il primo viaggio che feci e partii felice. Saliti alla stazione di Porta Susa a Torino, il treno in tre ore ci portò a Novara - Novara è una bella città, pulita, [p 2] abbastante grande, elegante. Mi ricordo di avervi notata una speciale simpatia per Cavour: via Cavour, piazza Cavour, monumento a Cavour, caffè Cavour; Cavour c'entrava dappertutto.

E appunto dinanzi al caffè Cavour noi eravamo alloggiati, e in grazia sua non dormimmo  la notte, poiché pare che a Novara vi è l'abitudine di tenere i caffè aperti, e di trattenervisi a fare il baccano fino oltre alle due o alle tre del mattino.

Dopo aver visitato il bellissimo Duomo di S. Gaudenzio colla sua celebre torre, opera del nostro professore, architetto Antonelli, partimmo il domani, lunedì, alle due dopo mezzogiorno, per Varallo, dove alloggiammo all'Hotel della Posta.

[p 3]  A Varallo ci fermammo otto giorni. Tutte le mattine ci portavamo al Sacro Monte, distante da Varallo una mezzoretta, di una salita piuttosto rapida. Al Sacro Monte trovasi rappresentata al vivo tutta la vita del nostro adorabile Salvatore, in quarantanove cappelle. Le statue sono opera in parte del celebre scultore e pittore Gaudenzio Ferrari, che la città di Varallo si gloria di nominar suo figlio, e in parte di alcuni suoi allievi. Bellissime fra le belle io trovo le cappelle della tentazione di Gesù Cristo nel deserto, e di Gesù [p 4] nell'Orto di Getsemani. Compisce il Sacro Monte la magnifica Chiesa dedicata a Maria S.S. Assunta in Cielo. Al disopra dell'altare maggiore vi è un gruppo di Angeli che portano sulle nubi l'avventurata Madre del Signore e nella cupola altissima con statue e pitture è raffigurato il Cielo in festa, che esulta per la venuta della sua Regina. Quattro scaloni conducono poi ad una cappella sotterranea, ove, sotto all'altare maggiore, si vede la tomba della S.S. Vergine aperta e vuota. L'assieme di tutte queste meraviglie rendono celebre il Santuario di Varallo, che è  ben degno di essere visitato.

[p 5] Nei giorni che ci siamo fermati a Varallo abbiamo fatte bellissime escursioni. Basti il citare quella al bellissimo Ponte della Gula, gettato sopra un orribile precipizio sul fianco di due montagne che unisce, e quella su per la collina, passato il torrente Mastallone.

Da Varallo partimmo in vettura diretti ad Orta e ricordo ancor sempre quelle ore interminabili sotto la sferza del sole... da circa le otto del mattino, giungemmo alle due pomeridiane.

Ma la bellezza del lago d'Orta, colla sua isola di S. Giulio nel bel mezzo, ci ripagò ad usura della fatica durata per giungervi. Ad Orta, città, faceva un [p 6] caldo  insopportabile  e  noi si passava gran parte del nostro tempo o in barca in giro pel lago, o sul battello in visita alle città  del littorale, a godersi la brezzolina che veniva dall'acqua.

Orta ha anch'essa il suo Sacro Monte, ma di gran lunga inferiore a quello di Varallo: trovai interessante l'ossario, in forma di cappella, costrutta con ossa umana. Era la prima che vedevo, di questo genere.

Da Orta partimmo, non più in vettura, ma a cavallo ai muli. La cavalcata, che si passò  prima con un po' di spavento, poi con la miglior allegria, durò circa sei ore [p 7] e giungemmo al celebre Hotel Guglielmina,  sul Mottarone, verso le otto di sera.

Il domani mattina ci svegliarono alle tre e mezza, prima ancora dell'alba, per recarci, sulla più alta cima del monte, a vedere la levata del Sole. E il sole, che pareva uscisse dimezzo alle onde del lago Maggiore, si alzava adagino adagino e si specchiava nel monte Rosa, che si trovava di fronte. Fu un bellissimo spettacolo.

Il Mottarone è una cima isolata, elevata sul livello del mare credo 1400 metri, ove lo sguardo spazia senza difficoltà  per l'immenso orizzonte.  

[p 8] A' suoi piedi si stende, da un lato, il lago di Orta e dall'altro la vasta pianura Lombarda coi suoi maggiori sei laghi che si vedono distintamente. E la sera faceva un magico effetto il vedere le città  principali del lago Maggiore e in specie Suna e Pallanza rispecchiarsi sulle limpide acque del lago.

A piedi scendemmo il fianco del monte, pittoresco ed ameno se si vuole, ma quant'altri mai faticoso e verso le cinque toccammo Baveno, per salire sul battello che doveva condurci ad Arona. Fiancheggiammo le isole del lago, senza visitarle e ci godemmo la bellezza della veduta, il fresco della serata e il lieve dondolar dell'onde, [p 9] per oltre un'ora.  Ma giunti ad Arona il caldo si rifece sentire soffocante e non ci lasciò  chiudere occhio. Il domani il celebre San Carlone ed il villaggio di Oleggio Castello furono la meta delle nostre escursioni.

A Oleggio Castello visitammo il giardino del marchese Del Pozzo in cui egli raduna, con caro buon gusto, quasi tutte le specie conosciute nostrali ed esotiche di begonie e di altri fogliami. Il dopo pranzo, dopo di esserci ancora divertiti un pochino in una passeggiata sul lago, partimmo per la nostra Torino, che pose termine al nostro viaggio.

 

 

 

 

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VIAGGIO II°

 

TORINO - SUSA - MONCENISIO -

MODANE - TORINO

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10 AGOSTO. 86

 

[p 10]  Susa, se ne levi i suoi ricordi storici e la sua posizione importante per trovarsi sui confini della Francia, è  una cittadina che non merita di essere descritta.

Da un lato si apre la via che traversando il Moncenisio, conduce a Modane, la quale,  dovuta a [p 11] Napoleone il Grande, era un tempo frequentatissima per il passaggio dalla Francia all'Italia; ora però un poco dimenticata per seguire il celere traforo del Cenisio. E questa via, che, passando presso alla bellissima valle, ove è  posta la Novalesa, costeggia il torrente Roncia, ed incontra alcune belle cascate che rinfrescano il viaggiatore; noi abbiamo salita in un comodo landeau, la mattina dell'undici Agosto, per recarci all'Ospizio sul Moncenisio. Ci ricevette gentilissimo il Cavalier Lombardi che ci assegnò due bellissime camere, che ci disse aver appartenute  [p 12] l'una a Sua Santità il Papa Pio VII e l'altra al principe Umberto ora re d'Italia.

Al Moncenisio esistono i grandi forti di sicurezza della frontiera: Varisella, Roncia, Cassa e in costruzione il Paterense. Visitammo il Cassa co' suoi venticinque cannoni e coi piccioni viaggiatori. Son sessanta sempre pronti per partire e li vedemmo un giorno sollevarsi in alto, librarsi così  un pochino sull'ali e poi prendere il volo e dirigersi diretti al luogo destinato. Ciò che rende delizioso il soggiorno del Moncenisio è il suo lago, in cui il cielo si specchia in tutta la sua  limpidezza, e gli dona tutte le sue tinte così  [p 13] belle e così  variate. Il lago è di proprietà esclusiva del parroco del luogo che lo fa fruttare colla pesca delle sue rinomate trote. Delle quali conserveremo sempre memoria, avendone gustate tante, cucinate in modo squisito, dal cuoco dell'Ospizio, per il che bisogna tributargli i meritati elogi. E la pesca era oltremodo divertente: noi abbiamo avuto la fortuna di assistervi due volte in barca coi pescatori, e così andammo anche al piccolo isolotto che sorge verso il fine del lago. E' piccola terra incolta, ma luogo ove trovai fiori che indarno cercai in altre parti della montagna. [p 14] E di questi fiori ebbi l'onore di donarne all'ammiraglio Acton, che, grande botanico appassionato, se ne era invaghito.

Il Moncenisio, del resto, non è luogo delle pittoresche vedute: cinto all'intorno da alte montagne che chiudono l'orizzonte, si stende in una vasta pianura. Ma passato il confine francese le montagne si allargano e si entra in una vasta, fertile e ridente valle che ti riposa lo sguardo e ti infonde pace. In fondo di questa valle è  situato Lanslebourg.

Scendendo dal Moncenisio toccammo Lanslebourg, e dopo aver ammirato il bellissimo forte Esseillon fabbricato [p 15] sulla nuda roccia presso Vercey, ci fermammo a  Modane. Ma Modane non corrispose punto alla mia aspettativa: è una cittadina di duemila e cinquecento abitanti chiusa in fondo di altissime montagne, continuamente dominata dai venti, non meriterebbe certo la sua rinomanza se non fosse per trovarsi in essa l'apertura del traforo del Frejus.

Modane adunque non meritava che si spendesse molto tempo in visitarla e alle tre ripartimmo, in ferrovia, passando pel Frejus, in volta della nostra Torino.

 

 

 

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VIAGGIO III°

 

TORINO - FIRENZE - ROMA -

NAPOLI - POMPEI - PISA

GENOVA - TORINO

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4 OTTOBRE -  86

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[p 16]  Dopo al quanto di esitazione ci decidemmo per questo viaggio alle principali città  d'Italia, che doveva durare un mese, ma che prometteva compensi grandissimi, ai disagi ed alle privazioni cui eravamo per andare incontro.

[p 17] Oggi che scrivo, alquanti anni dopo l'effettuazioni di tale viaggio, non starò a descriverlo nei suoi particolari, perché, in primo luogo, temo di non saper ricordare con abbastanza precisione le cose vedute, e poi, perché spero, con molto fondamento, di rinnovare fra breve tempo, la visita a tali città e di darle in allora un'ampia e particolareggiata descrizione.

Firenze, la bella, la gentile Firenze, si presentò a noi la sera del giorno 4 Ottobre. Era ben dessa quella desiderata città  per la quale, lasciata la nostra Torino, avevamo viaggiato per ben dodici ore,  traversando  [p 18]  tutta l'Alta Italia ed i pittoreschi Appennini!

Era ben dessa quella Toscana terra ove risuona con tanta purezza quell'idioma gentil di cui io vò tanto altera! Sì: ero a Firenze ed è molto se, vinta dalla fatica, ebbi pazienza a dormir quella notte. Il mattino ci mettemmo subito in moto e Santa Maria del Fiore, il Battistero, la Chiesa di Or San Michele, ove si venera la celebre statua di Sant'Anna, la patrona dei Fiorentini, furono le prime ad essere visitate.

Magnifico il Duomo, in pietra nera e bianca, col  suo campanile di Giotto e la cupola del (cancellato dalla Madre, ma riportato ugualmente per fedeltà al testo: [p 19] Michelangelo) Brunelleschi, che, si vuole, non minore in bellezza di quella di San Pietro in Roma. E' fama, ed i Fiorentini lo raccontano con gloria, che Michelangelo chiamato da Papa Giulio II in Roma per fare la cupola alla Basilica Vaticana, abbia  valutata  la sua opera prima, con quelle parole:

Addio, o cupola, vado a farne un'altra, più grande di te, ma non più bella.

E il Battistero sulla stessa piazza e presso il Duomo, non è minore in bellezza: sono a ricordarsi le sue porte in bronzo massiccio, su cui è  rappresentata la vita di San Giovanni Battista.

[p 20]  Nella piazza,  in cui è il monumento, credo, di Dante, s'innalza la Chiesa di Santa Croce, in cui nelle loro grandi tombe dorate, dormono l'eterno sonno gli illustri che onorarono l'Italia: Dante, Michelangelo, Vittorio Alfieri, Galileo Galilei...

In piazza San Marco visitammo la Chiesa dell'Annunziata, ammirabile per le sue splendide decorazioni. In fondo la Chiesa vi è l'altare in argento massiccio, fatto innalzare dal principe Ferdinando, re di Napoli. E la Chiesa di Santa Maria Novella colla sua celebre farmacia e quella di  S. Fiorenzo e la cappella dei Medici, ove si mostrano le      [p 21] tanto rinomate statue del Giorno e della Notte di Michelangelo, attrassero la nostra attenzione. Ma la Chiesa di Santo Spirito non la potemmo visitare, perché era già  in sul far della sera ed il Tempio si chiudeva allo scoccar delle ventiquattro, come, interrogata, ci disse una  buona vecchierella.

Il palazzo Pitti, ora palazzo reale, a Firenze è splendido: basti il ricordarne la sala delle gemme e quella degli argenti antichi. E bellissimo è pure il suo giardino di Boboli co' suoi grandi viali, le sue fontane e grotte pittoresche.

Ben degna poi della sua rinomanza è la passeggiata [p 22] di San Miniato al Monte. Fermatisi un tratto dinanzi la statua del David, colla fionda in mano, il capolavoro di Michelangelo, ci fermammo a visitare il Tempio ed i diversi Cimiteri.

In piazza della Signoria sorge il Palazzo Vecchio che visitammo tutto dalla sala dei cinquecento e dei duecento fino a che trovammo la libera entrata; come pure la gran galleria dei quadri, che trovasi lì presso, ed il museo anatomico vicino alla piazza S. Marco.

Il Bargello, presso la Chiesa di San Fiorenzo, attirò pure la nostra attenzione e rimanemmo stupiti ed inorriditi  [p 23] alla vista di tanti strumenti, chissà quante volte adoperati negli atroci e crudeli supplizii.

Tre giorni interi soltanto passammo a Firenze, ma, posso assicurare, che non restammo un minuto inoperosi. E ne è prova il numero grande delle cose visitate in sì poco tempo.

Andammo pure a Fiesole, ove visitammo il museo e l'anfiteatro e nel ritorno ci fermammo al Castello Demidoff, vero medioevale.

Abbiamo avuta la fortuna insperata di essere a Firenze il 6 Ottobre, giorno in cui cade la festa di San Bruno fondatore dei Certosini.

[p 24]  In  quest'unico giorno nell'anno è permesso, a noi donne, di visitare le Certose. Il  Signore ci preparava questa sorpresa, mercé la quale abbiamo potuto godere di una bella giornata, a malgrado della pioggia che cadeva dirotta.

La Certosa in Val d'Ema è distante una mezz'ora di vettura da Firenze, ed è posta in una ridente posizione sul fianco di una collina sparsa di olive.

La Chiesa è bellissima e grande e racchiude un gran numero di tombe antiche. Il cortile del convento è  circondato [p 25] da un porticato sotto il quale si aprono le celle, abitazione dei monaci.

Ogni cella si compone di quattro piccole camerette e da un altresì piccolo giardino. Il monaco può  studiare, al che il Convento gli fornisce i libri necessari, a lavorare in che più gli aggrada, coltiva il suo piccolo giardino e dimora continuamente solo nella sua cella, non uscendone che per andare agli uffizi nella Chiesa comune, e non parlando mai con nessuno, nemmeno con il frate che gli porta il pranzo ed il lume.

Abbiamo avuta la fortuna non solo di visitare la Certosa ma ancora di vedere i Padri che passeggiavano [p 26] sotto il porticato e che avevano dipinta sul volto tale un'aria di pace e di serenità , che ti metteva invidia e ti faceva quasi desiderare di dimorare in quel luogo. Oh! come è  vero che è soave il giogo del Signore!

Il giorno 7 Ottobre lo passammo ancora intiero a Firenze. Eravamo alloggiati all'Albergo della Luna presso la via Calzaioli e la piazza della Signoria e dalla nostra camera udivamo sempre a rimbombare la gran campana del Palazzo Vecchio. In mezzo al Cortile vi è [p 27] una gran vasca in porfido, oggetto di valore, e sulle mura esterne del Palazzo  si mostra una testa opera di Michelangelo. Michelangelo stava appoggiato al muro discorrendo con amici e mentre parlava, con un chiodo dietro di sé  incideva nella pietra. Quando si scostò a guardar l'opera sua apparve una bellissima testa, che ora fanno ammirare dai viaggiatori.

Sull'altro lato della piazza, di fianco ai portici degli Uffizi che conducono all'Arno, sorge la bellissima galleria dell'Orgagna (sic!) (nome dell'architetto) (canc rip: Schiavoni)  sotto cui sono gruppi e statue e nella piazza vi è la fontana del Biancone rappresentante Nettuno.

[p 28]  Di notevole a Firenze posso ancora citare la  Chiesa di San Lorenzo nella Piazza dello stesso nome, la quale possiede due gran pulpiti in bronzo sostenuti da colonnette di marmo che formano l'ammirazione del visitatore.

Il giorno otto col treno delle otto antimeridiane partimmo per Roma. Alla stazione trovammo mio Padrino, Ispettore delle strade ferrate al Ministero dei Lavori Pubblici, che ci condusse all'Hotel Anglo Americain in Via Fruttin presso piazza di Spagna.

Risiede Roma sopra un piano ondulato, formato da parecchi colli, [p 29] sia naturali che artificiali ed è divisa in due parti ineguali dal fiume Tevere. I colli sono:

Il Monte Palatino che trovasi fra il Foro ed il Circo Massimo. Su questo monte eravi il Palazzo dei Cesari, ed Augusto e Tiberio vi abitarono. Più in basso nel lato orientale Paolo III, eresse gli Orti Farnesiani, luogo delizioso ove raccolse una collezione di sculture antiche.

Il Monte Capitolino al quale si giunge per mezzo di una gradinata, a sinistra si vede la Chiesa di S. Maria in Ara Coeli eretta, dicesi, sul luogo ove esistevano il Campidoglio ed il Tempio di Giove Capitolino costrutti da Tarquinio Prisco: a poca distanza sta la Rupe Tarpea. [p 30]

Il Monte Quirinale che prendeva il nome dal tempio Quirino che ne faceva il principale ornamento; oggi si chiama Monte Cavallo. Su questo colle s'innalza il Palazzo Pontificio (ora residenza dei nostri re).

Nella valle posta fra il Quirinale ed il Pincio si trovano i famosi Orti Sallustiani.

Il Monte Celio è la più irregolare e la più lunga collina di Roma. Eravi il palazzo di Tullo Ostilio.

Il Monte Aventino situato in una parte della città quasi deserta; vi si scorgono soltanto giardini ed  [p 31] alcuni avanzi che indicano una passata magnificenza.

Il Monte Esquilino, presso il Palatino.

E il Monte Viminale, su cui trovansi le terme di Diocleziano, che è l'ultima delle sette colline di Roma antica. Col tempo si aggiunsero il Monte Gianicolo detto anche Montorio (monte d'oro dal colore delle sue sabbie) il Monte Pincio all'estremità del Corso, abbellito da tutto quanto può ricreare un giardino, da cui si gode il magnifico panorama della città, serve attualmente di luogo di convegno alla cittadinanza che recasi a passeggio.

Il Monte Citorio, rialzo artificiale di terreno, il Monte Testaccio in quella parte di Roma  ove  il Tevere  [p 32] esce dalla città,  il Vaticano corruzione della parola vaticinio - noto per gli oracoli che si rendevano su questo colle ed il Monte Sacro e Monte Mario fuori entrambi dalla città.

E dall'uno all'altro dei suoi colli visitammo tutta la città. E' inutile che qui mi fermi a descrivere e neppure a citare i monumenti celebri e le Chiese di Roma: molte guide parlano di ciò, ed il mio scritto non deve essere una guida.

Nel foro romano mi piacque moltissimo l'arco di Costantino, a tre archi dei quali i due laterali sono [p 33] inferiori in dimensione a quello di mezzo; da notarsi tanto per la magnificenza della sua costruzione, come per lo stato di conservazione in cui trovasi.

Lì presso è il Colosseo, vastissimo anfiteatro innalzato sul luogo medesimo dov'era la Piscina dei giardini di Nerone, incominciato da Flavio Vespasiano e ultimato da Tito suo figlio, che più tardi i Cristiani bagnarono col loro sangue.

Fu con un senso di religioso rispetto che ammirammo per alcun tempo gli avanzi di un edificio così maestoso, che fu il teatro di tante lotte sostenute con ammirabile coraggio da donzelle deboli,  da teneri fanciulli, [p 34] per il trionfo della nostra S.S. Religione.

Il Pantheon, magnifico tempio situato fra piazza Navona e la piazza della Minerva, viene riguardato come il monumento più insigne dell'antichità che siavi in Roma, sì per il suo stile, che per la sua conservazione. Fu costrutto da Agrippa genero di Augusto, nei primi anni dell'impero e fu dedicato a tutti gli Dei del Paganesimo. In oggi, tempio cristiano, è  dedicato a tutti i Santi. Nel terzo altare a destra è seppellito Raffaello. Presso S. Maria Maggiore è Santa Prassede [p 35] che attrasse la nostra attenzione e quivi è con molta commozione dell'animo che rimirammo un pezzo della Colonna sacrosanta, alla quale venne legato il N. S. Gesù Cristo nella sua flagellazione, trasportata da Gerusalemme nel 1223.

E la Scala Santa, salita un giorno dall'impiagato nostro Salvatore, per recarsi al pretorio di Pilato, a ricevere quella sentenza di morte che doveva liberare noi da morte eterna; fu pure da noi salita in ginocchio e baciando di tratto in tratto il terreno, che conserva le traccie del sangue sparso da N. Signore.

La Scala Santa trovasi in piazza di S. Giovanni in Laterano presso alla Chiesa dello stesso nome e del  [p 36] Battistero di Costantino.

La Basilica di San Pietro in Vaticano fu da noi visitata nei suoi minimi particolari: salii su nella cupola fin nel globo che sostiene la Croce.

E dopo S. Pietro si desiderava il Palazzo Vaticano, l'immenso palazzo, abitazione del Papa, che è a tre piani i quali contengono molte gallerie, cappelle, corridoi, una biblioteca, alla quale non vi è biblioteca in Italia che possa esserle paragonata per il numero dei manoscritti greci, latini, italiani ed orientali che possiede; un giardino, un vastissimo museo e duecento scale.

[p 37]  Ma essere a Roma, visitare la sua casa e non vedere il Papa, sarebbe stata cosa, molto dolorosa in verità.

Epperò il Lunedì 11 Ottobre ci portammo nello studio di Monsignor Volpe, segretario di Sua Santità, accompagnati da una lettera raccomandatizia di Sua Eminenza il Cardinale Alimonda, nostro amato Arcivescovo, per inoltrare una supplica. La scrissi di mia propria mano ed il segretario di Monsignore, che la ricevette, in assenza del detto prelato, ci diede molte speranze di essere ricevuti il Giovedì .

Ma già era il Mercoledì a mezzogiorno e non avevamo ricevuto nulla: scendendo dalla cupola di San Pietro ci  [p 38]  venne la felice ispirazione di passare dal sullodato Monsignore per vedere se la nostra supplica era stata accettata, e ritornammo col bramato permesso.

Ed ora chi saprà esprimere lo stato dell'animo nostro, quando il Giovedì 14 Ottobre, ad un'ora pomeridiana, eravamo nelle sale Vaticane aspettando che Sua Santità si degnasse ammetterci alla sua presenza. E quando ancora il gran Cerimoniere venne a dirci che Sua Santità ci riceveva particolarmente? A questo punto, bisogna confessarlo, alla nostra gioia, venne ad unirsi un vivo imbarazzo.  Ahimè! quando fossimo alla presenza  [p 39] dell'Augusto Personaggio  che diranno le nostre labbra? come si farà a rispondere alle sue dimande se avremo il cuore gonfio di emozione? Ma... "passino" ci disse il Cerimoniere, troncando i nostri dubbi, e varcata la soglia ci trovammo in una vasta sala: là  in fondo era un trono a cui si ascendeva per tre gradini; sopra, il seggiolone del Papa.

Inginocchiati sul limitare della camera stavamo in ammirazione davanti a Colui che, Vicario di Gesù Cristo, Capo della Chiesa è  rispettato da tutti non solo dai Cristiani, ma ovunque si sente l'aspirazione per il sublime, confessando gli stessi protestanti che Leone XIII è  la gloria del nostro secolo, davanti Colui  [p 40] che il Signore mantiene in vita per il bene della sua Chiesa, pare con un miracolo continuato, poiché Ei ci appariva come una visione celeste: bianco come la cera e quasi trasparente.

Un momento dopo eravamo inginocchiati sull'ultimo gradino del suo trono: il Papa si abbassò a noi con bontà  paterna, ci diede la sua mano a baciare, si interessò  della nostra patria e dei nostri parenti. Ma fu come avevamo preveduto: il cuore era commosso e non poteva profferire parola.

Era con noi, durante il viaggio, un Sacerdote, ed è  mercé  sua se abbiamo potuto vedere il Papa; in questa  [p 41]  occasione superò sé stesso: represse la sua propria commozione: parlò  lungamente al Papa di noi, dimenticò  sé  stesso, gli narrò  la storia delle nostre disgrazie e finì chiedendo al Papa per me alcuni consigli che mi servissero di guida nel corso della vita.

Allora Sua Santità, che tutto il tempo in cui egli aveva parlato aveva sempre tenuto le mie entro una sua delicata mano; le lasciò, alzò gli occhi al Cielo, giunse le mani e con aria inspirata, che non potrò mai dimenticare, quasi parlando con sé stesso, mormorò: "Eh! non c'è altro che ubbidienza ai genitori, fuga delle occasioni e grande frequenza ai  S. Sacramenti."  [p 42]  Sono le testuali sue parole: io ascoltavo imprimendole bene  nella mente e nell'animo mio: era tutto un metodo di vita che mi tracciava il Rappresentante stesso del divino Salvatore!

Gli fu chiesta la Sua Benedizione e "sì, sì benedico, ci rispose, voi, i vostri parenti i vostri amici, i vostri defunti, il vostro paese, sì tutti, tutti... e ci benediva.

Quelli furono momenti felici... cogli occhi fissi sopra di lui bramando gravar bene nella nostra memoria la di lui fisionomia, pendenti dalle sue parole, dimenticammo tutto e non ci pareva possibile che fosse già passato quel tempo beato, quando Monsignor Della Volpe ci congedò  [p 43]  dai suoi piedi. Ci inchinammo ancora una volta al bacio della Sacra Pantofola, e commossi ancora e raggianti di gioia ci ritirammo.

Monsignor Della Volpe, con squisita gentilezza lasciò il Papa, ci seguì nell'altra sala e si trattenne un poco con noi conversando famigliarmente. Parevamo vecchi amici.

Bisognò pur lasciare quel palazzo; ma la giornata del 14 Ottobre 1886 rimase e rimarrà  sempre presente alla mia memoria.

Ma prima di lasciare Roma dovevamo ancora avere la fortuna di ricevere la Benedizione e di essere trattenuti in famigliare colloquio con un altro illustre personaggio, [p 44] anch'egli unico al  mondo, il Padre Generale dei Trappisti.

Recatisi un mattino alle Tre fontane, sul luogo ove fu decapitato S. Paolo, per mezzo di un biglietto di raccomandazione, fummo ricevuti dal Generale, che, tutto affabilità, ci fece vedere il Convento, la Chiesa, c'insegnò  il modo di coltivare l'Eucalipthus: ci diede a gustare il liquore tirato dal sugo di queste foglie e dell'uva gustosissima.

A Roma fummo altresì alle Catacombe di S. Sebastiano, ove gli antichi cristiani si nascondevano per celebrare i divini uffizi e ove sepellivano i loro morti. Ci [p 45]  fermammo per circa due ore in quei lunghi ed oscuri corridoi, scavati nella terra senza né  aria né  luce, che nascosero per secoli e secoli la Chiesa di Gesù Cristo e che furono testimoni delle virtù più eroiche.

Il Sabbato, 16 Ottobre, lasciammo la Città Santa diretti a Napoli. Napoli, la bella Napoli, era il mio sogno!  poiché Napoli per me suonava il mare che non avevo mai veduto e che avevo sempre udito tanto decantare!

Napoli suonava per me il bel Cielo ridente, azzurro, senza nubi; ma ahimè che per tutta quella sera e la Domenica successiva  volle mostrarmi la bella città che  [p 46] il suo cielo  sapeva anche essere triste e nuvoloso e che anche la pioggia sapeva bagnare le sue vie. Ah! ma il Lunedì scomparirono le nubi ed il cielo ed il mare di Napoli mi si mostrarono in tutta la sua splendidezza! Vorrei essere poeta per cantare le tue bellezze, o gentile Napoli!

Prima di partire eravamo stati raccomandati ad un signore, l'avvocato R... perché ci servisse da guida a Napoli. Quando giungemmo, lo trovammo alla stazione, e siccome erano le sette di sera ci condusse in un, non so come debba chiamarlo, in una bettola per fare la cena. Ci  portarono  brodo nero, carne dura  ecc.:  è  [p 47]  inutile il dire che non mangiammo: non eravamo abituati a simili alberghi, ove in un angolo v'erano alcuni che dormivano ed una donna che faceva i tagliatelli. S'incominciava bene.

Quel gentile signore aveva pure pensato a provvederci l'alloggio in una casa particolare. Un vero alloggio alla napoliella ve l'assicuro io! Figuratevi un gran portone rustico che metteva in un cortile, ingombro d'ogni sorta, una scaletta in legno mezza diroccata che bisognava salire facendosi piccin piccini per non battere del capo nella grondaia che al disopra della scala versava nel cortile e finalmente il  nostro appartamento [p 48] tenuto  in casa di due megere, composto di due camerette, dirò meglio stamberghe sporche da mettere schifo: due lettacci composti non si sa come; senza un tavolino, con un lume: mi spiego un bicchiere con un po' d'olio e un solo asciugamano; una delle camere metteva ancora in un certo camerino con una gerla: non mi spiego via... eppure questa era la parte più bella dell'abitazione delle nostre cortesi padrone di casa. Pensate: era questo l'alloggio assegnatoci dal gentilissimo signore!

Ma pure che farci? erano circa le dieci e conveniva rimanervi, passammo adunque la notte in quella casa,  [p 49]  divertiti da una pioggia torrenziale che si aggiungeva a fare compita la nostra fortuna.

Ma non era qui tutto: il dimane ci preparava nuove sorprese. Andammo ad un caffè per la colazione: ci diedero latte di capra e si fece come la sera precedente: non si poté  mangiare.

Era Domenica e mentre udivamo la Santa Messa in una Chiesa di cui non ricordo il nome, una donna, signorilmente vestita, mi viene vicina e mi parla. Era, mi disse poi, la madre dell'avvocato Luigi R... e veniva per dirci che suo figlio ci aspettava immancabilmente  pel  pranzo.  Ahi! ci fece un poco [p 50] di paura questa prospettiva, ma per cortesia non osammo rifiutare.

Intanto il  fratello della sposa dell'avvocato un gentilissimo e compitissimo signore, ci condusse a visitare il museo ove sarebbero venuti a prenderci l'avvocato e sua moglie.

Lo passammo al volo: ci interessava poco quella lunga fila di quadri, passata in rassegna col testimonio di un cotale, che non conoscevamo affatto, che ci impediva la nostra solita allegria ed a cui si dovevamo sempre fare gli elogi della sua città.

Del resto il Museo di Napoli (non parlo della sala delle statue che non si può visitare) è  bellissimo: però [p 51] di quanti Musei io abbia visti il più interessante è sempre il Chinchiriano di Roma, dove sono radunati gli svariati costumi e prodotti di tutti i paesi e di tutti i tempi, apportati dai nostri Missionari.

All'uscita del Museo trovammo i nostri ospiti che ci aspettavano, e che ci condussero al Duomo dedicato a S. Gennaro. Ci fecero vedere tutte le particolarità della Chiesa e il bellissimo tesoro del Santo titolare di cui fanno parte credo 76 statue (busti) in argento.

Suonava mezzo giorno: uscendo dal Tempio certi di essere ricondotti a casa, ci troviamo sulla porta della [p 52] Chiesa dei Gerolomini che ci invitarono a visitare e questa volta  bisognò vedere fino alla sacrestia coi suoi ricchi paramentali. Ci incominciava a venire il nervoso, era l'una e non si parlava ancora di pranzo, mentre noi digiuni dalla sera prima ci sentivamo fortemente gli stimoli, non dirò dell'appetito, ma della fame.

Finalmente i paramentali furono tutti veduti ed uscimmo. Questa volta ci condussero proprio a casa sua. Ma qui non c'era affatto l'apparenza di un pranzo. Ci condussero in un salone di apparenza grande e vennero a tenerci conversazione un po' l'uno un po' l'altro: il  [p 53] fratello, la sorella dell'avvocato, la madre, il padre, lo zio prete e così  avanti per delle ore. Com'era divertente quella conversazione a stomaco vuoto! Noi ci guardavamo in viso e dovevamo sembrare ben insipidi ai nostri ospiti, tutti affaccendati per riceverci. Oh, ma se avessero saputo come saremmo stati riconoscenti se ci avessero lasciati andare all'albergo!

Giunsero le tre e si aspettava ancora nel salone, quando vennero a dirci che era in tavola. Non si aveva neppur più fame, ma eravamo languidi e spossati. Pensammo di ristorarci un poco, ma ohimè, che il pranzo era apprestato con abbondanza e ricercatezza, ma i    [p 54]       maccheroni  eran crudi,  la carne dura, i funghi non possibili a mangiarsi!

Quando ci alzammo e l'avvocato ci propose un giro per la città, lo pregammo di condurci all'Hotel Metropole sul Corso Caracciolo, poiché assolutamente non avremmo più dormito come la notte scorsa.

L'Hotel era davvero principesco e quei signori si guardavano in viso stupiti del lusso che ci circondava, in confronto del miserabile alloggio di cui ci avevano provveduti. Dopo aver fatto loro servire qualche rinfrescante se ne andarono: oh con che sospiro di soddisfazione salutammo quella bella camera ove ad usura [p 55] ci avremmo potuti rifare delle privazioni sofferte! E come volentieri ci sedemmo a mangiare un pranzo, preparatoci alla piemontese, e servitoci da un cameriere di Novara, dopo un sì lungo forzato digiuno! Ah per quel giorno bastava! e soddisfatti del nostro albergo, felici di trovarci soli ne andammo al riposo di cui avevamo estremo bisogno.

L'Hotel Metropole è nella più bella posizione di Napoli: sul corso Caracciolo, di fronte al Castel dell'Ovo, ci offre l'incantevole vista del golfo tutto intiero, dell'isola di Capri della punta della Campanella, di Posilippo (sic!) ed ancor del Vesuvio. Era questo il nostro divertimento della sera:  passeggiare [p 56] in riva mare, quel mare che contemplavo per la prima volta e che mi aveva tanto rapita; ammirando il Vesuvio che, essendo in un periodo di eruzione, offriva i più strani spettacoli.

In piazza Castello sorge il palazzo reale, uno dei più belli che io abbia veduti. Un gran terrazzo guarda il porto e tutto lo domina; credo sia uno dei punti migliori per vedere l'arrivo e la partenza delle navi. Sulla medesima piazza è il palazzo di città e la Chiesa di S. Francesco, detta anche Ferdinando, dal nome del principe che la fece erigere.

Il Martedì  19 partimmo per Pompei e cosa strana! discesi [p 57] alla stazione mentre tutti andavano diritti, noi soli senza neppure accorgersi voltammo a destra per un viale  deserto. Alcuni vetturini, fermi in quel luogo, al vederci prendere quella direzione si avanzarono e ci chiesero se volevamo andare al Santuario.

Il Santuario! ma che Santuario? Non avevo mai inteso parlare di un Santuario in Pompei.

Era evidente che Maria S.S. ci chiamava a Lei se in quella provvidenziale maniera ci faceva conoscere l'esistenza di un suo Tempio. E, dopo aver visitati gli scavi e le antichità  tutte che rendono celebre Pompei, rispondendo all'appello di Maria  prendemmo una vettura [p 58] e vi ci lasciammo condurre. E vedemmo infatti il meraviglioso Santuario eretto dalla pietà  dell'Avvocato Bartolo Longo per onorare il Rosario di Maria, pregammo davanti alla miracolosa immagine della Taumaturga Regina di quelle Valli, visitammo ogni cosa e fummo altresì presentati, in mancanza dell'avvocato, a sua moglie la Contessa De-Fusco Longo che ci ascrisse zelatori del Tempio.

Ora, che ho avuto agio a meglio conoscere ed apprezzare l'opera di Valle di Pompei sono rincrescevole di essermi  fermata sì  poco tempo:  ma spero di ritornarvi  [p 59] fra poco, a Pompei espressamente diretti!

Il domani l'avvocato R... di cui parlai più sopra, ci propose una gita al Lago del Fusaro: accettammo e tutti insieme partimmo.

Costeggiando sempre l'incantevole mare passammo la grotta di Posilippo (sic!), le Stufe di Nerone, Baia Pozzuoli, il Lago Lucrino e giungemmo al Fusaro, incantevole luogo, in cui si può avere ad un tempo i piaceri della terra e quelli del lago. Si mangiò, passeggiammo per l'ampio giardino, facemmo il giro del lago e verso le quattro ritornammo a Napoli.

Il dì  dopo fu ancor speso tutto in visita alla città: salimmo al forte S. Elmo e alla Certosa di S. Martino  [p 60] in cui fra le altre cose belle bisogna notare un artistico presepio che ha fermata la nostra ammirazione non tanto per la gran quantità delle figurine come per la loro espressione e naturalezza.

Del resto Napoli, città come città, la trovai inferiore d'assai a quanto mi ero figurata. La sua tanto decantata via Toledo è la nostra via Roma di Torino un poco più lunga e meno pulita.

Già, credevo trovare la civiltà molto più avanzata: figuratevi invece che trovai dei tacchini in via Toledo e delle vacche, capre e che so io per tutte le sue vie anche le più frequentate.

[p 61] I rivenduglioli poi cantano addirittura i nomi delle loro mercanzie e loro voci unendosi a quelle dei vetturali che gridano anch'essi continuamente, formano un vero baccano. E' però la città  in cui vedi più commercio più attività, più vita.

Ah! ma Napoli ha l'incomparabile merito di avere il suo mare ed il suo Cielo che non decanterò mai abbastanza.

Ed è  per questo che il Venerdì 22 mi rincrebbe tanto lasciare la bella Napoli per recarci a Pisa.

Fummo ossequiati alla stazione dall'ingegnere delle Ferrovie, dal capo del Circolo Ferroviario e dal capo  [p 62] stazione che ci accompagnarono al nostro compartimento riservato e non ci lasciarono finché il treno si mosse.

Dopo una fermata di due ore a Roma, ove rivedemmo il Padrino, giungemmo a Pisa all'Hotel Londre alle 11 di sera.

A Pisa ci fermammo tre giorni, ma credo che in tre ore si potrebbe visitare. Il principale è  tutto sulla stessa piazza: il Duomo, il Battistero, la Torre Pendente ed il Cimitero antico monumentale.

Visitammo ancora la Chiesa di Santa Maria della Spina che è in piccolo ciò che è il Duomo di Milano in grande e  d'altro  credo che Pisa, oltre alla  sua Università,  [p 63] non abbia altro di rimarchevole. E' una bella cittadina, ma è  deserta, morta. Che fare in essa adunque? Andammo a Livorno a passare il Lunedì. Questa città  la visitammo in vettura; passeggiammo lungo l'Ardenza di mare e l'Ardenza di terra co' suoi bellissimi giardini, vedemmo i giovani accademisti di marina ritornare da una passeggiata militare: pranzammo al Grand Hotel veramente grande con sessanta camerieri per il servizio e verso sera ritornammo a Pisa da cui ripartimmo il domani, Martedì  26 Ottobre.

Dopo la Spezia, passate le città  di Quarto e di Quinto, [p 64] ove l'anno dopo successe una disgrazia, ci fermammo a Genova. Genova è una città che avrei desiderato visitare per bene, ma accompagnati da un tempo pessimo, avendo dovuto percorrerla sempre in vettura chiusa, non ho potuto farmene una chiara idea. Tralascio pertanto di parlarne riservandomi in un'altra occasione. A Genova ci fermammo soltanto due giorni per la pioggia che cadeva dirotta e sorpresa amara, proprio nell'istante che si partiva spuntò il sole e incominciò una bella giornata. Ma eravamo decisi di partire e partimmo infatti per Torino.


 

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VIAGGIO IV°

 

TORINO - OROPA - MILANO

TORINO

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9 MAGGIO 1887

 

 

[p 65]  Il nove Maggio 1887, appena di ritorno da un breve pellegrinaggio a N. Signora di Pompei nella sua cappella di S. Domenico a Chieri, in occasione della ricorrenza della solennità  dell'8 Maggio, partimmo per Biella. Biella, piccola città, all'infuori del suo  Duomo, [p 66] non offre alcunché di particolare che possa trattenere in essa il viaggiatore.

Noleggiata pertanto una vettura a quattro cavalli, incominciammo la salita del Sacro Monte di Oropa. Quivi ci fermammo tre giorni spesi nel visitare la Chiesa, che se è  divotissima, a mio rincrescimento non posso dir bella; l'immenso fabbricato, le Cappelle annesse al Santuario, sparse sul Sacro Monte e in alcune passeggiate, fra le quali posso notare quella bellissima allo Stabilimento Idroterapico.

Il soggiorno di Oropa è alquanto triste, non so se a causa della frequente pioggia, ma ha anche le sue bellezze, prima fra le quali un incantevole vista della [p 67] pianura lombarda, che si può contemplare presso la Cappella di San Giuseppe un'oretta al disopra del Santuario.

Decisi improvvisamente, dopo aver visitato il tesoro del Santuario, partimmo a piedi dall'Oropa e scendemmo a Biella, per prendere il treno in partenza per Milano.

Salimmo in una delle tante guglie del suo Duomo, ammirammo la galleria, e le sue principali Chiese e ci fermammo alcun tempo nella Chiesa antichissima dedicata al gran vescovo di Milano, S. Ambrogio, in cui erano esposti alla venerazione dei fedeli i corpi conservati intatti di S. Ambrogio  Gervasio e Protasio.

[p 68]  Osservai che Milano è più avanti ancora di Torino nel progresso per il lusso delle sue vie, per i suoi tramvai e la luce elettrica.

Due giorni dopo sul finire della settimana eravamo di ritorno a Torino, che possiede l'inestimabile vantaggio dei suoi portici, che si desiderano tanto quando si è in altre città  in cui il tempo non si dimostra benigno, come non lo si è dimostrato con noi nel nostro soggiorno di Milano.

 

 

 

 

 

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VIAGGIO V°

 

TORINO - MONCENISIO - TORINO

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7 LUGLIO 1887

 

 

 

[p 69]  E' inutile che io ritorni a descrivere questo viaggio avendo già parlato dei medesimi luoghi in altri tempi. Da quando vi ero stata non trovai nulla di cangiato e questa volta non eravamo andati al Moncenisio per visitare, ma per goderci l'aria pura e fresca della montagna.

[p 70]  Trovammo all'Ospizio  il Capitano De-Luigi colla sua famiglia, colla quale andai un giorno a fare una bellissima passeggiata al lago Bianco. Trovasi questo laghetto ai piedi di un ghiacciaio e prende il suo nome dalla grande quantità di neve che copre perennemente le sue rive. Passammo al forte Roncia e salimmo per cinque ore. Trovammo gli edelwais e la canfora e ci divertimmo moltissimo. Fu l'unica cosa che meriti nota, all'infuori di quanto già  ne dissi più sopra.

 

 

 

 

 

 

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VIAGGIO VI°

 

TORINO - LANZO - CERES - PROCARIA

CANTORIA (sic!) - TORINO

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[p 71]  Questo viaggio fu già da me descritto minutamente nel mio giornale: citerò qui soltanto le cose principali.

Lanzo è una cittadina di montagna molto inferiore a quanto mi ero figurato. Fra le sue passeggiate noto quella al pittoresco ponte detto del Rocco o del Diavolo [p 72] e la bellissima ed anche lunga al Monte di S. Ignazio ove tutti gli anni si tengono i Sacri Esercizi Spirituali.

Sulla strada di Sant'Ignazio trovasi una cappella ridotta ad una specie di Santuario dedicato a Nostra Signora di Loreto. Quivi abitualmente non c'è un cappellano, ma vi accudisce un sagrestano, un tal Toni, uomo di molta fede, di cui si raccontano strani aneddoti, il quale confidando pienamente nella S.S. Vergine che tratta quale un fedele amico, riuscì ad abbellire in modo speciale la cappella alle sue cure affidata, fino a renderla degna di essere visitata e di  [p 73] attirare a Lei dei pellegrinaggi.

Una strada abbastanza bella conduce a Ceres paesello amenissimo e simpatico ove abbiamo avuto il piacere di ritrovarvi parroco il M. R. D. Rodi amico intimo del povero mio Zio Priore.

Da Ceres fummo a piedi al paesello di Procaria di cui il motto "A Procerum sede officiove vocata" è scritto sulle sue mura, composta quasi intieramente da villeggiature signorili. Andammo pure a piedi a Cantoria (sic!), nell'opposta direzione e ricordo di aver trovati in questa passeggiata un numero stragrande di ciclami.

[p 74]  Era ancora nostra intenzione recarci ad Ala e quindi a Balme ed al piano della Mussa, ma una fiera grandinata ce lo impedì.

Differire la gita era impossibile, perduto un giorno era tutto perduto: soggiornammo ancora altri due giorni a Ceres e poi senza fermarsi nel ritorno a Lanzo, se ne arrivammo di nuovo alla nostra Torino.

 

 

 

 

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VIAGGIO VII°

 

MARENE - FOSSANO - MONDOVI'

CUNEO - MARENE

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20 AGOSTO 1889

 

 

 

[p 75]  Il 20 Agosto 1889 partimmo da Marene per Fossano e da Fossano in ferrovia per Mondovì.

Il tramvaj a vapore costeggia da prima la strada di provincia: appena fuori di Fossano una stupenda valle offre un ombroso ed ameno paesaggio e si gode insieme la vista della città  maestosa e pittoresca.

[p 76]  Burroni,  scoscendimenti di terreno,  roccie  nude  boschetti si avvicendano finché  passato Sant'Albano il panorama non offre più nulla di particolare. La Trinità San Giovanni, Perruca, Magliano Alpi, Crava ecc. e si giunge a Mondovì  Breo all'albergo della Croce di Malta che è  il mezzo tocco.

Mangiato un boccone di colazione facciamo un giro per la città. S'incontra da principio la Chiesa di Santa Maria Maggiore in Pian della Valle: bella Chiesa, ben decorata e spirante divozione; e lì vicina è la salita [p 77] per Mondovì Piazza. La quale salita noi abbiamo dovuto fare a piedi, poiché la funicolare era in riparazione. Passato l'Ospizio degli Orfanelli ed il ponte sulla funicolare la salita si fa rapidissima e qui incominciarono... le dolenti note.

Ci ricordò la faticosa salita di Sant'Ignazio: era un gusto con quel frescolino! (erano le due e mezzo).

Giungemmo al Duomo ove erano radunati i Canonici per la recita delle Ore Canoniche. All'altare maggiore vi è l'ancona del martirio di S. Donato, patrono della Diocesi (credo), e a destra vi è un affresco o quadro, non ricordo che sia, rappresentante il Giudizio Universale e a sinistra il Paradiso.

[p 78]  Bellissima la Cappella del S.S. Sacramento: l'ancona rappresenta il transito beato di S. Giuseppe e in alto è dipinta la discesa della Manna nel deserto, figura della S. Eucarestia. Vi è la cappella dell'Immacolata ed il Battistero.

Usciti dal Tempio, passando dinanzi il palazzo Arcivescovile andammo al Belvedere da cui si dovrebbe godere la vista dei paesi circonvicini, vista che noi non potemmo vedere  stante il cielo alquanto nuvoloso.

Al ritorno passammo a visitare la Chiesa di San Francesco Saverio detta delle Missioni, ben decorata, sculturata e spirante molta devozione.

[p 79]  Bellissimi gli altari di San Ignazio di Lojola e di  S. Luigi Gonzaga.

Il dimane mattino andammo a fare la Santa Comunione al Santuario di Maria Regina di Montis regalis. A questo Santuario bisogna fare le ben meritate lodi per la magnificenza della sua costruzione e la ricchezza delle sue decorazioni. E' realmente sontuoso e magnifico. Andammo fino allo stabilimento delle acque minerali e alle Una ritornammo a Mondovì per ripartire per Cuneo.

Visitammo il Duomo in cui sono a notarsi le cappelle del S.S. Sacramento, di S. Giuseppe,  S. Andrea,  il Suffragio, S. Teresa, la Chiesa di S. Ambrogio e andammo      [p 80] a passeggio sui baluardi delle valli del Gesso e della Stura.

Il mattino successivo andammo a fare la Comunione al Santuario del Beato Angelo.

Cuneo è una bella cittadina, ma non ha alcuna cosa che possa lungamente trattenere il viaggiatore fra le sue mure, quindi annoiati, non sapendo più dove andare progettammo di partire subito per ritornare a casa nostra a Marene.

 

 

 

 

 

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VIAGGIO VIII°

 

TORINO - BELMONTE - COURGNE' (sic!)

TORINO

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MAGGIO 1890

 

 

[p 81]  Il tempo era bellissimo e pensammo di passare la giornata al Santuario di Belmonte. Partimmo digiuni e giunti a Valperga digiuni salimmo il lungo tratto che ci separava dal Santuario per poter fare quivi giunti la S.S. Comunione. Erano circa le undici e mezza quando uscimmo di Chiesa.

[p 82]  Il Padre Alessandro Bassi gentilmente ci aperse una camera per fare quel poco di colazione che avevamo portata con noi, e ci tenne compagnia divertendoci col racconto dei suoi numerosi viaggi in Terra Santa.

Al ritorno non scendemmo più da Valperga, ma bensì da Courgné (sic!) ove prendemmo di nuovo il tramvaj a vapore, per fermarci a S. Balegno.

Visitammo l'Istituto di Don Bosco e quindi proseguimmo per Torino.

 

 

 

 

 

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  VIAGGIO IX°

 

SALUZZO - PINEROLO - PEROSA - CESANA

BRIANCON - BATIE-NEUVE - LE LAUS -

GAP - CORPS - LA SALETTE - LA MURE

GRENOBLE - GRANDE CERTREUSE (sic!) -

MODANE - TORINO

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3 AGOSTO 1890

 

 

[p 83]  Dopo alquanto tempo passato nell'intenso desiderio di questo giorno, alle 6.57 il treno Tago è  in pronto, la macchina sbuffa, e ci mettiamo in viaggio per il Santuario di Maria. [p 84]  Che il Signore ci assista, la Vergine Santa ci benedica, il nostro santo Angelo Custode ci accompagni!

Da Savigliano a Saluzzo il tragitto è  breve ed alle 7 si giunge. E' il giorno consacrato al Signore: i primi passi ci portano al maggior Tempio della città  per adempiere il precetto festivo, metterci sotto la protezione di Maria, accompagnati dalla benedizione dell'Altissimo!

Dopo un breve asciolvere, alle undici ci rechiamo alla tramvia di Pinerolo, dove troviamo subito il direttore del Pellegrinaggio Rev. Don Virino, il Segretario Canonico Savio e molti altri compagni di viaggio.

[p 85]  Passati a Via Croce, Via Romani, Via di Cardé, Staffarda, ove trovasi la celebre abbazia di questo nome, Via di Barge, Cascina Ribotta, Cavour e la sua famosa rocca, Montebello, Babano, Campiglione, Garzigliana, S. Martino, Osasco, Chisonetto, Strada Torre Pellice, alle 1.07 pomeridiane si giunse a Pinerolo sempre accompagnati da un caldo eccessivo.

Alla stazione del tramvia di Pinerolo, troviamo il segretario di Monsignor Sardi, vescovo della città, da lui mandato a ricevere il pellegrinaggio e condurlo al Vescovado.

Monsignore, appena giunti, ci riceve con cordialità e [p 86] bontà e, dopo averci fatti servire dei rinfreschi, ci conduce nella propria cappella privata, dove, lette le preghiere dell'itenerario (sic!), ci rivolge poche parole uscite dal cuore, da un cuore di padre che ci accompagnerà nel divoto pellegrinaggio e prega da Dio protezione per noi. Finisce la breve, ma pur bella, funzione con la benedizione pastorale ai pellegrini e con la distribuzione, a mano di Monsignore, delle crocette, distintivo del pellegrinaggio.

Visitato il Duomo, già  bello e in via di maggiori decorazioni, ci ritorniamo alla stazione del tramvia, alle 2.30 in partenza per Perosa.

[p 87]  Discesi alle 4,30  si risale nel coupé di una vettura che deve condurci a Briançon.

Ma la via è molto lunga e bisognerà pernottare in vettura. Coraggio: questo tragitto piuttosto faticoso ed insolito, offrilo a Maria: Maria ti proteggerà nei pericoli e ti colmerà di benedizioni nel suo Santuario.

Si passano i paeselli Chateau du Bois e Cergiore: il panorama è bellissimo: la via è  fiancheggiata da alte, rocciose montagne, cui fanno ben contrasto le colline lussureggianti  di  verzura. Villaretto-Roure-Giambone. Verso le 6 1/4  si incominciano a vedere le fortezze di  [p 88] Fenestrelle. Il forte dell'Elmo, poi quello di Carlo Alberto che ci apre il passaggio sopra ai suoi ponti levatoi e più in alto il forte delle Valli che comunica col forte Carlo Alberto per mezzo di una scala larghissima e lunga di ben 6000 gradini.

A Fenestrelle ci fermiamo per un po' di refezione. Gustato il liquore del luogo, la celebre menta si passa in una sala in cui ci servono un pranzo se non sontuoso almeno sano e casalingo. A pranzo abbiamo fatta la conoscenza del M. R. Don Rossa parroco di Paesana e dell'intimo suo amico R. Don Falcetti Prevosto di Martiniana, [p 89]  amendue  pellegrini,  che  dovranno poi in seguito farci passare ore bellissime.

Dopo cena, fatti alcuni passi per il paese esclusivamente di montagna, e visitata la Chiesa al fioco lume della lampada che, solitaria, veglia sempre in adorazione di Gesù Sacramentato, alle nove risalimmo in vettura, in volta del Colle Sestrieres.

La via è grande e ben tenuta, come generalmente lo sono tutte le vie di montagna sul versante della Francia: la luna solca lentamente il firmamento e illumina le circostanti  montagne  in modo pittoresco e fantastico: la serata è delle più belle e si presta a meraviglia per un viaggio notturno.

[p 90]  Intanto si sale sempre e il freddo si fa di ora in ora più intenso: la stanchezza ci vince e bisognosi di riposo ci accovacciamo in fondo del coupé, in cerca di un sonno ristoratore; ma per l'aria che fredda ci batte sul volto, e per il movimento della vettura non ci è dato di poter dormire, e si passa più di mezza la notte in attesa del culmine della montagna, ove ci sarà dato scendere un momento.

E non giunge mai: si continua sempre a salire; finalmente alle 1 e mezza del mattino i  cavalli  si fermano davanti alla casa di ricovero sulla più [p 91] alta cima del colle: scendiamo un istante di vettura a rianimare le intirizzite membra: ma la casa di ricovero è  chiusa e ci è giocoforza risalire ed incominciare la discesa. Nella quale si passarono orrendi precipizi, la vettura inciampò in una sbarra posta a riparo di lavori incominciati per la sicurezza della via, e fummo in vero pericolo... ma la nostra confidenza era tutta posta in Maria, e Maria, che ci voleva al suo Santuario, ci guidava nei difficili passi. E infatti giungemmo felicemente senza altri inconvenienti a Cesana alle quattro del  mattino, ove  [p 92] trovammo l'altro gruppo di pellegrini, guidati dal Teologo Vigo,  provenienti  da Torino e ci unimmo per il restante del viaggio.

 

 

Lunedì  4 Agosto 1890

 

 

A Cesana le donne ti offrono un bellissimo costume: vestite letteralmente di nero, colla cuffietta candida, ti danno l'idea della massima pulizia. Davanti al caffè, dove abbiamo trovato di che rifocillare lo stomaco stanco, vi è una fontana pubblica in un croci via, che, per un momento mi ricordò la Pompei antica e quivi si vedevano queste donne ad attingere acqua con [p 93]  certi  secchiolini lucenti che era un piacere vederli!

Ma Cesana non ci ebbe per lungo tempo fra le sue mura; erano non ancora le sei, i Sacerdoti avevano già tutti celebrata la Santa Messa e dopo di aver ricevuto ciascuno dal nostro direttore la nostra parte di colazione fredda da mangiarsi strada facendo, risalimmo ai nostri posti nella vettura e si partì  alla volta di Briançon.

Il Mon Ginevro è bellissimo, ma presenta pure molti pericoli a causa dei numerosi precipizi che si debbono continuamente fiancheggiare.

[p 94]  Giunti quasi alla cima del monte, là dove vi è la frontiera tra l'Italia e la Francia, ci piacque discendere un poco e fare a piedi quel tratto di strada che offre bellissimi panorami.

Provvidenza di Dio! Non avevo dormito la notte, eppure in quell'istante, dimenticando il sonno sofferto, i disagi del viaggio, il freddo intenso e la stanchezza estrema, vispa ed ilare, come se nulla fosse stato, correvo felice su per quella strada, rammentando le avventure della notte e ridendovi sopra saporitamente con quei cari compagni di viaggio.

Quivi mi presi un cardo selvatico, frequente in quei monti per ricordo del luogo.

[p 95]  Un ufficiale italiano, capo del presidio di soldati sul Mon Ginevro, ci accompagnò  gentilmente fino alla frontiera, ove furono presi in nota i vetturini ed i cavalli per il ritorno.

E si proseguì  alacremente per la via di Briançon.

Ma Briançon era ancor ben lungi e il tempo propizio a giungervi per la partenza del treno di Batie-Neuve in proporzione breve.

Coll'orologio in mano, incitando di quando in quando i vetturini a sferzare i cavalli, il nostro direttore, quasi in preda alla febbre, spiava lontan lontano se la [p 96] sospirata Briançon compariva.

Coraggio: la comparve finalmente, ma sì lontana che non fece che aumentare desiderii e l'impazienza di noi tutti che, stanchi come eravamo, non avremmo certo accolta con piacere la prospettiva di fermarsi alcune ore a Briançon.

Tutte le cose congiuravano contro di noi: il Regio Commissario della dogana per ragioni inerenti al suo ufficio ci fa perdere alquanto tempo troppo a noi prezioso. Finalmente ci lascia liberi e si ricomincia la corsa.

Briançon apparisce sempre più distinta ai nostri occhi, [p 97] ma è sì in basso e la discesa per giungervi sì rapida che i cavalli sono costretti a camminare al passo. Briançon, da quanto ho potuto vedere passandole vicino in vettura è una bella città abbastanza grande. Disposta lunga lunga sul dirupo di un monte, presenta dal basso una vista stupenda.

Un forte importante la domina dall'alto e la ferrovia è lontana lontana, la città è già  passata e si continua sempre a correre in piano.

Le altre vetture son giunte, la nostra è prossima e già vediamo la  macchina che attende  e manda al cielo [p 98] bianche colonne di fumo. Sia  ringraziato  il Signore! siamo giunti ancora in tempo.

Scesi in furia di vettura ci precipitiamo in un vagon di prima classe, la macchina sbuffa, fischia e tram, tram, tram il treno si mette in movimento.

Un colonnello ad un maggiore, che ne so io? dell'esercito francese era già nel nostro wagon e colla gentilezza squisita tutta propria dei Francesi, si interessò del nostro viaggio dimandandoci di dove si veniva, dove si andava, informandosi delle difficoltà del viaggio e della lunghezza dell'ultimo nostro percorso.

Fu più che gentile con noi, ma ad onta di tutta la sua [p 99] bontà più che a continuare una conversazione, che mi riusciva però interessante, pensavo all'estremo bisogno di riposo in cui mi trovavo, onde, chiesta licenza mi ritirai in un canto e provai a dormire. E dormii un poco di fatto: ma non sapendo quali e quante erano le stazioni che si dovevano passare per giungere a Batie-Neuve, ad ogni fermata mi alzavo per accertarmi del luogo dove mi trovavo.

Dopo un'ora circa quel cortese signore che era stato sì gentile con noi, discese non ricordo più bene  a quale stazione, ma, credo ad Embrun.

[p 100]  E  noi al fischio di un vento furioso, che al nostro passaggio faceva piegare gli alberi giganti, proseguimmo la nostra corsa veloce fino a Batie-Neuve.

 

 

 

[p 101] Alla stazione di Batie-Neuve trovammo già preparate le vetture per portarci all'avventurato Santuario di Nostra Signora del Laus.

In vita mia non avevo mai sentito parlare del Laus, né sapevo che possedesse un Santuario: quando sugli avvisi del Pellegrinaggio trovai questo nome, nuovo ancora per me, presi delle informazioni e trovai la Storia del Santuario.

La lessi: mi interessai dei fatti che ivi si erano passati e attesi con grande desiderio il dì  della partenza.

Avevo trovata nella Storia del Laus una particolarità: [p 102] un tesoro cioè di nuovo  genere  che si conserva al Santuario: le lettere scritte dai fedeli alla Beata Vergine. Me ne invogliai ancor io e nell'attesa mi adoperai a scrivere una lettera alla Regina di quelle Valli, manifestandole i miei desideri ed i miei voti, consacrandole il mio cuore, affinché  le mie proteste e le mie preghiere, rimanessero ai piedi della mia Buona Madre dopo che io ne fossi partita.

Ed ora, apportatrice io stessa della mia lettera mi trovavo ai piedi del monte che ospitava il desiderato Santuario.

Dopo circa un'ora di cammino si incominciò a vedere la  [p 103] cupola della Chiesa e  per una via montuosa, fiancheggiata dalle stazioni della Via Crucis ammirammo le circostanti valli.

Qui vorrei descrivere questo sito delizioso, ma credo farò  meglio a tracopiare un brano dal libro che presi al Santuario: Histoire des Merveilles de Notre-Dame du Laus.

 

Le Laus

 

(Omettiamo le pagine da 103 a 106 compresa, dove sono

descritte, in lingua francese, le meraviglie di questo santuario).

 

[p 107]  E mentre noi si ammirava lo spettacolo che ci presentava la sopra descritta valle e i cavalli guadagnavano l'ardua salita che ancor ci separava dalla sospirata meta, si ode uno lieto scampanio. Sono le campane del caro Santuario, che suonano a festa a darci il benvenuto e annunziano agli abitanti delle circostanti borgate che gli attesi pellegrini son giunti!

Al piano e proprio al piede dell'ultima salita che conduce alla porta del Santuario erano ad aspettarci tutti i Padri Missionari, col Superiore in cotta e stola: scesi di vettura si organizzò la processione [p 108] dei pellegrini con a capo i chierici portanti la Croce, e al canto dell'Ave Maris Stella inoltrammo il passo sotto le volte del Santuario di Maria, stanchi sì , ma felici...

Oh sì, felici! di trovarci in questa terra di predilezione della Vergine Santa e dispiacenti solo che il soggiorno debba essere sì breve!

Eravamo appena inginocchiati, che, dopo aver rivolta alla Regina del Laus una prece breve sì , ma che partia dall'intimo del cuore, il Padre Superiore ci fece cenno di sedere e ci rivolse poche parole di saluto in cui si rivelava la viva sua fede e l'ardente sua carità.

[p 109] Ci parlò poscia veramente come un padre ai suoi figli, invitandoci ad un poco di riposo del quale avevamo estremo bisogno.

Si lasciò dunque la casa di Maria e i Sacerdoti e gli uomini si recarono in Convento e le signore alla vicina casa detta di Santa Maria, ove caritatevoli Suore, destinate a perpetuare la carità  e lo zelo della loro fondatrice la venerabile Soeur Benoîte, ospitano e si prendono cura delle pellegrine.

Ci incontrammo in una suora di modi gentili e di soave aspetto, che ci destinò una camera non molto grande, ma [p 110] che spirava candore e pace ed infondeva  nell'anima quella soave tranquillità e letizia che si gode nei luoghi santi. Ci trovammo subito bene, e dopo esserci rinfrescate alquanto, scendemmo a prendere una tazza di brodo caldo.

Un Padre, di cui sono dispiacentissima di non sapere il nome accompagnò il pellegrinaggio sui luoghi che ricordano i principali fatti della vita della venerabile Soeur Benoîte in rapporto colle apparizioni della Vergine Maria.

Io non starò  qui a descrivere tutto quello che il buon Padre ci fece vedere: dirò in breve alcune parole della vita di Soeur Benoîte:  per raccontare quanto io [p 111] vidi, udii, provai, occorrerebbe un intiero volume: - Soeur Benoîte - Soeur Benoîte nacque a Saint'Etienne piccolo villaggio nella valle di Avançon, da umili e semplici contadini, il bel giorno della festa dell'Arcangelo San Michele (26 Settembre 1637) e la sua infanzia passò  in seno di una povertà  laboriosa e rassegnata.

Iddio si compiace di rivelarsi ai semplici e Benoîte è di una semplicità  rara al villaggio.

A sette anni vide morire suo padre; sua madre è spogliata dei suoi beni dall'oppressore della vedova e Benoîte deve guadagnare la vita conducendo le pecore al pascolo.

[p 112]  Aveva diciasette anni quando avendo condotto il suo gregge al monte San Maurizio le apparve il Santo titolare del monte ad annunziarle che vedrebbe la Vergine Santa e infatti il dimane nella grotta des Fours la gloriosa Vergine discese dal Cielo per visitarla e durante quattro mesi ciascun giorno le era dato di contemplare Colei di cui la vista le faceva un paradiso della terra.

La bontà di Maria non ha limiti con la giovane pastora: e prima di farla sua anima,  dispensatrice  di  sue grazie, la fa sua allieva e Lei stessa  le insegna le [p 113] sue Litanie che le comanda di recitare ogni sera e che si recitano ancora al suo Santuario, come monumento delle prime Apparizioni.

Un giorno la Vergine Santa le dice che non la vedrà  più in quel luogo, ma la troverà  in quella capanna di cui la porta esalerà  dei profumi, e il dimane Benoîte la rivede in una povera cappella al Laus, cappella che Maria le comanda di sostituire con una Chiesa di cui Ella stessa dà  le dimensioni ed il disegno.

E la Chiesa, in luogo inaccessibile ai carri, fu fatta, coll'obolo del povero, a malgrado delle ostilità che  [p 114] vi oppose il giansenismo: e la cappella primitiva, rimasta al medesimo luogo sulle stesse sue basi, riccamente addobbata è nel Santuario del Laus, come la confessione di S. Pietro nella basilica di questo nome. Il Laus non può  certamente paragonarsi alle vaste basiliche, veri monumenti dell'arte, che costarono milioni: è il lusso di grazie che quivi abbonda: ma vi si trova, più che in altri luoghi, il raccoglimento di cui l'anima ha bisogno più che degli oggetti d'arte.

E in questa terra benedetta Maria ha stabilito il trono di sua Misericordia: ella vi comparse più di mille volte, [p 115] ella vi ha parlato, pregato, respirato, sorriso, brillato, sparsi i suoi celesti profumi, vi ha vissuto in una parola per lo spazio di quasi 55 anni! E Benoîte operava per le sue divine aspirazioni e vigilava che al suo Trono si portassero i cuori mondi e puri di ogni colpa.

Benoîte fu pure rallegrata quaggiù dalla vista del casto sposo di Maria. Dopo Maria e Giuseppe il Bambino Gesù avrebbe mancato al suo amore: ed ella lo vide più volte nella Santa Eucarestia: Gesù Bambino si mostrava all'innocente pastora: Gesù adulto e  sofferente si  [p 116]  indirizzava al cuore della vergine forte. - Sulla strada che conduce ad Avançon si ammirava una gran Croce, Benoîte più volte vi vide attaccato tutto insanguinato l'adorato Signore, che le si mostrava così per farla partecipare dei dolori della sua Passione.

E da quel momento ella ebbe le Sacre Stimmate e fu crocefissa tutti i Venerdì per quindici anni, finché l'umile vittima, stanca della venerazione di cui l'attorniavano i testimoni del suo augusto martirio, chiese alla sua Bonne Mère di ottenerle patimenti più crudeli se era possibile, ma meno appariscenti: il suo  [p 117] troppo glorioso martirio fu finito: ed ella cominciò ad essere nascostamente ma orribilmente torturata dall'inferno fino alla fine della sua vita.

Ella morì  il giorno dei Santi Innocenti dell'anno 1718 e la sua tomba che si vede ancora oggi giorno nel Santuario ai piedi del maggiore altare, porta l'iscrizione:

 

Tombeau

de la Soeur Benoîte

morte en odeur de saintetè  1718

 

Pregammo un poco sulla tomba di questa vergine eletta, scelta dalla Vergine Santa, Refugio dei peccatori,  per  [p 118]  ricondurre al suo Divin Figliuolo le anime traviate,  quindi seguimmo il Padre che con slancio di fervore e grande unzione, ci andava raccontando quanta parte la Soeur Benoîte ebbe in quest'opera di salute.

Attorno alla Chiesa, nella parte interna, si ammirano tanti affreschi, rappresentanti i fatti più notevoli della vita della Venerabile e alcuni che ricordano le grandiose feste dell'incoronazione della Regina del Laus.

Usciti fuori di Chiesa ci fermammo dapprima a guardare il villaggio di Saint'Etiènne, che possiede la gloria d'aver dato i natali all'eroina di quelle valli, e lì  [p 119] presso la landa coperta un tempo dal lago che diede il nome al Santuario; poscia volgendosi a destra la nostra guida ci indicò  la montagna dell'Aigle, ove la Soeur Benoîte fu più volte trasportata dall'infernale nemico, nel cuore della notte, a soffrirvi le più crudeli persecuzioni e di dove sovente il suo buon Angelo, mosso a pietà della casta sua sorella, la riconduceva alla sua povera casa prima dello spuntar del giorno. Più in basso e precisamente davanti alla casa di Santa Maria vi è la camera ove visse, soffrì e morì la privilegiata di N. Signora del Laus.

[p 120]  Vi si vedono le cose tali e quali esistevano due secoli addietro: un cofano e, reliquia ben preziosa, il duro letto della pastora, che una custodia a vetri mette al riparo dai più ladrocinii dei pellegrini. Il cuore si sente stretto da commozione ineffabile sotto questo tetto due volte secolare, ove il Cielo e l'inferno combatterono tanto, ma ove l'umile figlia di Maria, assistita dalle falangi celesti che discendevano nella sua piccola cella, per inondarla dei profumi di Paradiso, confuse sempre la gelosa rabbia di Satana.

La graziosa cappella del Prezioso Sangue, che racchiuse la Croce venerata su cui apparve insanguinato il Redentore del mondo [p 121] è la prima meraviglia che si presenta agli occhi attoniti del pellegrino che sale al Santuario.

Ella parte da un piano ottagonale e porta una miniatura di campanile formato da otto colonnette bianche. Al centro dell'edicola, sotto la cupola è  sospesa la Croce rinchiusa in una cassa di cristallo e di bronzo dorato.

Al di sotto della Croce si vede un altare circolare in marmo ove si può celebrare il Santo Sacrifizio della Messa. Tutto vi è  ben ordinato, ben eseguito e di un gusto perfetto.

Con la cappella del Prezioso Sangue avevamo veduto ed [p 122] ammirato tutto quanto  possiede di straordinario il Santuario del Laus, nel ritorno il Padre ci venne manifestando una strana rassomiglianza tra la Venerabile del Laus e la Beata Margherita Alacoque: nate nello stesso anno, furono pure nello stesso anno orbate del padre e incominciarono contemporaneamente ad avere le visioni celesti.

Intanto udimmo la campana che ci chiamava per il pranzo e ci avviammo tutti al ricovero. Si mangiò con una perfetta allegria, serviti dalle caritatevoli Suore; si uscì un poco a godere l'aria libera e pura delle montagne e alle otto si rientrò in Chiesa per il     [p 123] Rosario, il sermone recitato dal Padre Albert, superiore dei Missionarii, sull'"Etablissement du Pelerinage" e la Benedizione del Venerabile Sacramento. A funzioni finite si rientrò nella casa di Santa Maria a prendere il giusto e ben meritato riposo di cui avevamo tanto bisogno: era la prima volta che si dormiva fuori di casa.

 

Martedì  -  5 Agosto 1890

 

E dormii profondamente sotto la custodia di Maria fino alle cinque. La notte passata ci aveva ristorati e donate nuove forze; ci alzammo subito e si ritornò al Santuario: era sì  breve il tempo che quivi si rimaneva [p 124] che conveniva passarlo tutto ai piedi della nostra Buona Madre.

La funzione del mattino fu commuovente e, quanto altra mai, cara al nostro cuore. La S. Messa fu celebrata dal direttore spirituale del nostro Pellegrinaggio il M. R. Teologo Vigo Curato di S. Giulia in Torino, che ci fece un bel fervorino e ci dispensò  il Pane dei forti.

Ricevemmo il Divino Gesù dalle mani di Maria e lo mettemmo come suggello dei nostri cuori che tutti a Lei per sempre sarebbero consacrati.

Dopo la Santa Messa la Mamma fece chiamare il Padre Superiore, e dopo di essere state ascritte alla Confraternita [p 125] di N. D. du Laus refuge des pecheurs, rimettemmo nelle sue proprie mani le lettere che ci promise di porre egli stesso nella cassettina ai piè della Madonna e che dovevano rappresentarci presso la nostra Buona Mamma dopoché  fossimo partite.

E le otto e mezza non tardarono a venire e con esse l'ora temuta della partenza.

Ma lasciando questo luogo delizioso, l'emozione dell'addio fu addolcita dalla speranza dell'arrivederci: chissà se un giorno, se tale è la volontà del Signore, l'anno venturo forse, non ritornerò in questo benedetto vallone a passare tutto un mese qui dove in ogni luogo si sente la  presenza di  [p 126]  Maria? Il Cielo ascolti un  tal  pio desiderio e ci dia modo di poterlo effettuare.

La Suora dall'aspetto simpatico, che, prima, ci diede il benvenuto, non volle salutarci coll'addio: prima che noi l'avessimo pensato, prevedeva possibile il nostro ritorno. Il padre Superiore venne fino alla vettura e ci salutò  coi più lieti auguri. *

 

 

Pélerinage de Saluces

 

 

 

(come al solito, tralasciamo la descrizione in francese

riportata in calce ad ogni pagina dalla 126 alla 134).

 

[p 127]  Si scendeva, si scendeva, il Santuario, la cappella del Prezioso Sangue, il Sacro Vallone eran già scomparsi e in basso, in piano si cominciava già a vedere la città di Batie-Neuve. Il cocchiere sferzava i cavalli, il direttore inquieto guardava l'orologio,  tutti  noi dividevamo la sua impazienza: si temeva di non giungere [p 128] al treno per Gap. Ma il cocchiere aveva promesso di condurci e ci condusse in tempo. In un quarto d'ora il  [p 129] treno ci porta alla città di Gap. Ciascuno coi nostri bagagli ci dirigiamo  all'Hotel des Alpes, [p 130] dove fatta una breve fermata, andiamo a visitare la città.  Gap, è sede di un vescovado e possiede una [p 131] cattedrale in via di costruzione che, quando sarà  ultimata, la renderà  celebre. Situata in faccia al Duomo antico, [p 132] di nessuna importanza e colle volte così basse da farti pensare alle Catacombe; la magnifica Chiesa [p 133] costa di già più di due milioni: le colonne maggiori che sostengono la grande navata del tempio  sono letteralmente [p 134] coperte di pietra e di marmi, come  di marmo è decorata la maggior parte della Chiesa.

Essa servì  già  or sono due anni alla consacrazione del nuovo vescovo di Gap, per la quale cerimonia fu bellamente addobbata.

[p 135]  Del resto Gap, possedendo tutti i conforti di una cittadina di media importanza, non ha nulla meritevole di nota speciale.

Alle 11 e 30 le sale dell'Hotel des Alpes erano occupate da tutti 96 i pellegrini bramosi di gustare i buoni prodotti della sua cucina.

Dopo il pranzo, seduti dinanzi al caffè, presso l'Hotel passammo un'ora nella più schietta e cordiale allegria.

Alle 1,30 le vetture son pronte, i cavalli sbuffano, si sale e via in volta di Corps. Questa volta si viaggia a tiro da sei: sei cavalloni, che fanno onore alla ben meritata fama che gode la città di Gap per la sua fiera.

[p 136]  Si traversano les Hautes Alpes Rouges: si passa a Chauvette sur le Col Bayard a 1600 metri sul livello del mare, si vede lontano Challieul e si traversano Laye e Brutinel de S. Bonnet. Quivi ci fermiamo tre quarti d'ora, perché i cavalli hanno da riposare e da mangiare la biada; si prosegue di poi alacremente la via e costeggiando la sinistra del fiume Drac si passano les Barraques e la Quinquette, si traversa il fiume e si sale l'alta montagna di fronte.

La salita è  ardua e difficile e i cavalli durano grande fatica: si va passo passo: il padrone delle vetture fa [p 137] un ammirevole servizio correndo da l'una all'altra, incoraggiando i cavalli, tenendo d'occhio le ruote, attento a fermarle in caso di pericolo, e dando cortesemente a ciascun viaggiatore, le chieste informazioni.

Dopo Chauffayer si discende lentamente, lentamente nella Valle di Champsaur e dopo molti stenti, a sera avanzata giungiamo a Corps. 


 

Questo era l'ultimo tragitto che si faceva tutti insieme prima di giungere alla vera meta  del nostro pellegrinaggio, il Santuario della Salette, poiché il viaggio del mattino era libero [p 138] e si poteva fare in vettura od a piedi; e questo tempo che si passava insieme da tutti i pellegrini in via al Santuario fu impiegato in preghiere, nella recita del [p 139]  Santo Rosario, in cantici divoti: le sacre litanie e molte laudi furono intonate da quell'anima pia, tutta dolcezza e carità del Rev. Don Rossa parroco di Paesana. Nei paesi ove si passava la gente, avvertita dai nostri cantici, usciva al nostro passaggio e su tutti i volti si vide sempre il sorriso della benevolenza e dell'approvazione e mai, mai quello del disprezzo: onore ai Francesi!

Si faceva notte: le nubi si addensavano, si sentiva già lontano, lontano il tuono che muggiva ed annunziava prossimo il temporale e la città di Corps non si vedeva ancora. Se ci avesse presa la pioggia così colle vetture scoperte [p 140] certo che non ci avrebbe fatto né bene, né piacere; ma Maria vegliava a nostra difesa e venne ancora in nostro soccorso: la procella fu scongiurata e la città di Corps comparve vicina.

Scendemmo all'Hotel principale in mezzo ad una folla rispettosa che faceva ala al nostro passaggio e preso possesso di una magnifica camera al primo piano discendemmo per il pranzo.

Il proprietario dell'Hotel (il medesimo che delle vetture) bisogna dirlo in questa circostanza superò  se stesso:  la tavola  imbandita con eleganza e sommo buon  [p 141] gusto fu in breve coperta delle più squisite e ricercate vivande, e noi, non c'è che dire, gli abbiamo fatto onore col mangiare di tutto col migliore appetito.

Ma l'ora si fa tarda e pensiamo al riposo. Ci auguriamo a vicenda la buona notte e ciascuno scompare nella sua camera.

 

_____________

 

A 63 Kl. da Grenoble sulla strada che mette la capitale del Delfinato in comunicazione con Gap e col mezzogiorno della Francia si eleva il borgo di Corps uno dei capoluoghi del dipartimento dell'Isère.

[p 142]  La sua popolazione è di 1300 abitanti, il suo sito dei più graziosi: assisa sul versante di una montagna Corps domina una delle belle vallate che si stendono a' piedi delle Alpi.

Al nord di Corps, una strada in riva ad un torrente s'inoltra in una gorgia che poi si apre e lascia vedere il paesaggio più svariato. E' un bacino di terre coltivate, chiuso all'intorno da un cerchio di alte montagne sul versante delle quali, qua e là, in mezzo a boschetti di alberi, compaiono dodici borgate che formano il Comune della Salette.

Questo comune di 500 abitanti fa parte del borgo di Corps [p 143] dal quale è separato da una distanza di circa cinque chilometri. Al nord della Salette una montagna si fa rimarcare per la sua vetta rotonda, ricoperta da una ricca verzura e sormontata da una gran Croce. E' le Plateau ou le Mont-sous-les Basses, elevato sul livello del mare circa 1800 metri, una volta visitato soltanto dai pastori e da qualche raro cacciatore, ora divenuto i rendez-vous di popolazioni innumerabili.

Questi luoghi, sì lungamente deserti, furono popolati, da un'apparizione di Maria ai due poveri pastorelli: Massimino e Melania.

[p 144]  Massimino Giraud aveva undici anni quando dovette lasciare la casa paterna a Corps per andare a sostituire il guardiano di vacche infermo di un amico di suo padre. Il venerdì  18 Settembre 1849 condusse le sue vacche sul Plateau ove fece conoscenza con Melania - Calva-Mathieu fanciulla sui quindici anni, nativa anch'essa di Corps, che da qualche anno era a servizio alla Salette; e dopo aver passata insieme una gran parte della giornata convennero di rivenire tutti e due il dimane a governare le loro vacche sulla montagna del Plateau.

Il Dio che ha scelto dei poveri pescatori di Galilea  [p 145] per annunziare il Vangelo alle nazioni, gettò gli occhi sopra questi due ignoranti pastori per farne gli apostoli di sua Madre.

Il 19 Settembre 1846 - E' un Sabbato, giorno consacrato dalla pietà cattolica ad onorare la Santa Vergine e di più la vigilia della festa di N. Signora dei sette dolori: i due giovani pastori vengono di primo mattino, ciascuno colle vacche del proprio padrone, sulla montagna del Plateau.

Udendo la campana del villaggio della Salette, che suona l'Angelus,  i fanciulli cercano un luogo propizio [p 146] per prendere il loro poco cibo lungo il torrente Sezia e si fermano presso una fontana disseccata a destra del ruscello e una ventina di passi dal Plateau solitario descritto di sopra; poi riposti gli avanzi del pranzo si addormentano tutti e due a qualche passo di distanza.

Verso le due e mezza Melania si sveglia e chiamato Massimino, vanno a cercare le loro vacche, e vedutele subito ridiscendono il fianco della montagna per riprendere il loro sacco.

Appena fatto qualche passo vedono una luce straordinaria che pareva oscurare quella del sole, che [p 147] pure brillava in tutto il suo splendore: la luce si apre e lascia vedere una Bella Signora, circondata di gloria, ma la cui attitudine rivela una profonda tristezza.

La Bella Signora, come l'hanno chiamata i fanciulli, è seduta sopra una pietra, i suoi piedi riposano sul letto disseccato della fontana; i suoi gomiti appoggiati alle sue ginocchia e le sue mani sostengono il capo fatto come pesante per il dolore.

A tal vista i ragazzi sono spaventati: la Bella Signora si alza, incrocia le mani sul petto e, con una voce dolce  come  un'armonia di cielo: “Avancez mes enfants, [p 148] dice Ella,  n'ayez pas peur, je suis ici pour vous conter une grande nouvelle.”

I fanciulli rassicurati scendono ad incontrarla e si fermano vicino a Lei, Melania alla sua destra, e Massimino alla sua sinistra e nella luce che la circonda.

Poi nel patois del paese (i fanciulli non capiscono il francese) versando abbondanti lagrime fa loro un lungo discorso lagnandosi della violazione del precetto festivo, delle bestemmie contro l'adorabile nome di suo Figlio, e dell'indifferenza mostrata dai Cristiani per l'Augusto Sacrificio dell'Altare, minaccia la rovina dei raccolti ed una grande carestia se gli uomini non [p 149] si convertono e si occupa di certi umili e minuti dettagli che rivelano quella materna tenerezza a cui nulla sfugge.

Volgendosi poi a Massimino continua a parlare senza che Melania intenda: le confida il suo secreto, poi a sua volta è Massimino che più non capisce: la Vergine Santa la fa pure depositaria di un secreto più lungo e più triste pare di quello di Massimino.

La Santa Vergine termina il suo discorso con queste parole: "Eh bien, mes enfants, vous le ferez passer à  tout mon peuple",  poi allontanandosi dai due fanciulli [p 150] passa il torrente Sezia, ripete le stesse parole, sale il monticello da cui i pastorelli avevano vedute le loro vacche, si eleva all'altezza di un metro e mezzo circa e scompare.

I fanciulli guardano ancora un poco dalla parte dov'Ella è partita e continuano a governare le loro vacche, parlando di ciò  che avevano veduto.

 


 
Mercoledì  - 6 Agosto 1890

 

Erano appena le tre quando dall'uno all'altro passò  l'ordine di alzarsi. Si partiva per la Salette.

[p 151] Il tempo è nebbioso e triste e non ci permette di osservare lo stupendo paesaggio che la natura offre in questi luoghi: forse è Maria che, arrivando al suo Santuario, non vuole che siamo distratti dall'incantevole panorama, ma che la nostra attenzione si concentri tutta e solamente nel suo Santuario.

La via è rapidissima e pericolosa e presso il villaggio della Salette dobbiamo scendere di vettura e fare a piedi un gran tratto roccioso e a fianco di altissimi precipizi.

La nebbia continua ad abbassarsi e cade in pioggia finissima.

[p 152]  Già vediamo la Gran Croce piantata sul Plateau che ci annunzia il Santuario. A questa vista spontanea la preghiera ci spunta sul labbro e incominciamo la recita del Santo Rosario. La vallata si apre, siamo sul Plateau, compare la Chiesa... una subitanea emozione mi stringe il cuore, muove la preghiera sul labbro, ed è cogli occhi velati di lagrime che ammiro il Santuario che si avvicina.

Ah ci siamo! ecco la vera meta del nostro pellegrinaggio, ecco compito il voto più ardente del nostro cuore! Ah Maria, Maria! rimira con sguardo benigno [p 153] i tuoi figli  che vengono di sì lungi ad implorare il Tuo soccorso nella terra da Te prediletta!

E anche qui l'amabile Gesù ci appresta la Mensa Eucaristica: cibata delle sue Carni adorabili, prostrata davanti l'altare, proprio a' piè di Maria, invano le labbra tentano aprirsi alla preghiera: Ah il Cuore di questa tenera Madre non ha bisogno di parole per comprendere i suoi figli!

Il linguaggio che parte dal cuore per giungere al Cuore è il solo conveniente a questo solenne momento! E  il  [p 154]  cuore commosso anch'esso d'indicibile emozione parla eloquentemente colle lagrime che copiose mi scendono dal ciglio e che mi è  impossibile frenare... frenare, ma perché? è sì dolce il pianto quando è versato ai pie' di una Madre, di una Madre che vi comprende e vi ama! E' debolezza il pianto? Allora io confesso semplicemente che son ben debole e piango come un fanciullo, di gioia e di consolazione nelle braccia di Maria. Ah Maria nel suo Santuario, nella solitudine di queste sacre valli attrae potentemente i cuori che a Lei si recano con vero trasporto di amore!

[p 155]  Dopo la Messa, celebrata dal Teologo Vigo usciamo per un poco di refezione: accanto alla Chiesa vi sono due ampie case destinate ad albergare i pellegrini, l'una a destra per gli uomini, l'altra a sinistra per le signore.

Una suora ci serve il caffè e latte e torniamo in Chiesa.

Alle 9½, si organizza una processione di tutti i pellegrini (erano già alla Salette due pellegrinaggi francesi) sulla Santa Montagna. I preti francesi intuonano l'Ave Maris Stella a cui fa seguito la bellissima  laude di Notre Dame de la Salette: le ciel [p 156] en est le prix: e cantano con un tuono di voce che mi sarà  difficile scordare.

Siamo usciti adesso di pranzo: il nostro direttore R. Don Vicini, ci fa vedere la bellissima stola da regalarsi al Santuario: sono fiori rilevati e di una bellezza e di un genere così nuovo che tali non ne ho veduti giammai. Siano rese le meritate lodi all'Istituto delle Orsoline di Saluzzo, da cui escono sì  pregiati lavori!

I Padri Missionari hanno un fotografo nella loro casa che ritrasse l'intiero gruppo di pellegrini disposti ai piedi della statua di Maria che sale al Cielo.

[p 157]  Andiamo sui luoghi dell'Apparizione.

A circa una cinquantina di passi dalla Chiesa si vede una cancellata di ferro che chiude un tratto di terreno: è quello stato percorso un giorno da Maria, quando le piacque di visitare queste care solitudini! Molti gradini di pietra incastrati nella montagna ci conducono, a fianco della cancellata, giù pel pendio, fino alla statua della Vergine che piange ed ai cui piedi, zampilla la miracolosa fontana: è la fontana disseccata presso cui sedettero Massimino e Melania ora divenuta perenne quasi a perpetuare in quel luogo le lacrime di Maria.

[p 158]  La Vergine, quale ce la mostra questo gruppo, è seduta su di una nuda pietra (la vera pietra su cui sedette Maria nella sua Apparizione si conserva in Sacrestia, presso al cuore di Massimino già morto da parecchi anni. Melania è vivente e, credo, esiliata dalla Francia, è a Castellamare) porta in capo il reale diadema, è vestita di povere vesti e tiene davanti un grembiule: sono le insegne della gloriosa Regina del Cielo e della povera Vergine di Nazaret. In alto si vedono pure Massimino e Melania in atto di stupore che La stanno contemplando.

Un poco più su è il gruppo della Conversazione: è Maria [p 159] che si è alzata ed è  mossa incontro ai piccoli pastori, colle mani incrociate sul petto che parla con bontà  materna e versa lagrime sulla sorte dei peccatori che son pure suoi figli. E al piano, sopra un piedestallo è raffigurata Maria che sen vola al Cielo lasciando stupiti dinanzi a Lei i due fanciulli.

Queste statue sono tutte tre bellissime, ma quella che attrae più l'attenzione del pellegrino e commuove nell'intimo del cuore è quella della Vergine seduta, in attitudine di estremo dolore: è qui che vedi continuamente numerosi pellegrini aggirarsi in religioso silenzio e prostrati a terra, pregare e piangere.

[p 160]  Dentro la cancellata, sui luoghi santi fu pure impiantata una Via Crucis e, verso le due, le campane del Santuario ci radunano tutti in processione con a capo due preti in cotta e stola ci portiamo al Sacro recinto per seguire Gesù e Maria nel cammino del Calvario.

Il pio e fervente religioso, con vero slancio di affetto ci fa ad ogni stazione una breve meditazione sui dolori dell'Umanato Figliuolo di Dio in relazione coi dolori della Vergine Madre che piange sulla montagna della Salette.

Vorrei poter stampare nella mia mente queste brevi parole per ricordarmene sempre...  Quindi prostrati, [p 161] colle braccia in Croce c'invita a recitare le preghiere e a cantare i versetti. Intanto il cielo si è oscurato e la pioggia cade abbastanza sentita: e tutta questa folla che prostrata prega e canta non curandosi dell'acqua che cade, produce un magico effetto ed è la più bella manifestazione di fede.

Ritorniamo processionalmente in Chiesa: il Superiore della Salette sale il pergamo e, visibilmente commosso, piangente ci rivolge sentite parole di saluto, di rallegramento e di sommo dispiacere per non poterci albergare tutti per la seguente notte.

[p 162] Ah se nel Santuario di Nostra Signora della Salette, esclama egli con voce interrotta dai singhiozzi, non possiamo aver luogo abbastanza per voi tutti, o dilettissimi fratelli, la Madre nostra comune avrà lassù in Cielo luogo per tutti e in ricambio di questa ospitalità materiale che non siamo in grado di darvi, la Vergine Santa ci riunirà tutti nel soggiorno di gloria ove ci terrà  uniti per l'eternità!

Ei piangeva, piangeva con lui tutta l'assistenza: oh come ai piedi di Maria ci sentiamo tutti fratelli! figli di una stessa Madre, sudditi di una stessa Regina, [p 163] riuniti sotto lo stesso tetto, commossi delle stesse emozioni, fra noi non vi era più differenza di lingua né di nazionalità .

Finito il sermone i ventisette preti che fanno parte del nostro pellegrinaggio intuonano le litanie della Vergine e poco dopo tutte le fronti si curvano alla benedizione del S.S. Sacramento.

Si cantano ancora alcune laudi a Maria e commossi, esitanti usciamo per l'ultima volta dal Tempio Santo: oh come ci costa l'addio a questo Santuario in cui abbiamo provate tante sì soavi emozioni!

 

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[p 164]  La Chiesa della Salette offre una particolarità: nel presbiterio dall'una e dall'altra parte vi sono gli stalli del Coro: e di dietro l'altare in vece del Coro vi è un grande sfondo con quattro altari laterali ornati da grandi piramidi di gigli; in fondo trovasi uno splendido baldacchino per l'esposizione del S.S. Sacramento formato da due Angeli di bronzo dorato, in piedi su molte nubi, che sostengono grandi cartine di moarro (sic!) bianco con frangia in oro.

L'altare maggiore nel presbiterio è in marmo bianco, portante nel mezzo la statua della Vergine pure bianca. L'altare è parato con candelieri di bronzo dorato, con [p 165] girandole  e  molti angeli, ai lati vi sono due vasi di fogliame; sulla tovaglia è posata una coperta a stupendi ricami sulla predella e gradini è steso un tappeto a gobelin.

Il tempio è a tre navate: nelle laterali vi sono altari dedicati a S. Giuseppe, al Sacro Cuore, a S. Lorenzo, S. Anna, San Pietro.

L'organo, in presbiterio, ed il pulpito sono in legno scolpito. La Chiesa è tappezzata di voti e cuori; nella maggior navata si vedono una ventina di bandiere, dono dei pellegrini.

Il Santuario è ricco di magnifico baldacchino per le [p 166] processioni, avente gli svolazzi  in veri bellissimi gobelin esposti in Chiesa in apposita cornice.

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Sono le cinque e mezza; sui Luoghi Santi è finita la spiegazione dell'Apparizione di Maria fatta da un Sacerdote francese e tradotta dal Rev. Don Vigo; i cavalli son pronti, bisogna partire.

Prendiamo con noi i numerosi ricordi comperati al Santuario; una boccetta dell'acqua della Madonna; un fiorellino ed un filo di erba raccolti sul terreno benedetto dalla presenza di Maria; oh semplice fiorellino, quanto mi sei caro! e come ti terrò fra le        [p 167]  cose mie preziose, o tu, che mi ricordi l'infinita bontà di Maria per noi suoi figli! Volgiamo un ultimo sguardo alle statue ed alla Chiesa e lentamente incominciamo la discesa.

Il cielo fosco e piovviginoso s'è rischiarato, il sole morente riflette gli ultimi suoi raggi sulle cime più alte della montagna e dà alla bellissima vallata della Sezia un aspetto imponente e pittoresco.

Siamo già  presso Corps; voltandoci indietro vediamo ancora una volta la gran Croce piantata sul Plateau: commossi ed esultanti mandiamo un ultimo saluto al [p 168] Santuario di Maria e le ultime vestigie scompaiono per non più comparire.

Ecco Corps: Saliti all'albergo nella quiete e nel silenzio della nostra stanzetta, rivediamo gli oggetti comprati alla Salette, leggiamo la storia ed i Cantici e  passiamo  un'oretta nel ricordo delle gioie passate.

La cena si fa allegramente ed alle nove ci lasciamo per recarci al riposo. Buona notte a tutti!

 


 
Giovedì  7 Agosto 1890

 

E' il  mezzo tocco: siamo ancora nel cuore della notte, [p 169] ma il Pellegrinaggio è   già in piedi e le vetture pronte per partire. Ma mentre scendeva dall'albergo, per salire in diligenza la Damigella Costa cadde da un gradino e si slogò un piede: povera Signora, lontana di casa, sopprafatta dalla sventura ci diede l'esempio di una virtù forte e coraggiosa: non si sgomentò per nulla e mentre tutti erano affannati attorno a Lei, Ella era calma e non pensava per nulla ad interrompere il viaggio.

La portarono in vettura e si partì per La Mure. La Mure, per quanto posso vedere passandovi in mezzo per giungere alla ferrovia, poiché  non  abbiamo  tempo  a  [p 170] fermarci, causa l'incidente della Signora Costa, che ci portò in ritardo nell'orario dei treni, è una città abbastanza grande, pulita, elegante. A la Mure saliamo nella ferrovia di montagna che offre agli sguardi attoniti del viaggiatore i paesaggi più incantevoli. Ci troviamo sempre o nelle viscere della terra sotto tunnel più o meno lunghi, o sopra ponti o a fianco di orribili precipizi e tanto profondi che l'acqua che vi scorre in fondo, per la lontananza la credi stagnante od agghiacciata.

Così  passiamo al villaggio di Vizille che possiede uno [p 171] dei rari castelli francesi posto in favorevole e poetico sito sulla cresta di una montagna.

A San Georges de Comuniers si cambia treno e costeggiando il fiume Isère proseguiamo fino a Grenoble senza notare nulla di speciale. Ma neppure a Grenoble non ci arrestiamo ancora: lasciata la Signora Costa all'Hotel d'Europe ove ci fermeremo nel ritorno, risaliamo in vettura: la nostra meta è  la Grande Chartreuse.

La via è  lunghissima: occorrono cinque ore per giungervi. Passati a S. Robert, Cornillon, Voreppe, la Placette, sostiamo a San Laurent du Pont un'ora per prendere un poco di  cibo e fare riposare i cavalli.

[p 172]  All'una e mezza infiliamo la Route forestale de la Fourvoirie nella deliziosa vallata del Guiers-Mort che offre agli occhi meravigliati del viaggiatore lo spettacolo il più sublime.

Da un lato si vede una roccia nuda, pittoresca, masso immenso che sporge sul fiume Greche (che viene dalla Certosa) incanalato in profondo burrone. La vegetazione qui è  rigogliosa: due montagne a destra sono unite da un alto ponte: da un canale escono cascate d'acqua artificiali. Si passa ad una miniera di carbone; la vallata si apre e lontana, lontana si vede una incantevole montagna che ci figura di stalattiti. [p 173]          

Un intiero torrente cade sulle roccie in mezzo a folte piante. Si passa un magnifico ponte posto a cavalcioni di un orrido incantevole in pietra viva profondissimo, in fondo al quale vediamo due preti francesi intenti a prendere la fotografia delle circostanti montagne.

Si vede una caverna nel seno della montagna; da un'altra nel fiume esce acqua spumeggiante.

Una piramide di pietra bianca s'innalza isolata in mezzo a profondissimo burrone; si passano quattro tunnel dalle facciate artisticamente lavorate.

Prima di giungere al monastero si vede e si passa a  [p 174] Fourvoirie luogo dove si  trovano  i laboratorii nei quali i Certosini fabbricano il  loro celebre  liquore.

Passata la Route la Croix Verte si incomincia a vedere il monastero dominato dalla bellissima montagna Grand Som. La fondazione della Grande Certosa che rimonta all'anno 1084 è dovuta a S. Bruno. In luogo di prendere nome dal suo fondatore il monastero prese quello del villaggio di Chartrouse (sic!) situato presso la vallata che occupano il deserto in cui questo pio solitario stabilì suo ritiro ed il convento che i suoi discepoli vi costruirono.

Otto volte il monastero fu preda delle fiamme.

[p 175]  L'ultimo incendio ebbe luogo verso la metà del secolo XVII ed è dal 1676 che data l'ultima costruzione.

Molte pagine eloquenti furono consacrate da scrittori di merito alla descrizione di un luogo così agreste in cui la natura sembra aver rivestito il carattere della più selvaggia tristezza unita al più imponente splendore.

Anche in questo come negli altri luoghi religiosi le signore hanno alloggio separato dagli uomini. Le donne se ne vanno alla casa tenuta dalle religiose della Salette e gli uomini al Convento, la cui entrata a noi è interdetta.

[p 176] Che peccato non poter visitare questo monumento così insigne della nostra religione che possiede tante meraviglie dell'arte cristiana!

Ma  non c'è  verso: ci dobbiamo accontentare delle descrizioni vive vive che ce ne fanno i nostri compagni di viaggio entusiasmati fino all'esaltazione: molti tra essi bramerebbero fermarsi a passarvi la vita! Noi però abbiamo l'insperata fortuna di poter parlare col Gran Vicario, Padre Simeone (dietro raccomandazioni della Signora Costa) che ci diede l'appuntamento per domani mattina alle ore 7.

Ci rechiamo in cappella ove abbiamo la consolazione di ritrovarvi la Madonna della Salette alla quale è  dedicata.

[p 177]  Alle 6½ è l'ora della Cena, servita da una buona Suora che sempre mi chiama sa petite Dame anglaise, forse per la forma del mio abito; e tutta esclusivamente di magro. Ma è cucinata così bene ed è tale la squisitezza dei cibi che sono a preferirsi alla carne.

La cameretta che ci hanno assegnata è bellissima nella sua semplicità e contente come sempre ci rechiamo al riposo.

 

Venerdì  8 Agosto

 

Abbiamo già assistito alla S. Messa e ricevuto il Sacramentato del Signore che portiamo con noi; sono le 7 e bussiamo al parlatorio del Convento. P. Simeone [p 178] non si fa  aspettare, affabile gentile si intrattiene con noi una mezzoretta regalandoci di un quadretto e di ava (sic!) per ingannare la noia della vettura alla quale egli stesso ci accompagna augurandoci il  buon viaggio.

Passato un ponte s'incontra l'Hotel Victoria, Grand Hotel du desert. In una vallata ridente fertile ricca di verdura è sparso il villaggio di Chartreuse: si passano ampie foreste di pini; ci fermiamo a Sappey e progrediamo per Grenoble.

Grenoble l'antica capitale del Delfinato; oggi capoluogo del dipartimento dell'Isère è  situata ad una altitudine di 215 metri. E' piazzaforte di molta importanza sulla Frontiera  orientale della Francia [p 179] è sede di un vescovado e d'un’accademia universitaria con facoltà di lettere e scienze.

All'epoca della dominazione romana Grenoble che si era chiamata Culraro (sic!) quando era la capitale degli Allobroges ricevette la denominazione di Gratianopoli in onore dell'imperatore Gratiano che ristabilì il primo vescovado alla fine del quarto secolo. Dopo essere stata presa dai Borgognoni alla caduta dell'impero romano Grenoble passò nelle mani dei Re Merovingi, poi divenne proprietà dei conti Gresivaudan che avevano reclamata la sovranità col titolo di Delfini.

[p 180]  Prima della  rivoluzione il parlamento di Grenoble era uno dei più importanti della Francia. Nel 1789 gli abitanti di Grenoble furono i primi ad adottare i principi che aveva adottati la costituzione nuova. Nel 1819 al ritorno dall'isola d'Elba, il capoluogo dell'Isère fu la prima grande città che aprì le porte a Napoleone e l'anno seguente la cospirazione Bonaparte che vi fu scoperta valse ai suoi autori una severa punizione da parte del governo di Luigi XVIII.

Divisa in due parti disuguali dall'Isère: Grenoble non offre curiosità; è una città pulita, elegante graziosa, di aspetto ridente: sono a notarsi le piazze della Costituzione ove  sono  l'Università, la Facoltà e [p 181] piazza Grenette ove portano le vetture pubbliche e dove trovasi l'Hotel d'Europe ove noi siamo alloggiati. Grenoble possiede un Museo di Storia Naturale ricco di moltissimi campioni specialmente nella Zoologia, che forma una delle sue glorie. Qua e là si vedono più giardini pubblici ove fanno bella mostra fiori di ogni specie.

Nella cattedrale sono a notarsi a sinistra entrando gli altari di N. D. du Sacre Coeur, S. Francesco, S. Giuseppe, S. Filomena, S. Anna, la Salette ed una cappella grande a lato dell'altare maggiore dedicata all'Annunziata.

Attorno all'altare maggiore vi sono otto colonne di marmo prezioso.

[p 182]  In presbiterio vi è ancora una scoltura in legno dorato trasportata dall'antico Duomo, rappresentante Maria al Tempio, la Nascita del Salvatore, l'Adorazione dei Magi  e  la  presentazione  al Tempio del Bambino Gesù.

A destra dell'altare maggiore è da notarsi la bellissima cappella del S.S. Sacramento in cui sono dipinti ad affresco alcuni fatti della vita pubblica del Salvatore.

In piazza S. Andrea, avanti alla Chiesa vi è il monumento a Bayard le Chevalier sans peur et sans reproche.

Nella Chiesa sono a ricordarsi il primo altare a destra dedicato al martirio di S. Andrea,  un  magnifico [p 183]            organo e la cappella in fondo di N. D. du Suffrage. Il gruppo dell'Addolorata è bellissimo, la posizione della Vergine naturale e commovente.

Presso l'Hotel d'Europe, vi è  ancora la Chiesa di S. Luigi che possiede una Via Crucis in legno scolpito, un altare del Crocefisso parimenti in legno; un gran quadro della deposizione della Croce, la Sacra Famiglia occupata nei lavori domestici; il Bambino Gesù colla sega in mano. I vetri sono dipinti.

Grenoble abbiamo avuta la fortuna di visitarla benissimo grazie ad un giovane prete che, nella Cattedrale, si offrì a noi per guida e fu sì gentile da soddisfare ad ogni nostra domanda.

[p 184]  Ma intanto giungono le cinque e bisogna salire in fretta in vettura e portarci alla stazione a raggiungere i compagni.

Alle 7.04 giungiamo a Montmelian. Abbiamo una mezzoretta di tempo e l'impieghiamo a fare un poco di cena.

Montmelian era altra volta una piazzaforte molto importante di cui la fortezza è ora in rovina. A qualche K. al nord della riva destra dell'Isère

Saint Pierre d'Albiguy piccola città nelle vicinanze della quale si rizzano sopra un piano scosceso le rovine del castello di Miolans che fu per due secoli una importante prigione di Stato.

[p 185] (Una linea di 24 Kl. rilega Saint Pierre a Albertville capoluogo di arrotondimento della Savoia; bella città di 5000 abitanti, bagnata dall'Arly che viene a poca distanza a gettarsi nell'Isère).

Dopo S. Pierre la via volta a destra e si traversa l'Isère: a sinistra si vede il castello di Miolans.

Si passa Chamousset al confluente dell'Isère e dell'Arc.

Poi Aiguebelle che fu la culla dei Conti di Savoia. Sopra il versante della montagna vi è  una miniera di ferro di cui se ne serve per mezzo di una piccola strada ferrata. In alto vi ha il forte di Montgilbert (1374 m) a sinistra i monti di Grand Arc (2489) e di Beltrehat (2488).  Traversato il fiume si vede a destra [p 186]       le piramidi di Grand Miceau (2687) e di Pic - du Frêne (2808m).

La Chambre - 656 K. da Parigi Saint Jean de Maurienne (666 K. da Parigi) sotto prefettura del dipartimento della Savoia è una piccola città  di 3000 abitanti a un Km. dalla riva destra dell'Arc. Ella è  la sede di un vescovado che fu soppresso per alcuni anni e poi ristabilito. Conquistata dalle armate francesi sopra gli Stati Sardi durante le prime guerre della rivoluzione la città di S. Jean fece parte sotto il primo Impero del dipartimento del Monte Bianco di  cui ella è  un capoluogo di arrotondamento.

[p 187]  La sua cattedrale di cui la fondazione rimonta al secolo XII rinchiude tombe dei suoi antichi vescovi, belle pitture e ricche boiseries.

Dopo traversato l'Arvant, affluente dell'Arc la via passa più tunnel costeggiando a sinistra le Perrou des Encombres et le Mont Bréquise 3194 metri.

S. Michel de Maurienne (678) la via monta considerevolmente. A sinistra si vede una bella cascata.

La Praz a 957 metri. E si arriva alla frontiera d'Italia e Francia ove si trova la stazione  internazionale  [p 188] di Modane, città  di 2.500 abitanti (1074 m) incastrata nelle montagne eccetto all'ovest.

A poca distanza dalla stazione dopo passati due tunnel di 575 e 500 metri si entra nel tunnel del Moncenisio che ha rimpiazzata l'antica via.

Il 26 Dicembre 1870 dopo nove anni di perenni sforzi il tunnel fu terminato mediante la mano d'opera permanente di 2000 operai italiani e francesi.

Il Tunnel è  lungo 12.233 metri ed ha costato 75 milioni.

Dal lato della Francia è a 1159 metri d'altitudine e dal lato d'Italia al luogo dell'uscita a 1291. Vi ha dunque una   (Nel testo originale la Madre omette una pagina: la 189.)      [p 190]  differenza di 132 metri sulla lunghezza ciò che fa che la traversata si fa in 45 m. venendo di Francia ed in 25 venendo d'Italia.

Il viaggio da Modane a Torino l'ho già fatto altre volte e non presenta particolarità : perciò poiché sono le due di notte stimo conveniente riposare un pochino. Ma le sei vengono presto e siamo a Torino. Torino la cara nostra città  che rivediamo sempre con piacere e che pone termine al nostro viaggio.

 

 

  

 

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VIAGGIO X°

 

MARENE - CRISSOLO - TORRE PELLICE

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19 AGOSTO 1890

 

 

[p 191]  Partite da Marene verso le ore dieci col Signor Avvocato Calandra e sorella Dam.la Giuseppina, prendiamo a Saluzzo la tramvia per Revello ove ci fermiamo a pranzo, per ripartire di nuovo in vettura alla volta di Paesana. Quivi andiamo a trovare il parroco Don Rossa, conosciuto due settimane fa al pellegrinaggio della Salette, [p 192]  che ci riceve con molte dimostrazioni di affetto.

I nostri cavalli sono stanchi e non possono continuare, perciò l'Avvocato telegrafa a Crissolo per avere una vettura la quale non giunge che alle sei.

Incominciamo la bellissima e pittoresca salita a fianco del Po e giungiamo a Crissolo a notte fatta.

Oggi ha fatto un caldo soffocante, ma pare che per domani il tempo voglia cangiare.

 

20 AGOSTO

 

[p 193]  Ciò che era un timore ieri sera è una triste realtà stamattina: il tempo è  alquanto nuvoloso, perciò rimettiamo a domani la gita al piano del Re e ci accontentiamo di recarci alla caverna del Rio Martino.

Partiti da Crissolo alle 8 del mattino, dopo un venti minuti di salita per un sentiero a zic zac per la montagna al di là del Po, ricca di vegetazione, ci fermiamo un poco a riposare in luogo da cui si vede magnifico panorama.

Siamo sull'alto di un burrone sul cui fondo scorre mormorando il Po: [p 194] abbiamo in  faccia  quella  frazione di Crissolo che possiede la parrocchia; lì  presso ai piedi di una montagna brulla ed alta un'altra lussureggiante di vegetazione e sparsa delle numerose borgate, in cui si divide il Comune di Crissolo: in tutto è uno spettacolo degno di essere ammirato.

In pochi minuti giungiamo alla caverna. Entriamo: la Dam.lla Giuseppina ha molta paura e ci inoltriamo alle grida di spavento che di tratto in tratto si lascia sfuggire: è   veramente molto pericolosa: si cammina a  [p 195]  fianco dell'acqua, sul terreno, sulle pietre, sul legno tutto bagnato e sdrucciolevole e in certi luoghi camminando curvi per poter passare sotto le roccie che sporgono.

Passate per tanto le statue in stalattiti del frate e della Monaca bisogna tornare indietro ed uscendo fa un effetto magico il rivedere la luce per la stretta apertura della caverna: pare l'alba foriera del sole che spunta.

L'Avvocato è ritornato indietro per godersi il fondo della caverna illuminato a magnesio: a quanto ci raccontò colà vi ha una specie di piccolo lago formato  [p 196] da una gran colonna d'acqua che cade nel mezzo da un'incalcolabile altezza producendo un rumore assordante al cui suono ed alla vista di sì  imponente arridezza (sic!) l'uomo si sente ben piccolo dinanzi alla magnificenza della natura.

Noi lo aspettiamo seduti all'apertura della grotta: appena egli uscito si mette a piovviginare e siamo costretti a ritornare subito e con fretta all'albergo. Dopo pranzo approfittiamo di un istante che il tempo pare ci voglia fare credito e ci incamminiamo al

[p 197]  Santuario di San Chiaffredo: è  una povera cappelletta eretta sul luogo ove per un miracolo fu scoperta la tomba del Santo che ora è in via di abbellimento per cura dello zelante parroco Don Giacomo Lantermino una delle nostre conoscenze della Salette.

Scendendo dal Santuario ci rechiamo perciò a casa sua ove siamo ricevuti con molte dimostrazioni di affetto e ove troviamo una famiglia di Cavallermaggiore che ci viene dal parroco presentata.

La Signora Demonte, sola con sua figlia è una gentilissima persona di cui sono lieta d'avere fatta conoscenza.

 

21 AGOSTO

 

[p 198]   Il tempo promette molto bene e saliti sugli asinelli ci dirigiamo tutti quattro colle nostre guide verso il piano del Re.

Il paesaggio è bello e variato come generalmente dappertutto in montagna e più ci avanziamo, più ci appare l'immane colosso del M. Viso. Dopo due ore di cammino gli siamo proprio ai piedi e smontiamo alla capanna del Piano del Re.

Primo pensiero è quello di correre alla sorgente del Po, del maggior Fiume d'Italia. Scaturisce in mezzo a due  roccie e viene subito ingrossato da un torrente [p 199] che   percorrendo un fianco del Viso scende dal lago di Fiorenza. La giornata è bella ed adattissima per una gita per la montagna, ma peccato che di tanto in tanto le nubi portate da un colpo di vento ci vengono sopra avvolgendo noi e le circostanti montagne con un strato di fittissima nebbia.

La discesa, perché molto ripida la facciamo quasi tutta a piedi essendo pericoloso caricare gli asinelli.

 

22 AGOSTO

 

Oggi l'Avvocato Calandra e sua sorella partono per Marene [p 200] lasciandoci sole e noi stanche ancora della gita di ieri passiamo la giornata senza grandi escursioni, passeggiando a piedi a tutto nostro agio il versante della montagna sulla riva destra del Po.

 

23 AGOSTO

 

Il tempo ci sorride di nuovo ed il giorno d'oggi lo dedichiamo ad un'escursione sul monte Tivoli.

La Dam.lla Adriana Demonte chiesta licenza alla madre, ci accompagna e, saliti sugli asinelli, scortati dalle nostre guide ci mettiamo in cammino.

[p 201]  La vista è delle più incantevoli e la natura delle più rigogliose, sulla cima però  non troviamo più che qualche arbusto e molteplici roccie: è il luogo detto: il giardino degli edelwais che infatti troviamo in grande quantità .

Crissolo non presenta più nulla di interessante; che fare? La famiglia Demonte va ancora a fare un giro nelle terre Valdesi e noi, desiose pure di visitare quei luoghi sì  tanto nominati come il centro della religione di Pietro Valdo e santuario insigne dei protestanti, ci uniamo ad esse per questo tratto di viaggio.

Prese  infatti le vetture alle due sotto la sferza cocente [p 202] del Sole uscimmo a Barge, passando presso la Rocca di Cavour. A Barge ci fermiamo quel tanto che basta a visitare il suo magnifico Duomo. 

Preso il treno scendiamo a Bricherasio; anch'essa bella cittadina, di cui ammiriamo le sue chiese.

Tra l'uno e l'altro treno abbiamo il tempo di fare un poco di cena poi proseguiamo per Torre Pellice. Ma è notte e trovato quindi l'albergo che è bellissimo ce ne andiamo a dormire.

 

24 AGOSTO

 

E' domenica: abbiamo per fortuna la Chiesa cattolica vicina all'albergo ed a quella subito ci rechiamo onde [p 203] soddisfare il divino precetto.

Presa una vettura andiamo alla vicina terra di Luserna ove visitiamo il giardino dei Marchesi d'Angrogna e ritornati a Torre assistiamo alla Messa solenne.

Il dopo pranzo lo vogliamo speso in visitare il Tempio dei protestanti che possiamo vedere come monumento, fuori delle loro funzioni.

Non molto lontano dal Tempio vi ha la sala del Concilio, ove nel mese di Settembre si radunano gran parte dei Vescovi protestanti Valdesi dell'Inghilterra per fare il Sinodo.

[p 204] Consta, questo cotanto rinomato Tempio in una gran sala munita di molte panche senza inginocchiatoi con una loggia al di sopra parimenti mobigliata. In fondo vi ha una cattedra ed una tavola severamente ornate con un drappo ed un tappeto di panno rosso.

Lo stile è serio e regolare. Ma non vi è nulla, nulla che tocchi il cuore ed abbia il potere di elevare la mente alle cose del Cielo! Poveri protestanti, quanto vi compiango di non conoscere la sublime elevazione di un'anima nei soavi orizzonti della fede!

A Torre Pellice come paese non trovai nulla d'interessante [p 205] e la cagione della sua celebrità è tutta nel suo Tempio.

Per il che, non avendo più nulla che possa soddisfarci partiamo ancora di questa sera alla volta di  Pinerolo.

 

25 AGOSTO 1890

 

Abbiamo dormito all'albergo della Campana e alle cinque ci rimettiamo in viaggio per Marene, passando da Moretta.

A Moretta bisogna cambiare treno e tra l'uno e l'altro abbiamo il tempo di fare colazione e d'andare a visitare il Santuario di Maria onorato sotto il titolo di Madonna del Pero.

[p 206]  A Cavallermaggiore ci separiamo dalle gentilissime signore Demonte e salite in vettura ce ne andiamo a Marene a godersi il resto dell'estate.

 

 

 

 

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 VIAGGIO XI°

 

TORINO - POMPEI - NAPOLI

ROMA - TORINO

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12 MAGGIO 1891

 

 

[p 207]  Partenza felice per il Santuario alle 2.35 dalla stazione di Torino. Il terreno molto accidentato ci offre incantevoli vedute specialmente sul Genovesato.

Dopo Genova ci si presenta il mare! il mare, bellezza antica e sempre nuova che potentemente mi attrae ed eleva l'anima a Dio. La nostra contemplazione viene interrotta  [p 208]  frequentemente da tunnel più o meno lunghi, ma tutti egualmente noiosi.

Passato Chiavari, ove abbiamo incontrato il M. R. P. Emilio che, reduce da Rapallo, si unì  a noi per il viaggio, viene nel nostro compartimento riservato prima Cesarina e poi anche Nicolina che ci fanno passare graditamente la notte.

 

Mercoledì  13 Maggio

 

Presso Roma alle cinque e mezza discendono e noi proseguiamo fino alla Città Santa ove abbiamo la visita del Padrino venuto a salutarci alla stazione.

[p 209] Usciamo un poco con lui mentre il facchino ci trasloca i bagagli dall'uno all'altro treno e, dopo aver preso alcun che per colazione, risaliamo in treno per fare ancora altre sei ore che ci separano da Napoli.

Queste sei ore ci paiono però ben lunghe causa la stanchezza della notte passata ed il poco nutrimento preso durante il viaggio.

Presso la stazione di Ceprano io, sporgendo il capo dal finestrino per prendere una  boccata d'aria, mi lascio portare via, dalla velocità  della corsa, il cappello. [p 210] Che fare?  Ho appena il tempo di accorgermi di più non averlo che già più non lo vedo. Tutti escono fuori a vedere la strana avventura e l'accolgono con una risata.

Perfino Monsignore Manacorda, Vescovo di Fossano che viaggia con noi guidando il pellegrinaggio esce dal suo compartimento per esprimermi il suo rincrescimento.

Mi adatto una velette sul capo e scendo a Napoli.

Pranziamo in fretta all'Hotel Cavour sulla piazza della stazione e saliamo quindi in una carrozzella per andare a cercare un altro cappello nei negozi di Napoli.

[p 211]  Siamo però perseguitati dall'avversa fortuna. Per condurci in un negozio di mode in una delle più frequentate vie di Napoli, il nostro vetturale crede bene di condurci prima a passeggiare tutta la Marinella.

Figurarsi col poco tempo che ci rimane alla partenza del treno che gusto farsi scorazzare! Intimiamo al cocchiere di fermare, paghiamo ed a piedi infiliamo la via del Duomo e entriamo nei primi negozi che troviamo. Al terzo ci viene fatto di vedere un cappello nero a larghe tese e senza  badare  tanto se ci piace o non ci [p 212] piace lo  metto in capo risaliamo nella prima vettura che si presenta e via di corsa alla stazione per fare l'ultimo tratto che deve finalmente condurci a Pompei.

A Napoli, causa l'incidente del cappello noi non abbiamo potuto assistere alla funzione della benedizione ed imposizione delle Croci fatta da  S.E.M. Manacorda nella Chiesa dei Serviti.

Giunti adunque alla stazione di Pompei io mi presento a Monsignore colle nostre Croci per farmele benedire; le attacchiamo sul petto e si organizza la processione.

[p 213]  Precede il magnifico Labaro (che porta in dono il pellegrinaggio al Santuario è  stato benedetto a Torino da S.E.M. Riccardi Vescovo di Novara, l'8 Maggio prossimo passato) portato da P. Emilio con a lato i R. Sacerdoti Don Casalegno e Don Lupo; seguono le signore del Comitato, poi le altre signore pellegrine, gli uomini e chiude la processione Monsignore col Clero e l'Avvocato Bartolo Longo, venuto ad incontrarci.

Al canto dell'Ave Maris Stella entriamo in Chiesa ricevute sulla soglia dal Clero parato e salutate dal suono dell'organo che maestoso fa risuonare le armoniose [p 214] e potenti sue note per le arcate del magnifico tempio e stanchi sì molto stanchi, ma contenti ci inoltriamo fino ai piedi del trono di Maria.

Era questa la meta del lungo viaggio dei nostri desiderii dei nostri sospiri: oh Maria benedici agli amanti tuoi figli venuti di sì lungi ad implorare le tue grazie attratti dalla Tua voce che ne chiama a Pompei e dall'eco delle meraviglie che quivi si operano nel nome Tuo!

Il numeroso clero è all'altare si espone il S.S. Sacramento precede la recita del S.S. Rosario segue  [p 215]  la Benedizione del Venerabile ed alcune laudi a Maria cantate dal pellegrinaggio.

Ma alfine la stanchezza ci vince e finite le funzioni lasciamo il Santuario per recarci alle camere che ci furono assegnate dall'Avvocato Longo nel locale, stesso dell'Orfanotrofio.

Il pranzo ci è servito nell'Hotel presso il Santuario e dato un ultimo saluto a Maria ci rechiamo alle nostre stanze per il ben meritato riposo.

 

Giovedì  14 Maggio

 

Alle sette ci rechiamo in Chiesa ove sono celebrate numerose Messe; il pellegrinaggio  assiste alla Messa  [p 216]  della Comunione celebrata da S. E. Monsignor Berchialla Arcivescovo di Cagliari poi a quella di S.E. Monsignor Manacorda, alle ore nove dopo la quale sale il pergamo il prelodato Monsignor Berchialla.

Fece un bellissimo discorso in cui però io non seppi rilevare altro che la lode della bellezza della Madonna. La funzione finì colla Benedizione del S.S. Sacramento e  recita  del Santo Rosario a mezzogiorno.

Il dopopranzo non si funziona nei paesi meridionali che ben sul tardi, perciò dietro invito del nostro Monsignore andiamo con lui a visitare  l'Orfanotrofio, [p 217] la Tipografia ecc. ecc.

 

Venerdì  15 Maggio 1891

 

Oggi è veramente la festa del nostro pellegrinaggio e fatta prima la S. Comunione, dopo la Messa delle ore nove sale il pergamo il Vescovo di Fossano.

Il discorso è  dei più belli inspirato alla sconfitta della Morte a Pompei. O Morte, morte ov'è  la tua Vittoria?

Verso l'una e mezza giunge un pellegrinaggio da Campobasso, distante circa cento miglia da Pompei, fatti a piedi da quei miseri e divoti popolani! E' una cosa che fa ribrezzo il vedersi trascinarsi sulle [p 218] ginocchia per terra lambendo il terreno per cui passano fino alla balaustra.

Oh quella gente lì sì che si annienta nella polvere alla presenza del Signore! Fa bisogno di questo o mio Dio per ottenere le grazie?

 

Sabato 16 Maggio

 

Dopo aver dato un addio ben di cuore alla cara Madonna di Pompei verso le otto e mezza ci rechiamo alla stazione per partire per Napoli.

Facciamo il viaggio in compagnia di Monsignore che colla sua affabilità e squisita gentilezza ci fece passare  graditamente  l'ora che ci separava da Napoli.

[p 219]  Oh Napoli, bella Napoli, pure ti torno a riveder! Siamo sole però la Mamma ed io, Monsignore non si ferma ma prosegue per Roma; gli altri compagni di pellegrinaggio li abbiamo lasciati a Pompei di dove partiranno questa sera, prendiamo perciò una vettura e ci facciamo condurre in via S.Teresa, largo Ascensione N.10 a Chiaia, ove abbiamo alloggio presso le Suore della Speranza.

Dopo una buona mezz'ora di vettura giungiamo finalmente: la Suora portinaia che ci viene ad aprire, ci introduce in un salotto ove viene a raggiungerci la Madre Superiora.

[p 220]  Cara, cara, cara quella Suora! con quella cortesia e gentilezza tutta propria dei Francesi, s'informò del nostro viaggio, del pellegrinaggio che doveva giungere e con squisita bontà  ci ringraziò di averlo preceduto. Ci condusse poscia nelle camere assegnate alle pellegrine ci fece scegliere quella che meglio ci piaceva e si trattenne ancora con noi una mezz'ora a farci compagnia! O santa carità quanto sei bella! come ti trasfondi nei cuori e li unisci in un solo dolce vincolo non era ancor un'ora che ci conoscevamo e già ci legava un profondo tenero affetto...

[p 221]  Le Suore della Speranza sono destinate parte ad accudire agli ammalati, parte a donare l'ospitalità. E' una provvidenza per le signore sole trovare questi luoghi in cui può dimorare a fidanza.

Noi non conoscevamo ancora questi ospizi, ma d'ora in avanti ne approfitteremo tutto  dove potremo trovarli.

Scese dalle nostre camere andiamo a visitare il giardino: quivi sono fiori di ogni specie e di rose ve n'ha un pergolato. Ci godiamo un poco l'amenità di quel sito e alle undici siamo chiamati per il pranzo.

Al Monastero della Speranza sono in pensione da più  [p 222] anni due sorelle inglesi ed una  donna dell'aristocrazia napoletana la Baronessa di Sanseverino. Delle inglesi l'una protestante è sempre cagionevole di salute e si lascia poco vedere, l'altra Madamigella Marguerite, cattolica, è cara buona affabile quanto mai cara buona ed affabile può  essere una persona.

Nel dopopranzo girovagamo (sic!) così un poco per Napoli e passiamo il nostro tempo quasi tutto nel contemplare l'incantevole mare che forma per me la sua maggiore attrattiva.

Verso le ore otto giunge il pellegrinaggio. Ci troviamo a ricevere le compagne e  facciamo loro compagnia in  [p 223]            tempo di pranzo. Mademoiselle Marguerite e la Baronessa Sanseverino, con uno squisito atto di umiltà e gentilezza cristiana, domandarono ed ottennero dalla Superiora di servire a tavola reputandosi ad onore il servire le sorelle pellegrine.

 

Domenica 17 Maggio

 

Verso le sette il suono di una campanella ci avverte che nella cappella del monastero sta per uscire una Messa. Ci alziamo in fretta gettiamo sul capo un velo e giù in cappella ad assistere alla celebrazione dei divini misteri. Dopo colazione d'accordo colla carissima  signora Cristina e di lei sorella Damigella  [p 224] Edoarda Piana prendiamo un landaux  a due cavalli per recarsi al convento di San Martino sul Vomero.

Che differenza dalla prima volta che ci fui! Se non sapessi di essere nel medesimo luogo più non mi riconoscerei tanto è  il numero delle case edificate e degli abbellimenti fatti!

Passato il forte Sant'Elmo ecco San Martino. Passiamo prima a visitare il piccolo museo al piano terreno. Nella prima sala, ammirai una gondola fatta fare da Carlo III di Spagna, la quale condotta da galeotti serviva a lui per andare a passeggio nel prato. I quadri sono dei  quattro  maggiori  pittori napoletani.

[p 225]  La Madonna del Rosario dipinta sul legno e la lapidazione di S. Stefano del Priscoli pure sul legno e che pesa quattro quintali, sono degni di nota, ma quello che davvero rapisce per la sua espressione e naturalezza è il Gesù che porta la Croce capolavoro del Calabresi.

In questa sala piacciono pure il San Felice che adora il Santo Bambino fra le braccia della Vergine del Vaccari e la Vergine della Pace del 400.

Nella seconda sala è la gran vettura di re Carlo III in legno dorato ed un quadro rappresentante l'antica festa reale di Pie' di Grotta  coll'intervento di Carlo III [p 226] colla suddetta vettura.

La presa di Rodi dai cavalieri di Gerusalemme e la presa di Amalfi colle galere antiche di Luca Giordani. Carlo d'Angiò che prende Corradino prigioniero. La battaglia di Alessandro Magno.

In fondo alla sala in una vetrina i costumi che portavano i decurioni nelle funzioni pubbliche per la Spagnuola.

Nell'ultima sala vi ha la vettura del principe Teodoro e la lettiga che portava il re a visitare i Santi Sepolcri; gli affreschi rappresentano l'umanità afflitta dai mali. Di qui si accede all'antica farmacia del convento.

[p 227]  Sotto il grande atrio sono numerose tombe. Sopra una è questa iscrizione

 

Hospes quid sine vides

Quid fuerim nosti

Futurus  ispe quid sis

cogita.

 

 

Andiamo a vedere il magnifico presepio dono di Michele Cuciniello 1843: tutte le figurine artistiche rappresentano i diversi costumi napoletani. Splendidi gli angeli che annunziano la nascita del Signore e S. Giuseppe in atto di adorazione.

Passiamo al Coro ove s'ammira la Natività di Guido Reni e la Cena del Riberi ed il leggio in legno opera di padre Bonaventura, che lo scolpì in 41 anni insieme  [p 228] alla sacrestia tutta di mosaici in legno rappresentante i loro monasteri ed al piccolo coro per i conversi e laici.

La sagrestia è dipinta ad affreschi rappresentanti tutta la passione di Gesù. Quadri: Gesù mostrato al popolo di Cavaller; la negazione di S. Pietro di Michelangelo Caravanio ed una crocifissione ove si nota specialmente la posa della Maddalena; la deposizione dalla Croce capolavoro del Riberi, l'Altare maggiore è di ametista e lapislazzuli con grandi reliquarii l'affresco fatto da Luca Giordani in 48 ore rappresenta il trionfo di Giuditta.

[p 229] La chiesa è tutta in marmo la balaustra incrostata a lapislazzuli e legno pietrificato; il tabernacolo tutto di lapislazzuli con un gran rubino.

Ammirate a tutto nostro agio le meraviglie dell'arte cristiana, che accoglie cotesto antico monastero, risaliamo in vettura e fatto un giro sul monte Vomero ci fermiamo alla graziosa cappellina già aperta sul luogo ove sta per fabbricarsi il monumentale Santuario di Riparazione al Sacro Cuore di Gesù.

Verso le undici e mezza ritorniamo al caro nostro convento soddisfatte di quanto abbiamo veduto e più ancora  per la geniale e simpatica compagnia delle care  [p 230] novelle amiche che abbiamo acquistate.

Dopo il pranzo è la volta del palazzo reale il più bello direi di quanti ho già veduti. Essendo però ora la dimora abituale di S. Altezza Reale il Principe ereditario, ne abbiamo soltanto potuta visitare una parte. Recatesi al Duomo lo troviamo ancora tutto addobbato per la funzione solenne del mattino, poiché essendo il dì di Pentecoste pontificò  l'Arcivescovo di Napoli S.E.R. il Cardinale Sanfelice.

E dopo aver visitato ancora l'acquario che trovai sempre bello  ci rechiamo a casa  per  la  cena  avendo  [p 231]  ancora intenzione di uscire una volta per la predica del mese Mariano alla vicina Chiesa della Ascensione.

 

Lunedì  18 Maggio

 

La villa reale di Capodimonte è ciò che ci ha occupate di più in quest'oggi. A causa però  dell'imminente arrivo di S. Maestà la Regina Margherita dobbiamo accontentarci di girare in vettura per gli immensi viali di quell'infinito parco e di ammirare le migliaia di... che colà si allevano.

Dopo mille andirivieni per le principali vie di Napoli finiamo la giornata coll'andare a vedere una monaca clarissa amica della Sig. Cristina, in rione del  [p 232] Paradiso.

 

Martedì  19 Maggio

 

Dopo la Messa nella simpatica cappellina del nostro monastero prendiamo il tramvia della punta di Posilippo (sic!), ci arrestiamo allo scoglio Frisio passate le rovine del Castello di Catullo e dal terrazzo dello splendido albergo sito proprio sullo scoglio spendiamo la mattinata a godersi la vista dell'imponente mare che domani, ah troppo presto! dovremo lasciare.

E infatti la vista che si gode dallo scoglio Frisio è delle più superbe ed incantevoli godendosi di là  l'aspetto dell'intiero golfo colla sua città.

[p 233] Qui, a pochi passi, è l'Ospizio eretto dal Ven.le Padre Ludovico da Casoria. Andiamo a visitarlo condotti da un moro e ci fermiamo alcun tempo a pregare in Chiesa sulla tomba del mentovato padre di cui pure visitiamo la camera.

 

Mercoledì  20 Maggio

 

Oh Napoli, Napoli ecco giunto l'istante di lasciarti! Oh Napoli, quanto sei bella, mai io potrò dimenticare il tuo mare, il tuo cielo... Per bellezza di Cielo, per incanto di mare, per numero di abitanti, Napoli è prima fra le città d'Italia.

Uno storico illustre, il Gregorovius così si esprime: [p 234] "Allo svoltare di ogni collinetta, di ogni piccola valle, varia la vista della città sottoposta, del golfo, dei monti, delle isole, e non si sa dove meglio fissare lo sguardo, se nella bellezza inarrivabile di quell'orizzonte, o sull'anfiteatro della città; o in quegli aranceti odorosi, in quei giardini splendenti di fiori, o su quei gruppi pittorici di pini, di palme e di cipressi!

Chi non si trovasse qui rapito d'incanto per le bellezze naturali dovrebbe essere privo del senso del bello! Chi potrebbe numerare e descrivere tante bellezze?

Mare, cielo, terra, tutto immerso nella splendida luce; ed  un'aria purissima, olezzante di profumi che ristora [p 235] e ricrea".

Alle due ci rechiamo alla stazione. Nel tratto da Napoli a Roma non abbiamo il compartimento riservato, perciò cerchiamo di trovarne uno solo il più possibile. Ne vediamo uno libero con un signore ritto avanti. Nella speranza di trovarci soli con questo signore saliamo, ma non eravamo appena entrati che il capotreno ci prega di allogarci in un altro essendo riservato. Che? riservato, non c'è il cartellino... E' giusto,  dice allora quel tale, restino signore...

Chi sarà costui? Un deputato al Parlamento, certo... [p 236] Egli continuava sempre a stare a terra conversando con alcuni gentiluomini che di tanto in tanto lo riverivano chiamandolo presidente.

Sale in vagone e con lui un giovane che gli aggiusta le valigie e finalmente lo saluta pregandolo a presentare i suoi ossequi alla signora duchessa.

Addio marchese... rispose il.... avevo compreso che doveva essere un duca.

Poverette noi ove siamo capitate... che farci? oramai ci siamo e dobbiamo restarci per sei ore.

Il treno si muove ed ecco il nostro duca ad appiccar conversazione... a parlarci famigliarmente del nostro Piemonte,  di Torino  del ministro Gallina, di principi  [p 237] di avventure toccate a lui in esilio e anche a spiegarmi ogni cosa che s'incontra per via.

Siamo davvero stupite a tanta degnazione di un par suo fin che presso Roma, lo ringraziamo e gli domandiamo con chi abbiamo avuta la fortuna di viaggiare... Di San Donato fu la sua risposta.

Era dunque il duca di San Donato che ci usò tante gentilezze fino ad offrirci molte volte qualunque cosa avessimo potuta desiderare.

Siamo a Roma: il padrino è  alla stazione ci mette in una vettura e ci conduce in Piazza Stamperia dalle Suore del Cenacolo ove abbiamo alloggio.

 

Giovedì  21 Maggio

 

[p 238] Unitesi a noi parecchie signore del pellegrinaggio andiamo alla visita della Città  Santa.

S'incomincia per la Chiesa dei S.S. Apostoli, si prosegue ad Ara Coeli ove abbiamo ricevuta la benedizione del celebre miracoloso Bambino che ivi si conserva e giungiamo al Carcere Mamertino. E' con viva commozione dell'anima che visitiamo il luogo, la tetra prigione ove per tanto tempo sofferse il primo Capo della Cristianità, la Pietra fondamento della Chiesa.

E con orrore e riverenza si passò al Colosseo fremendo [p 239] al ricordo delle tante crudeltà  usate ai gloriosi martiri di Cristo.

La Chiesa di San Gregorio è poco distante dal Colosseo; in essa si conserva la camera un letto ed un seggiolone di marmo usati dal Santo Pontefice.

In fondo al giardino è una cappella, lì  presso è la gran tavola a cui San Gregorio faceva assidersi i poveri servendoli colle proprie mani e dove il Santo ebbe la fortuna di servire il medesimo Gesù comparsogli in mezzo ai poveri.

Nella cappella è un dipinto del Domenichino rappresentante il martirio di S. Andrea, ed un 'altra di Guido Reni, collo stesso Santo che s'inginocchia alla [p 240] vista della Croce che gli viene presentata.

La cappella attigua è dedicata a S. Silvia madre di San Gregorio Magno. Da questa stessa parte è  pure la Chiesa di San Giovanni e Paolo che racchiude la loro tomba e possiede il corpo di S. Paolo della Croce posto in una magnifica cappella a Lui dedicata.

 

Venerdì  22 Maggio

 

La basilica di San Lorenzo fuori le mura, costrutta dall'imperatore Costantino possiede la tomba di Papa Pio IX che volle essere sepolto in faccia alla Confessione ove si venerano i corpi dei santi martiri Lorenzo e Stefano.

[p 241]  Passata la Porta Maggiore ci fermiamo a visitare l'antica basilica di Santa Croce in Gerusalemme presso le antiche mura romane e ci troviamo davanti alla Scala Santa. A quella Scala che Gesù nostro buon Salvatore salì e scese più volte con indicibile strazio e tormento, bagnandola del prezioso suo sangue, sangue di cui ancora presentemente si vedono alcune traccie.

Siamo in piazza di S. Giovanni in Laterano: ci fermiamo a visitare la Chiesa, una delle più belle e dopo San Pietro quella di più grande importanza, avendo a vescovo il Papa stesso.

[p 242]  La cappella  Corsini, la prima a sinistra entrando è di una rara eleganza e certo una delle più belle di Roma. Nel sotterraneo che racchiude le ceneri dei Corsini, vi è  una Pietà ragguardevole lavoro di Andrea Montanti. All'altare maggiore quattro colonne di granito sostengono un ciborio gotico nel quale si conservano le teste degli Apostoli Pietro e Paolo. Il tabernacolo formato di pietre preziose e collocato fra due angeli di bronzo e quattro colonne di verde antico, viene riguardato come il più bello che si conosca. Nella navata a destra davanti alla cappella Torlonia tutta di marmo bianco ed oro, è  da ricordare un distintissimo eco.

[p 243]  Il dopopranzo incominciamo il giro dal Monte Pincio e la villa Borghese e ci rechiamo a San Pietro in Montorio ove fu crocefisso l'Apostolo, ed a S. Onofrio a visitare la camera mortuaria del tenero poeta Torquato Tasso.

Presso il monastero è ancora lo storico albero sotto il quale il mesto cantore dettava gl'inspirati suoi versi. Nella Chiesa è la tomba di Papa Gregorio XIII con questa iscrizione

Labor et gloria vita fuit

Mors requies

 

La Chiesa di San Bartolomeo è edificata, in un'isola del Tevere, sulle rovine e colle colonne di granito [p 244] di un tempio di Esculapio, di cui si conserva ancora un pozzo in mezzo ai gradini della balaustra.

Santa Sabina in cui è da ammirarsi la stupenda statua della vergine titolare.

Santo Stefano rotondo una delle più antiche chiese di Roma più grande del Pantheon. Le pareti sono coperte di dipinti rappresentanti orribili scene di martirii.

Sant'Ignazio che possiede l'inestimabile tesoro della camera di San Luigi Gonzaga e di San Stanislao Kosta e quella di Gesù che possiede le camere di S. Ignazio di Loyola e di S. Francesco Borgia.

 

Sabato 23 Maggio

 

[p 245]  Ritorniamo a visitare la cara chiesina di Sant'Andrea delle Fratte ove passammo tante belle ore l'altra volta che fummo a Roma e ci rechiamo a San Claudio ove una congregazione di preti francesi tiene continuamente notte e giorno esposto all'adorazione Gesù Sacramentato. Oggi andiamo a pranzo dal Padrino e ci resta poco tempo.

Visitiamo un'altra volta San Pietro il grande colosso non mai abbastanza ammirato e andiamo a casa a prepararci per domani ad andare alla Messa del Santo Padre.

 

Domenica 24 Maggio

 

[p 246]  Ecco l'alba di questo giorno avventurato. Il 24 Maggio, la festa della S.S. Trinità  e di Maria Ausiliatrice rimarrà sempre impresso nel mio cuore, nel mio cuore e nel mio  pensiero.

Alzateci di buon ora ci prepariamo ed alle 7 saliamo in vettura che deve condurci in Vaticano.

Giunto Monsignore ci dirigiamo al piano superiore e per immense ricchissime sale alla cappella privata di S. Santità.

Alle otto si apre la porta e compare il Santo Padre che attraversa la cappella benedicendo ai prostrati, e va ad inginocchiarsi a lato dell'altare.

[p 247] Dopo aver pregato un poco si alzò ed incominciò la Santa Messa. Contrariamente alle voci che di tanto in tanto corrono per i giornali, il Santo Padre gode floridissima salute, è vivace nello sguardo, sereno nel volto, rapido nei movimenti. Celebra la Santa Messa senza segno di stanchezza, facendo le rituali genuflessioni senza sforzo, con ambo le ginocchia, con disinvoltura e precisione e senza lungaggini come avviene ordinariamente nelle persone avanzate negli anni.

O Momento solenne! di quanta compunzione è compreso il nostro cuore a vederci  innanzi a Colui che rappresenta [p 248] in terra Gesù Cristo! e nel momento in cui offre il gran Sacrifizio per la salute del mondo, al sentire quelle preghiere della Messa, recitate con distinta articolazione, con una straordinaria effusione di fervore, quasi con enfasi!

Il Santo Padre incomincia tranquillamente la Messa, ma alla lettura del messale la voce si rinforza, si rincalza, dondola e scuote fieramente il capo e le parole solenni degli scongiuri si odono da quella bocca come altrettante sfide alle potenze d'inferno.

Peccato che a causa del numero troppo grande dei pellegrini debba mancarci la più grande gioia, la gioia più pura, quella di ricevere dalle mani di quel grande  [p 249] che  regge la Chiesa di Cristo il nostro Sacramentato Signore!

Dopo la Santa Messa il Papa ne ode un'altra di ringraziamento e poi si intrattiene un poco famigliarmente in mezzo dei pellegrini lasciandosi tirare, pigiare da tutta quella gente bramosa di avvicinarlo, vederlo, sentire una sua parola, baciare la sua mano, ricevere la sua benedizione.

Ha fatto il suo giro: è scomparso e noi ci dirigiamo in una sala al basso ad attendere il R.P.  Denza e con lui andiamo in piazza San Pietro dal fotografo pontificio per prendere il gruppo dell'intiero pellegrinaggio.

[p 250]  Ed ecco finita la visita alla Santa Città, ecco appagati i nostri voti, domani il pellegrinaggio parte per i Santuarii d'Assisi e Loreto.

Ma la Mamma trovandosi molto stanca ed oppressa da un raffreddore preso a Napoli, noi decidiamo di tralasciare per ora la visita ai suddetti Santuari e di fare ritorno a casa nostra.

Ci rechiamo pertanto dal padrino per concertare sulla partenza.

 


 

Lunedì  25 Maggio

 

[p 251]  Verso le tre pomeridiane, lasciamo il convento del Cenacolo, salutando e lasciando con rammarico i compagni di viaggio e col padrino, andiamo alla stazione.

Prendiamo posto in un comodissimo sleepings-car a quattro letti e lasciata Roma rapidamente ci avanziamo verso la nostra diletta Torino.

A Orbetello ceniamo a quel bellissimo Hotel; quindi fatti fare i letti verso le nove ce ne andiamo a riposo ove dormimmo ancora abbastanza fino alle 6 di mattina.

Alle 7½ giungiamo a Torino.

 

 

 

 

   

 

 

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VIAGGIO XII°

 

MARENE - VALLE D'AOSTA

PONT SAINT MARTIN - S. RHEMY... *

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[p 252]  Il caldo soffocante ed insistente ci decide a lasciare Marene per andarsi a godere una quindicina di giorni in Valle d'Aosta.

Passato Caluso, il laghetto di Candia, appare tra verdeggianti declivi ed è giudicato dai geologi come un microscopico resto dell'immenso lago, che, a loro detta [p 253] copriva il piano d'Ivrea, quando Val d'Aosta era tutta un ghiacciaio.

Da Ivrea, l'antica Eporedia, le prime montagne che attirano l'attenzione sono quelle della Valchiusella a sinistra, mentre a destra, fra roccie, attestanti l'antico ghiacciaio, vi ha la più varia e ricca  vegetazione che si possa immaginare.

A poco più di 5 Kl. vi ha Montaldo col suo antico-grandioso castello, poi viene Borgofranco, poi Montestrutto, sito fra uno spaventevole dirupamento dei monti circostanti.

A Settimo Vittone la  lingua  italiana va già frammischiandosi [p 254] alla francese e a Pont Saint Martin il cambiamento è un fatto compiuto.

A Pont Saint Martin si vedono avanzi di costruzioni romane, e si può  ammirare un superbo ponte di un sol arco e di un'arditezza che sorprende, gettato sul torrente Ellex, che discende dalla Vallesia e si precipita nella Dora.

A Pont Saint Martin s'incomincia a costeggiare la Dora Baltea cui fino ad Aosta solo per brevi tratti ci abbandona.

Il nome Dora, dal celtico Dur pare che un tempo fosse comune a tutti i fiumi di rapido  corso e alcuni lo  [p 255]  mantengono anche fuori d'Italia, come l'Adur in Francia ed il Duro in Spagna.

I Romani distinguevano questa dall'altra Dora che scende dal Monginevro chiamando major la prima e minor la seconda. Oggi la maior è detta Baltea appellativo che vi vorrebbe derivare dal torrente Bauthier che s'unisce alla Dora ad Aosta, alterando il Bauthier in Bauteggio e questo in Baltea.

Il paese di Bard ed il suo castello sono nel punto più stretto della Valle da Ivrea ad Aosta talché la fortezza ne chiude il passo.

Più in là la via prosegue sulla sinistra del fiume e a destra ed a sinistra sono torri e castelli in rovina,  [p 256] avanzi eloquenti del feudalismo che un dì  regnava nella Valle.

Verrés, l'antico Vitrinium un tempo famoso per la fabbricazione del vetro.

Saint-Vincent, celebre per il suo stabilimento di acque minerali, Chatillon, paese di 3000 abitanti, il più importante di tutta la Valle dopo Aosta, possiede il castello d'Entrèves, i resti di un ponte romano, pietre tumulari incrostate attorno alla Chiesa e il torrente Marmore che scende da Valtournanche.

Dopo alquante fermate eccoci arrivati allegramente a Nus dal  vagone accanto al nostro scende un prete: il  [p 257] T.G. ... che è  con noi, lo riconosce: oh Don Bono tu qui? - Oh e tu? io sono qui parroco a Fénis; domani vado al San Bernardo, vieni? - Volentieri - Allora invece di tre saremo in sei e ci faremo buona compagnia - A che ora si parte? - All'arrivo del treno delle sette e mezza - colla vettura di Napoleone Cossorce - Bene arrivederci -

Il Signor Napoleone, presente a questo dialogo sale in treno con noi e ci dà alcuni schiarimenti intorno al viaggio.

Che felice incontro! Come ci benedice la Provvidenza fin dal principio del nostro viaggio!

[p 258]  Tra i lieti progetti per l'indomani che ci promette tanta copia di buonumore, passiamo una mezz'ora e il treno si ferma ad Aosta. Aosta, l'antica Augusta Pretoria, il centro della dominazione dei Salassi, ove Calvino fu colle sue eresie sì  coraggiosamente respinto.

Saliamo nell'omnibus dell'Hotel de la Couronne e appena lasciati i bagagli usciamo subito per la visita della città.

Alla cattedrale è dove in primo luogo dirigiamo i nostri passi. La tradizione la dice fabbricata da Costantino imperatore sulle  rovine di un tempio pagano, [p 259] ristorata ed abbellita in seguito da molti ed ultimamente dalla potente famiglia dei marchesi di Challant di cui si vedono qua e là  disseminati gli stemmi.

Dopo pranzo riposatisi un pochino, andiamo a visitare le rovine del teatro romano, l'antica porta pretoria, ora Porte Sainte Trinité e l'arco trionfale eretto in onore di Cesare Augusto l'anno 721 di Roma per la sconfitta dei Salassi.

Da questa parte è pure la Chiesa di Sant Ours con a fianco il cortile della collegiata tutto in marmo scolpito.

Dopo cena è la volta del monumento di Re Vittorio Emanuele in abito da cacciatore, presso la stazione; e  [p 260]            della Torre Bramafam ove è fama in tempo di carestia la potente famiglia di Challant distribuisse il pane ai poveri.

Mentre guardiamo questa famosa torre vediamo il Vescovo di Aosta Monsignor Duc, che accompagnato da un prete viene alla nostra volta. Ci fermiamo a baciargli l'anello ed Egli affabilmente si ferma un istante con noi e ci benedice. Ma incomincia a farsi tardi e stimiamo meglio  recarci a riposare.

 

Martedì  21 Luglio

 

[p 261]  Oh sì riposo! La nostra camera è proprio comunicante colla salle à manger dell'albergo e come nella notte arrivò una comitiva di forestieri e alle undici credettero bene di mangiare, così tutta la notte, con grande nostro divertimento, abbiamo dovuti stare svegli per sentire che cosa facevano essi.

 

Il treno delle 7½ è giunto e con lui i novelli compagni di viaggio, il R. Don Giuseppe Bono canonico regolare, rocchettino del Gran San Bernardo, parroco a Fénis, una di lui sorella ed il R. Don Luigi Rosselli professore nel seminario di Moncrivello.

La vettura è  pronta, vi saliamo e via per lo stradone, [p 262] veramente bello che va fino a S. Rhemy.

Alla sua destra vi è il Buthier: i primi casolari che si incontrano sono quelli che formano l'hameau de Bibian, ove Calvino attendeva la sentenza che, pronunciata alle undici (in memoria del solenne fatto da quel giorno in Val d'Aosta si suonò  sempre l'Angelus alle undici ore) doveva cacciarlo colla sua religione innovatrice fuori della Valle.

Più in là è l'oratorio di Sant'Ours, e i casolari di Serrallions Signoyex, Variney, Gignod.

Da Bosses, ove si vede una magnifica cascina di proprietà dei frati dell'Ospizio,   valicando il  [p 263]  Col Serena si va a Courmayeur. A Saint Rhemy pranziamo allegrissimamente in quel modesto, ma pulito albergo, e alle due riprendiamo la via a cavallo di muli.

Da Saint Rhemy all'Ospizio la strada è puramente mulattiera e si sale in mezzo ad una natura melanconica e severa fino all'altezza di 2500 m.

Giunti presso la Gran Croce che annunzia l'Ospizio, piantata sul luogo ove sorgeva il Tempio di Giove il freddo si fa intenso ed il vento gelato acquista più forza mano mano che ci inoltriamo per la stretta gola [p 264]       che aprendosi lascia scorgere un gran piano su cui è il lago e sorge l'Ospizio.

Buon per noi l'essere accompagnati dal Canonico Bono prete della Congregazione dell'Ospizio, ché  l'Ospizio essendo rigurgitante di forestieri forse non vi avremo trovato alloggio.

Ci riceve gentilissimamente il Clavendier dandoci due belle camerette coi letti montati tutti di bianco in cui dobbiamo trovarci a meraviglia.

 

 

 

(Nel testo originale la Madre lascia incompleta la descrizione di questo XII° viaggio).

 

 

 

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La presente trascrizione è in tutto fedele al testo originale tenuto conto delle cancellature e riportate per fedeltà al testo.

 

 


 

*  Leggasi: 11 luglio 1886

** I numeri indicati entro la parentesi quadra corrispondono ai numeri delle pagine del manoscritto originale.

* Il Padre Albert (che aveva il nostro indirizzo) gentilmente ci spedì  gli Annali di N. Signora del Laus, dove egli fece la relazione del nostro pellegrinaggio che bramo qui riportare.

 

* Titolo a matita inserito successivamente da altra mano.