INDICE

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 INTRODUZIONE GENERALE AGLI

 “ SCRITTI  GIOVANILI “

            Gli Scritti giovanili della S. d. D. sono compresi tra il suo quindicesimo e ventesimo anno di età: Marzo 1886 - Luglio 1891. L'arco di tempo che intercorre tra questi anni segna uno dei periodi più importanti della vita, in cui si delinea e si plasma la futura personalità: è il tempo delle scelte decisive e dei grandi ideali. Giuseppina Operti, adolescente e giovane signorina, si manifesta tale e quale la ritroveremo da carmelitana, educatrice e madre spirituale di anime consacrate e fondatrice di una nuova Famiglia teresiana.

            Il suo carisma "materno" inizia sui banchi di scuola, all'Istituto "Margherita di Savoia" di Torino, che la vede alunna intelligente e studiosa, attenta alle necessità delle compagne, premurosa verso tutte e specialmente verso le più sofferenti e bisognose. L'amicizia è uno dei  valori  che  più l'attira e la coinvolge, ma tra le amiche predilige quelle che sono visitate dal dolore, sotto qualunque volto si presenti.

Pochi anni scorreranno ancora, e quel germe di bene, quell'attrattiva forte verso i poveri e i sofferenti maturerà nell'apertura della casa paterna di Marene (Cn) alle bimbe povere e orfane dei dintorni (6 Luglio 1894). Questo gesto della giovane Giuseppina segnerà la nascita della Congregazione delle Suore Terziarie Carmelitane di S. Teresa di Torino.

 

            Gli scritti giovanili ci rivelano ancora due tratti inconfondibili del volto spirituale della S. d. D.: la ricerca e l'accoglimento della volontà di Dio e l'amore appassionato per Gesù Eucaristia. Li cogliamo evidenti soprattutto nel "Diario" e, talvolta, anche ne "I miei viaggi". Non essendo possibile citare tutti i passi al proposito, ne scegliamo due che la rivelano sufficientemente: "Son quattro giorni che sospiravo oggi per potermi recare a Messa e oggi perché piove la Mamma non mi lascia uscire. Pazienza! Se così è Gesù che lo vuole, così voglio ancora io! sia fatta la sua santa Volontà" (Diario, 24 Giugno 1888; p 96).

 

            Il 2 Aprile 1889 ricorda la morte, avvenuta nove anni prima, dello zio sacerdote che l'aveva preparata "con tanto affetto e tanta sollecitudine" alla Prima Comunione ed al quale si sentiva particolarmente legata: "Ora che conosco meglio chi era il mio caro zio, sento più vivo il rincrescimento di averlo perduto... Sia fatta in eterno la giustissima ed amabilissima volontà di Dio in tutte le cose!" (Diario, pp 200-201).   Questa semplice e serena adesione al volere di Dio, che per manifestarsi sceglie le mediazioni umane, suppone un costante esercizio di fede e un'attenta vigilanza sui propri movimenti interiori. La quasi diciassettenne Giuseppina manifesta una certa scioltezza e disinvoltura in questo "orientamento" della sua anima, segno di un assiduo lavoro spirituale e di un particolare soccorso della grazia divina. La sua vita avvenire non sarà che una continua e fedele adesione a questa adorabile volontà, attraverso passaggi oscuri e svolte sofferte.

La terza nota ricorrente negli Scritti giovanili della S. d. D. è l'amore a Gesù Eucaristia, compagno inseparabile, guida e sicurezza ne "I miei viaggi". Al santuario di Nostra Signora del Laus "il curato di S. Giulia in Torino ci dispensò il Pane dei forti. Ricevemmo il Divino Gesù dalle mani di Maria e lo mettemmo come suggello dei nostri cuori" (Viaggio IX°, Agosto 1890; p 124). Le ultime parole riecheggiano il Cantico dei cantici: "Mettimi come sigillo sul tuo cuore" (Ct 8,6).

 

In visita alla Grande Chartreuse, da cui ritrae impressioni dolcissime, annota al venerdì 8 Agosto 1890: "Abbiamo già assistito alla S. Messa e ricevuto il Sacramentato Signore  che portiamo con noi" (p 177).

 

Nel Diario, al giorno 8 Luglio 1888 scrive le sue impressioni su un libro che ha da poco letto, impressioni che esprime sotto forma di dialogo con Gesù, che per lei è Gesù Eucaristia: "Io pure vorrei avere l'amore di questa bambina, o mio diletto Gesù, io pure vorrei amarti con una fede viva..." (p 97). Il 30 Luglio, in gita verso Lanzo scrive: "Dopo una notte insonne, spunta l'aurora del lunedì: la pace del Signore è con noi; i pensieri e gli affetti volano a Gesù e ci rechiamo alla Chiesa parrocchiale: il M. R. Teologo Giordanino depone sulle nostre labbra il Pane eucaristico" (p 101).

            L'amore a Gesù Eucaristia, sbocciato con la Prima Comunione e alimentato lungo gli anni dell'adolescenza, la "segna" profondamente. Anni dopo, l'incontro provvidenziale con un sacerdote della Congregazione del SS. Sacramento, P. Carlo M. Poletti (1867-1951), che sceglie come direttore spirituale, non farà che sigillare definitivamente l'orientamento della sua anima. Guardando a ritroso il cammino della sua esistenza, ricco di grazie di predilezione, confiderà: "Il Signore è stato con me liberale e magnifico, concedendomi la grazia di attrattiva alla SS. Eucaristia! Questa è stata per me la grazia fra tutte le grazie: la grazia-madre" (Epistolario).

I MIEI VIAGGI

DIARIO GIOVANILE

 

COMPONIMENTI  SCOLASTICI

   

Anni  1886 – 1888

 

 

17 Marzo 1886

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OPERTI  GIUSEPPINA

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T E M A

UNA PASSEGGIATA PER LE VIE DI TORINO

  

Svolgimento

 

 

[p 3]* La mia patria è

... il bel paese

Ch'Appennin parte il mar circonda e l'Alpe,

ma io fin da bambina avevo lasciata la mia bella Torino ed abitavo Chamberì con i miei genitori.

[p 4] Avevo sentito più  volte decantare altamente la mia patria, ed io, che di essa non ricordavo nulla, ero presa da vaghezza di vederla.

L'anno scolastico lo passai con onore, conseguii il primo premio; in ricompensa del che mi condussero a far conoscenza colla mia città  natale.

Per risparmiarvi le noie del lungo viaggio vi porto qui a Torino, dove mi trovo da parecchi giorni.

Già  ho studiato alcun che della Storia d'Italia e, passeggiando per la grande città, mi interesso vedendo [p 5] quelle case in cui sono nati i nostri uomini grandi viventi nei marmi scolpiti o nei bronzi fusi.

Ad ogni pie' sospinto mi abbatto in un capolavoro dell'arte italiana, il quale ricorda qualche fatto glorioso, o qualche prode che, col suo nome, abbia dato lustro alla patria nostra.

Belli davvero i giardini, col magnifico getto d'acqua, che adornano la piazza Carlo Felice.

Nelle vie le più  belle bacheche, i più  sontuosi negozi mi fanno fermare ad ogni tratto.

[p 6] Ma, che cosa è  questa in paragone delle ricche chiese e dei monumenti?

Un nulla.

Come sono stupendi i templi di S. Filippo, della S.S. Consolata, e la cattedrale San Giovanni Evangelista! (sic!)

Chi ha mai veduti monumenti più  superbi di quelli di Carlo Alberto, del duca Ferdinando di Genova, di Emanuele Filiberto, del Conte Verde, di Sommeller (sic!), Grattoni e Grandis i quali tutti si adoperarono in vantaggio della patria?

[p 7] Dove si può trovare una piazza più simmetricamente bella della nostra piazza S. Carlo?

Essa è un vero gioiello.

Dove si trovano quelle che possano far paragone alle nostre piazza Castello, Vittorio Emanuele I e dello Statuto?

Bella veramente la mia Torino!

E pensare, che io ho potuto stare tanto tempo lontana da essa, senza sapere neppure apprezzare le sue bellezze.

E il valentino (sic!) poi?

Chi non trova grandioso quel grande giardino in riva al Po?

[p 8] Quei passaggi, quei ponti formati di roccia naturale?

Quel castello merlato antica residenza dei signori di Torino?

Tutto questo io vidi in un giorno destinato a visitare la città.

Vorrei che i miei genitori si stabilissero a Torino, perché se prima amavo la mia patria ora l'adoro.

 

 

  

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F A B I O L A

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[p 11]  E' questo il titolo di un bellissimo libro scritto da Sua Eminenza il Cardinale Wiseman.

Egli ritenendo ferma la verità dei fatti, quale ci fu tramandata dalla storia, seppe adornare il suo racconto di tutte quelle bellezze che ci attraggono e ci colpiscono: la vivezza delle descrizioni, i caratteri dei personaggi sempre belli e costanti dal principio al fine, la narrazione che scor limpida ed attraente.

Basta avere un poco di cuore per sentirsi commossi a certe descrizioni, e, rida pure chi vuole, confesso che spesso una lagrimuccia mi è caduta su quelle pagine in cui il Wiseman narra il martirio del giovanetto San Pancrazio che le belve non osavano toccare; in cui narrò il decapitamento di Sant'Agnese, la quale per la sua giovinezza, per il suo grado di unico rampollo di una delle più nobili famiglie di Roma, per le forme [p 13]         gentili  del suo corpicino delicato, aveva siffattamente commosso il cuore indurito del carnefice, che, tremante per la commozione, non sapeva tener ferma la spada.

Mi sentivo indignata dinanzi alle basse trame di Corvino e di Fulvio, ai comandi del crudele Massimiano; gioiva ai buon successi delle opere intraprese da Sebastiano e da Fabiola; mi sentivo intenerita alla spietata  morte del caro giovanetto Tarcisio  che  morì [p 14]  per conservare illeso il sacro Deposito che gli era stato affidato.

Ma, e non sono forse questi i sentimenti che un bravo scrittore si propone di destare  nell'anima di chi legge?

Il pregio di un bel libro, non è forse di commuovere alle scene patetiche e di indignare contro i descritti personagi (sic!) malvagi?

Quale è poi lo scopo morale della Fabiola?

Di inspirare, io credo, per gli antichi tempi della Chiesa di Cristo, tempi sì terribili ed insieme così [p 15] gloriosi, qualche sentimento di ammirazione e di affetto, e di animarci, se ancora ritornassero anni tremendi per la Chiesa di animarci a seguire l'esempio degli antichi nobilissimi Martiri.

 

 

 

 

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T E M A

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[p 17]  Una giovinetta, cui i casi della vita costringono a chiedere il pane al suo lavoro, va come istitutrice di due fanciulline in ricca e buona famiglia. Scrive di qui alla mamma parlandole dell'accoglienza avuta e dei bambini ai quali deve insegnare.

Aggiunge come sia duro a lei vivere lontana dalla mamma, ma trova forza di adempiere al suo dovere nella memoria della cara lontana e nel pensiero che il denaro guadagnato può alla mamma alleggerire le difficoltà  della vita.

 

 

3 Marzo 1887

 

Cara mamma,

 

[p 18]  Lei me lo ha detto "Quando la Provvidenza ci manda le prove, è raro che, nello stesso tempo, non ci offra qualche consolazione" ed è infatti così .

Nel gran dolore di trovarmi per la prima volta lungi da Lei, mi fu di gran conforto l'accoglienza cortese di questa eccellente famiglia.

Come già le dissi, giunsi alla stazione alle nove del mattino.

Trovai  questi rispettabili signori che mi attendevano, [p 19] salii con loro in cocchio e andammo a palazzo.

Mi ricevettero davvero, come una madre riceve il figlio lontano: mi sentii commossa, ma la mia commozione doveva crescere ancora di più, quando mi vennero presentate le mie future allieve: due belle bambine dai cinque ai sei anni, che, appena mi videro, corsero subito ad abbracciarmi e vollero stare con me.

Però, a malgrado le grandi premure e le prove di affetto, che io riceveva, sentiva nell'animo mio un'immensa tristezza.

[p 20] Non doveva essere felice?

Avevo trovata una buona ed onorata famiglia, avevo incontrata simpatia nelle mie alunne, ma mancava la parte più preziosa al mio cuore, mancava lei, carissima mamma, che mai non avevo lasciata, mi trovavo per la prima volta sotto un tetto straniero, senza alcuno de' miei amici d'infanzia. Appena lo potei, mi ritirai nella mia camera e con un pianto dirotto diedi sfogo al mio dolore.

Mi ricordai, che il vivere lontana da lei era un dovere [p 21] per me, gettandomi a' piedi  della  Croce, attinsi la forza necessaria per compierlo.

Dopo di aver chiesta a Dio per Lei, una vita bella e sorridente, dopo di averlo pregato ad illuminarmi nella mia nuova carriera, ad aiutarmi nel dirigere la mente e più ancora il cuore delle mie allieve, mi sentii più tranquilla, rasciugai i miei occhi e scesi in giardino colle bambine.

Esse si divertivano, appena mi videro, lasciarono i loro  innocenti  trastulli per corrermi incontro e farmi ammirare  [p 22]  le diverse specie di fiori esotici, che abbellivano le serre.

Alternando le lezioni con frequenti passeggiate, procurerò di giovare allo sviluppo fisico, mentre insegnerò la religione, facendo loro ammirare le bellezze del creato e la  onnipotenza e bontà  di Dio Creatore.

Per meglio adempire l'incarico affidatomi, stabilirò un piano di educazione, che, giorno per giorno, andrò man mano svolgendo.

Duro,  immensamente duro, è  per me il vivere lontana da [p 23] Lei, unico oggetto dei miei pensieri, unico affetto del mio cuore, la sua immagine, però, sarà sempre con me, essa mi darà  la forza di adempire al mio dovere, e il pensiero, che il denaro da me guadagnato servirà  ad abbellirne  la vita, sarà  un compenso alle mie fatiche.

La saluto, mamma diletta, un bacio ad Eppe, una carezza al mio micino.

Sua aff.ma figlia

                                       Giuseppina.

 

 

 

  

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LETTERA

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Mamma mia,

 

[p 27]  Eureca! Eureca! l'ho trovata, l'ho trovata!  L'aria di montagna è proprio il rimedio efficace per la completa guarigione della carissima Zia Emilia.

Sono due giorni che ci troviamo al Mottarone e tutti e due si passarono nell'ammirazione di questa veduta incantevole.

Su  questa montagna, che si innalza tra il lago d'Orta  [p 28] e il Lago Maggiore, si  trova una sola casa: l'Hotel Guglielmina, il quale, ad un'altezza di 1480 metri sopra il livello del mare, potrebbe, per lusso e comodità, pareggiare il nostro Hòtel d'Europe.

Stamattina alle quattro vennero a bussarci la porta: "che cosa c'è?" dissi io svegliandomi di soprassalto. "Vogliono vedere la  levata del Sole?"

Era adunque per vedere il Sole a levarsi che venivano a sturbare i miei sogni: "Via" dissi "ora sono svegliata, andiamo a godere questo spettacolo".

[p 29]  Chiusi gli occhi, me li stropicciai e balzai dal letto.

La Zia mi accompagnò anch'essa, salimmo un cinquanta metri e ci trovammo in vetta alla montagna.

Fissando gli occhi ad Oriente, dopo poco tempo, vidi, dietro ad una montagna, apparire una luce rossastra, simile a quella di un grande incendio, e, di mezzo a quella, un disco, che, ingrossandosi, si specchiava nelle limpide acque del Lago Maggiore.

Incantevole vista!

[p 30] Alzai gli occhi e guardai ad Occidente: la punta di mezzo del monte Rosa rifletteva, sulla sua candida neve, i raggi del Sole.

Girai attorno lo sguardo e vidi sette laghi: il lago d'Orta ad Occidente, il lago Margozzo (sic!) al Nord; il Lago Maggiore, di Como, di Lugano, d'Iseo, d'Idro ad est-sud-est.

Circondato dal Lago Maggiore a sud-est, dal Lago Margozzo a Nord-nord ovest e dal fiume Toce a ponente, s'alza maestoso il Monte Orfano, orfano davvero in  [p 31] mezzo a quella grande massa d'acqua che, in nessuno dei suoi lati, lo lascia comunicare colle  altre terre.

La Zia si sentiva stanca per la passeggiata, ritornammo, perciò, all'albergo, essa si ritirò in camera, io passai a fare colazione, ché, dico la verità, la passeggiata e l'aria fresca del mattino, mi avevano stuzzicato, non poco, l'appetito.

Oggi faremo una passeggiata sul declivio orientale della montagna, a forza di   passeggiate  la  Zia  [p 32]  ritroverà  le forze smarrite.

Addio, tanti saluti dalla Zia e un bacio dalla tua aff.ma figlia      

                              Giuseppina Operti.

 

 

 

 

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IL LAMENTO DELL'ESULE

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[p 33]  E' il mese di Settembre,  spira l'aura tepida del pomeriggio.

In cielo non havvi una nube e il sole va via via declinando e fra due ore al più sarà  scomparso dall'orizzonte. D'ogni intorno si vedono le genti contente uscire dalle proprie case: chi tenendo per mano il bimbo, chi la bimba; quali in compagnia della consorte o della sorella, del padre o della madre. Nessuno è solo fuorché l'infelice esule che, forse per aver detto una parola più che un'altra contro il Sovrano, dovette tutto abbandonare ed andarsene in esilio!   Ah! quanto è crudele questa parola!

[p 34]  Se ne sta egli seduto sul ciglione di un verdeggiante prato, ai suoi piedi scorre un piccolo ruscello che sembra, col suo grazioso mormorio, voglia consolare quegli che sopra di esso si lamenta e piange le proprie sventure.

Se egli già varcò la primavera della sua vita, non però ne raggiunse l'autunno.

I suoi lineamenti nobili e delicati portano la traccia di profondi dolori ed attestano che già  ebbe a sostenere una lunga prova di angoscie. Il suo braccio sinistro stà rasente al busto e la sua mano al fianco opposto riceve nel concavo della palma il gomito destro. In  questo atteggiamento pare mediti profondi pensieri e voglia trovar rimedio alla sua tanta miseria.

Egli, lontano dal suolo natio, dai parenti, da tutte le persone nelle quali  poneva amicizia, non ha più una [p 35] persona a cui volgere la parola, non più l'amata sposa come neppure i suoi bambini, nei quali poneva il suo amore e la sua felicità ; non più quelli che lo chiamavano col dolce nome di figlio, ma solo, abbandonato da tutti coloro che potevano avere per lui qualche affezione, non ha altro appoggio che quello di Dio.

Ah! in questo egli pone tutta la sua confidenza e benché sia fra tanti dolori, questo santo Nome gli è  caro e non cessa di ripeterlo con amore figliale.

Già  i molti anni che va pellegrinando in terre straniere, ma pure spera di vedere ancora una volta il suo paese nativo, di riabbracciare le persone che gli sono tanto care, poi è  rassegnato alla morte, più  non la teme e l'affronta con cuore contento e sereno. Egli ascolta con indifferenza qualunque cosa, perché il suo cuore è  lungi da lui.

[p 36]  Fu udito talvolta esclamare: "O patria mia!... o tu ch'io tanto amo e racchiudi le persone che formano la  mia felicità!  Oh!  potessi ancora una volta vedere quel luogo ove passai i più begli anni della vita mia e della mia gioventù; ah sì! mi fosse dato di vederti, o casa paterna!, mi fosse dato di  andare a piangere e pregare, là dove già tante lagrime sparsi, sulla  tomba della mia tanto amata madre! Ah cara Genitrice! tu che sei colà dove nulla si muta e vegli sopra il tuo figlio, prega il Supremo, che mi faccia lasciare questa valle di pianto e mi comandi di venire con te a  godere della felicità  eterna, imperocché io, dal momento che mi trovo confinato in  questa terra, non ho più  pace, non ho più  bene.

Com'ero felice allorché io respirava l'aria pura che respiravano la mia consorte ed i miei figli! E se allora mi coglieva qualche affanno poteva dividere il pianto mio con quell'amabile Sofia, con essa consolarmi e così rendere meno insopportabili i miei  dispiaceri, ma ora sono solo;  non ho più una persona con cui dar sfogo alle mie lagrime e confidare i miei affanni.

Addio, o terra natale, mai più  ti rivedrò! già tutte le mie speranze sono perdute.

Fra poco tempo potrai versare una lagrima  sulla  mia tomba, perché sento approssimarsi il fine della mia vita”.


 

Flora mia,

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[p 41]  Tu, o carissima amica, mi metti sempre in canzone, dicendomi che sono tuttora una bambina non capace a parlare d'altro che di bambole e di giuochi ed io voglio darti una solenne smentita facendoti vedere come qualche volta sono seria anch'io e so anche parlare di cose letterarie.

[p 42] Voglio intrattenermi teco del romanzo storico e dirti, ciò che ancor ricordo, di quanto a questo riguardo ho sentito dalla mia Egregia Signora Maestra.

Si grida tanto contro il romanzo, da tutte le parti mi sento ripetere che i romanzi non si debbono leggere, sì, ed io ne convengo, e sono intimamente persuasa, che i romanzi, in generale sono di dannosa lettura, perché danno al vizio apparenza di virtù, ci descrivono la vita così bella, così piena di delizie che poi noi, non trovando alla vita reale tutte quelle bellezze, ci sentiamo disamorati di essa, la vorremmo tale e quale  [p 43] è descritta nei libri, e poi... e poi... c'è  ancora una altra ragione: colla loro lettura ci dilettano tanto che ci fanno persin dimenticare e tralasciare, forse, il nostro dovere.

Dunque, venendo al romanzo storico, ti dirò, che esso fu un bene ed un bene grande all'epoca sua in cui la storia era messa in un canto e non la si degnava di uno sguardo, e il romanzo storico era invece letto con avidità. Il romanzo richiamando alla mente fatti dimenticati, o forse nemmeno saputi, della storia de' padri nostri,  invogliava alla lettura  della  storia  [p 44]  vera, la quale è  di gran lunga a preferirsi al romanzo storico, perché oltre al darci una idea più  precisa dei fatti, ce li dà  scevri da tutti quei particolari, da tutte quelle invenzioni ed ornamenti che lo scrittore pone nel suo racconto.

Ai giorni nostri, perché non si scrive più il romanzo storico? perché? perché si legge più  volentieri, anzi si studia con amore, la storia di quegli antichi popoli, che fecero sì  gloriosa e Roma e l'Italia.

Ma  guarda, non ti par egli  un vero trattato di letteratura, [p 45] la mia lettera? Vedi se non so poi anche ragionare di cose serie.

Vorrei dirti ancora molte cose, ma... ho un gran sonno...

Del resto mi pare che dovrebbe essere tardi... to! guarda: sono le undici... mi piace tanto intrattenermi con te, che non mi accorgo nemmeno che le pagine si riempiono e le ore passano.

Addio, i miei rispetti ai tuoi Signori Genitori, un bacio a Sofia, ed a te un amplesso dalla tua

aff.ma amica

                                        Giuseppina.

 

 

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RACCONTO

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[p 49]  "Senti Mariuccia, prima d'addormentarti, recita ancora una Salve alla Madonna delle Grazie affinché si degni di conservare a lungo in vita tuo padre... di renderlo buono... recitiamola insieme: Salve, o regina,..."

E mentre la povera donna pregava per la salute e per la conversione di suo marito, un uomo ascoltava dietro alla porta semiaperta:  aveva  udite  le  tenere parole [p 50] della moglie e, sentendola pregare per lui, per lui che invece di carezze le dava soltanto dispiaceri, non poté frenare una lagrima di tenerezza, che lenta lenta scendeva a rigargli il viso:

"Care creature" - pensava - "esse mi amano dunque e mi amano tanto; stolto che fui! non conosceva certamente quale tesoro io possedeva, quando, ritornato dalla bettola, avvinazzato e di umore nero, io la maltrattava e la caricava d'ingiurie; povero angelo, che tante volte  hai  patita  la  fame,  perché tuo padre, il tuo [p 51] crudele, il tuo infame padre voleva accontentare le sue insaziabili brame. Voi pregate e pregate per me, la vostra preghiera, o anime innocenti, produce buoni frutti; tuo marito, tuo padre è  cambiato, contraccambierò il vostro affetto, abbandonerò gli amici, il giuoco ed il vino, e colla mia buona condotta vi farò dimenticare i miei mali trattamenti."

Durante tutta la preghiera, nell'anima di Gianni si combatteva una grande tempesta: voleva entrare nella camera, gettarsi ai  piedi di sua moglie, chiederle [p 52] perdono; ma non osava.

Ma, finita la preghiera, udendo la sua Carmela che diceva: "Dormi, cara Mariuccia, la preghiera uscita dalle tue labbra innocenti sarà esaudita dalla Madre di Misericordia" non poté più rattenersi, aprì l'uscio, si precipitò nella camera e, abbracciando in un solo amplesso la moglie e la bambina, "Sì " - disse - "la vostra preghiera è  stata esaudita, ho udito tutto, la Madonna mi ha toccato il cuore e, pentito e buono, sono ritornato nelle vostre braccia per non abbandonarvi mai più "...

[p 53]  Passarono parecchi anni e, in una sera d'inverno, un uomo dai capelli bigi, assiso in mezzo ai suoi cari, faceva confronto della vita passata colla vita presente e conchiudeva, dicendo che il mondo e i suoi piaceri lasciano nel cuore un vuoto che viene riempito dal rimorso, e che le gioie vere, le gioie pure e sante si trovano solo nel seno della famiglia.

 

  

 

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CRISTOFORO   COLOMBO

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[p 55]  Il giorno 3 Agosto dell'anno 1492, una nave salpava dal porto di Palos in Andalusia, provincia spagnuola. Chi portava e dove era essa diretta?

Portava un grand'uomo, un genio che si sacrificava per la scienza; andava incontro all'ignoto, era diretta ad una terra, solo conosciuta alla mente del nostro eroe: Cristoforo Colombo.

[p 56]  La nave si gettò in alto mare, perdette di vista le ultime isole conosciute; passarono i giorni, passarono le settimane; ma la terra, quella terra tanto sospirata da tutti; ma più  di tutti da Colombo; non compariva ancora. I suoi compagni furono presi da spavento al pensiero di dover forse morire nel mare; incominciarono a mormorare e vollero tornare indietro: la speranza era spenta in tutti, fuorché nell'animo grande di Colombo. Povero Colombo! Dopo tanti sforzi, eri giunto ad avere [p 57] le navi, ed ora che ti trovi in braccio all'Oceano, prossimo ad afferrare quella terra che tu speri e che già ti costò tanto studio e tanti sudori; dovrai ritornare in Europa per essere oggetto di scherno? Oh no! Egli persuade, minaccia anche i suoi compagni, essi si acchetano per qualche giorno; ma poi tornano più accaniti all'assalto e vogliono gettare Colombo in mare.

Colombo chiede tre giorni: se dopo tre giorni non scoprivano terra, pazienza! avrebbe rinunciato alla sua  [p 58]  idea e ritornerebbe sui suoi passi.

Ecco l'alba del terzo giorno: tutti sono sul ponte della nave e spingono l'occhio lontan lontano: una massa bianca, simile a nuvoletta, attira l'attenzione; man mano essa viene crescendo e dai cuori, più  che dalle labbra, di tutti esce unanime un grido: terra, terra!.

Le fronde d'albero staccate di fresco e galleggianti sulle acque, uccelli d'aria, il profumo di non so che erbe, tutto assicurava Colombo che quella era proprio la terra da lui cercata con tanto ardore. [p 59] Ancora poche ore, lunghe di troppo all'impazienza di Colombo, ed essi giungono alla spiaggia di quella terra che molti, se non quasi tutti, avevano disperato di trovare.

Non è a dire certamente la loro gioia, nel porre ancora una volta il piede sopra di una terra ferma, essi che avevano creduto di morire nel mare; confusi per aver disprezzato e persin osato minacciare il grande Colombo, si prostrano ai suoi piedi e gli chiedono perdono.

I selvaggi al vedere il battello accostarsi alla riva, [p 60] accorrono in grande numero per godere di uno spettacolo così  nuovo; ma poi meravigliati al vedere persone differenti da loro; fuggono, paurosi come bambini, e si rifugiano, come ad ancora di salvamento, dietro le ampie foglie degli alberi che li nascondono pienamente. Ma, e in mezzo a tanta gioia, che fa egli Cristoforo Colombo?

Quando fu in vista della tanto desiata terra, secondo il Gazzoletti, esclamò:

...Oh non invan creduto Mondo del mio pensiero, io ti saluto!

Ma quando vi pose piede,  girando d'attorno lo sguardo,  [p 61] egli cadde in ginocchio e dal suo petto eruppero calde parole di lode e di ringraziamento a quel Dio che lo aveva salvato.

" - Dio del Cielo che hai permesso al tuo umile servo di scoprire questa terra, dalla Tua possente mano gettata in mezzo alla vastità dell'Oceano, che mi hai dati lumi e mi hai condotto a questa parte ignorata del Tuo impero, fa che la giovane terra ti conosca per suo Creatore, ti esalti per suo Re, ti adori quale suo Dio.


 

LETTERA

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3 Febbraio 1887 

 

                                  Cuginetto mio,

 

 

[p 63]  Gran bella cosa invero! Tu che l'altro jeri stracciasti il quaderno di bella copia, perché sbadatamente rovesciasti sopra di esso il calamaio, tu, dico, che ti lasciasti vincere, dominare dall'ira, ne meni ancora vanto e credi di avere fatto qualche cosa di buono.

Povero il mio Jean! Hai fatto del male a te medesimo, [p 64] perché ora ti trovi nella necessità di rifarlo, sono ore e ore di lavoro sprecato, sono ore e ore che tu dovrai impiegare per rimediare ad un male a cui bastarono pochi secondi. E fortuna ancora per te che lo puoi rimediare, il tuo è ancora un danno leggero, ma da bambini bisogna imparare a vincere questo terribile nemico che è  la nostra ira.

Siccome so che tu sai la Storia Greca a menadito, ti citerò un tale Alessandro detto Magno, il quale, se vinse tutti i nemici che gli facevano ostacolo, se [p 65]   soggiogò colle armi tutto il mondo conosciuto allora, non seppe però vincere l'ira sua, di cui caddero vittime parecchi dei suoi più cari amici.

E a rimediare un tanto fallo non bastarono le sue lagrime, non i suoi rimorsi che continuamente gli straziarono l'animo e lo condussero alla tomba.

Vedi conseguenze deplorevoli dell'ira! L'ira accieca l'uomo, gli fa perdere la ragione, lo trasporta ad eccessi tali gli fa dire certe parole che mai non avrebbe voluto dire.

[p 66]  L'esempio di Alessandro ti serva di salvaguardia, il caso tuo è certamente lungi le mille miglia dall'essere così grave, ma se non ti studii di combattere questa passione finché essa è  nelle fascie, come si dice, ti costerà  molto più  fatica e chissà ancora se potrai vincerla appieno quando essa sarà  ingigantita.

Persuasa che tu avrai in buona parte le mie osservazioni e che vorrai ancora un poco di bene alla tua cuginetta che t'ama tanto ti incarico di salutare lo zio e la zia da parte mia.    Tua  aff.ma

                                      Operti G.

 

 

 

 

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[p 67] 

EPIGRAFE MORTUARIA

 

 

Qui  giace

 

 

URNETTA VELLI

 

 

buona innocente pia

 

rapita nel fior degli anni

 

perché il mondo non la contaminasse

 

 

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Epigrafe

 

al mio tavolino

 

 

A te

 

tavolino mio diletto

 

testimone

 

delle mie fatiche e de' miei progressi

 

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[p 70]  10 Febbraio 1887

 


 

VISITA

AD UNA VECCHIA MAESTRA

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[p 71]  "Che piacere! oggi è giovedì e non vado a scuola. Non è vero, mamma, che mi condurrai in campagna a raccogliere i fiori, che mi piacciono tanto?"

"Se lo brami, sì, o mia Nina; ma mi dispiace che tu abbia così poco amore allo studio e alla scuola, da tenere come giorno di festa il giorno della vacanza.

Ma tu, dunque, non ami le tue buone maestre, che ti  [p 72] amano coll'affetto di una madre, che di te si prendono tanta cura per formarti il cuore a nobili sentimenti e per educare la tua mente.

Oh! quanto io l'amava la mia buona maestra! era una gioia nuova tutte le volte che entravo nella scuola e vedevo lei, lei, che sempre gentile e cortese verso di me, con uno sguardo benigno, con un sorriso benevolo, e talvolta con un "brava!" compensava largamente a tutte le mie fatiche!

Tu mi dici che oggi è giovedì  e che desideri andare in campagna.

Sì, io ti condurrò, ma ti condurrò là , dove ella vive ignorata, nascondendo agli occhi del mondo le sue virtù. Ti condurrò da  lei e tu, o mia Nina, vedendo [p 73] dai nostri atti e le nostre parole, quanto sia grande l'amor nostro reciproco, imparerai ad amare lo studio e i tuoi insegnanti." "Sì, o cara mamma; io non ho mai potuto comprendere come una maestra possa volerci tutto quel bene che tu dici, ma poiché vedo tanta verità  nelle tue parole, anch'io l'amerò e imparerò ad apprezzare i suoi sacrifizi e le sue virtù."

"Così va bene, ora andiamo da lei."

E dopo poche ore, passando dinanzi ad una modesta casa, il mio cuore che palpitò forte, forte, mi fece avvertita, che quella era la casa da me cercata; e, senz'altro, entrammo.

[p 74]  O miei benevoli amici e non amici, siate giusti, concedetemi che questa volta aveva il diritto di intenerirmi, confessate che anche voi altri vi sareste sentito un leggero moto di convulsione alla gola, e allora io mi farò animo e vi dirò che quando quell'amata creatura comparve, io le corsi incontro, le afferrai la mano e diedi in un pianto dirotto, che nascosi nel suo seno.

Passato quel primo momento alzai il capo, presi le sue nelle mie mani e così, ritta innanzi a lei, cogli occhi velati di lagrime, la guardai con uno sguardo di tenerezza e vidi quel nobile volto  mutato  dagli anni,  [p 75] quei capelli neri fatti d'argento, quel corpo che si era incurvato, e in uno slancio di irresistibile amore la strinsi al mio cuore.

Entrambe rimanevamo mute, ma il cuore parlava, riposavo sul suo seno, ma il cuore palpitava di puro affetto per lei.

La commozione mi toglieva la voce e in quei momenti di indicibile gioia, ripensando ai giorni dell'infanzia, rivedevo lei tutta sollecitudine per me, corrucciarsi al mio sbagliare e sorridere ai miei progressi, ricordava quei momenti felici in cui, seduta sulle sue ginocchia, imparavo le lettere segnate dal suo dito, sentivo ancora quelle strette e quei baci caldi di amore, che  mi tornavano graditi più  di qualunque altro  [p 76]  premio.

Dato sfogo alla commozione e alla nostra gioia, si incominciò un discorso lungo, appassionato; si fecero passare in esso tutti gli aneddoti della mia infanzia, e, dopo qualche tempo, mi partii di là, con vero rincrescimento di lasciare ancora una volta, così  sola e vecchia colei che aveva spesa la sua giovinezza in educarmi.

E la Nina, che, durante quella scena commuovente, era stata muta e guardandoci si asciugava le lacrime, ora, vivamente persuasa, ripeteva:

"Sì , voglio bene anch'io a quella cara maestra, le voglio bene con tutto il mio cuore, ho capito che ella  [p 77]  ti ama davvero e per te ama me pure dal modo con cui mi stringea a sé e dalle parole affettuose che mi diceva. Sì, o mamma, faccio vero proponimento di studiare e di voler bene alle mie buone maestre, perché quando sarò grande e andrò anch'io a trovarle, non abbia a rimproverarmi di avere attristata la loro gioventù.

 

 

 

  

[p 78]  5 Marzo 1887


 

 T E M A

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[p 79]  In natura non vi sono cose picciole, poiché la considerazione di esse conduce alle maggiori (Gozzi).

Dire come dalla osservazione dei modi tenuti da una famiglia di formiche, provvigionanti pel verno, si possa salire alla famiglia umana.

 

 

Considerazioni

 

[p 80]  Osservare e meditare profondamente le cose osservate, sono mezzi indispensabili per poter leggere nel gran libro dell'universo, di cui ogni linea, anzi ogni lettera, è una lode a Dio, che meglio ci fa comprendere la sua infinita onnipotenza e bontà.

Chi non osserva, apprenderà giammai il linguaggio sublime della natura, e per contro, a chi sa osservare e meditare, si apre un nuovo orizzonte.

[p 81]  Così una lampada scostata dalla sua posizione verticale, fu un lampo per il genio osservatore di Galileo Galilei, che inventò subito la legge del pendolo.

In natura non vi sono cose piccole, poiché la considerazione di esse, anche nelle loro minime parti, conduce alle maggiori.

E dal caso in generale, venendo ad un fatto particolare, noi potremo vedere come dai modi tenuti da una famiglia di formiche, provvigionanti per il verno, si possa salire insino alla famiglia umana.

Nella state, le formiche cominciano indefesse la ricerca dei chicchi di grano, per arricchire i loro granai. [p 82]  Alle volte avviene che il chicco, essendo molto grosso, viene a coprire la formica, la quale però non si lascia perdere d'animo e lotta finché ne esce, tenta di trascinarlo e questo ancora le sfugge; ritorna all'assalto, finché le compagne vedendo i suoi vani sforzi, vengono ad aiutarla, e così quel lavoro a cui una non bastava, viene infine compiuto da tre o quattro. E quando qualche formica viene ferita sul campo del suo lavoro, le compagne pietose, si mettono in numero sufficiente e, con tutte le precauzioni, la trasportano nella loro casa e la curano e la assistono finché non sia guarita. Quando poi qualcuna di esse muore per il subito cader di una pietra, o perché schiacciata da una ruota o da [p 83] un passante, la trasportano eziandio in casa, sgombrando il campo di tutti i loro morti.

L'osservare il lavorio delle formiche, pare un giuoco da fanciulli; ma questo giuoco fa seriamente meditare, quando si pensa, che esse insegnano all'uomo a lavorare durante la bella stagione, cioè  nei tempi lieti della vita, per aver poi di che sfamarsi all'apparire dei giorni tristi, di una  malattia o di altra contrarietà .

Difficilmente la formica torna indietro e rinuncia alle sue imprese; così insegna all'uomo la perseveranza nel bene.

Nei  modi  da  esse tenuti si viene anche a scorgere la [p 84] verità di quel proverbio che dice: "l'unione fa la forza"; ma di più esse ci insegnano la carità, quella carità che a vicenda si prestano, aiutandosi l'una coll'altra, trasportando i morti e curando i feriti, facendo cioè  alle compagne quello che vorrebbero che le compagne facessero a loro.

 

[p 86]  10 Marzo 1887


 

 T E M A

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[p 87]  Maria, rimasta orfana della mamma con una sorellina di quattro anni cui accudire, prega una vecchia amatissima zia di darle consigli sul modo di educarla.

La zia risponde sollecita ed affettuosa e accennando alla condotta da tenersi dalla Maria, avverte specialmente come nell'educazione convenga star lontani [p 88] dalla troppa indulgenza come dalla troppa severità e raccomanda sopratutto alla nipote di por mente alle tendenze della piccina, dovendo quelle sopratutto indicare l'indirizzo da darsi all'educazione sua.

 

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Diletta Maria,

 

Udita appena l'infausta novella sarei corsa a te, avrei voluto stabilirmi a te vicina per tenere il luogo di quella madre, che tu e Niny aveste la disgrazia di perdere in troppo tenera età .

Nol potei. Mio marito tuttavia infermo, i bambini piccoli  [p 89] richiedono le mie cure.

Avrei voluto dirti: venite a consolarvi in queste braccia, che vi stringeranno al cuore coll'affetto di una madre. Ma tu nol puoi. Non puoi lasciare il babbo tutto solo e triste così; tuo padre non può abbandonare il suo uffizio per venirsi a stabilire presso di me.

Non potendoti giovare in questa maniera, ti gioverò almeno col consiglio, e, rispondendo alla tua lettera, t'insegnerò ad educare alla virtù  ed al sapere la piccola Niny.

Nella educazione conviene stare lontani dalla troppa severità  e dalla troppa indulgenza.

[p 90] La severità fa sì che i bambini tediati di obbedire sempre ad una dispotica autorità, non appena si trovano signori di sé, trascorrono ad ogni eccesso e si danno in preda ai vizi.

"Quando" dice la Ferrucci, "a ogni errore è pronta la punizione, quando la voce dei genitori risuona terribile a riprendere e a castigare, il timore prende nell'animo dei figliuoli il luogo che tener vi doveva l'amore.

Quindi obbediscono ad essi come gli schiavi ai padroni, cioè con simulazione e con ripugnanza, aspettando il tempo di rompere i loro odiosi legami."

E siccome alcuni abusano dell'autorità, così altri cadono nell'eccesso contrario.

[p 91]  La troppa  indulgenza accieca in essi la ragione e solo di rado li induce a far uso di divieti e di punizione; impedisce soltanto il male che il fanciullo non può prevedere, senza curarsi di inspirare nei fanciulli il nobile desiderio di passare dal bene all'ottimo e da questo alla perfezione.

Ti raccomando specialmente di por mente alle tendenze della bambina, perché queste sopratutto debbono indicare l'indirizzo da darsi all'educazione sua.

Dice Cesare Balbo: Non sono innate né le virtù né i vizi; bensì le disposizioni o nature particolari, che possono poi, secondo l'educazione, diventare viziose o [p 92] virtuose. E vi sono nature pronte e tarde, e tra le pronte, le buone e le cattive; tra le tarde, le buone e le cattive  ancora".

Volgi ciascuna a sua virtù.

Ti posso infine consigliare a leggere i libri d'educazione di Raffaele Lambruschini, della Molino Colombini, di Cesare Balbo, di Niccolò Tommaseo.

Non tenere però tutte le parole di quest'ultimo come parole di Vangelo, poiché, alle volte, suggerisce anche cose impossibili a praticarsi.

Leggi meglio di tutto, l'educazione morale della donna italiana della Ferrucci, la quale essendo donna e, quel  [p 93]            che è più, madre, può suggerire i mezzi più adatti all'educazione.

Leggi le prime pagine dei ricordi di Massimo d'Azeglio, le quali hanno il vantaggio di mostrarti in pratica l'educazione cogli effetti che da essa derivano.

E tutte le volte che credi io ti possa giovare coi miei poveri consigli, ricorri pure sempre a tua zia che è  ben contenta quando può farti piacere.

Tua aff.ma  Zia

Emilia.

 

 

 

 

[p 94]  12 Marzo 87

 

 

 

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 T E M A

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[p 95]  Ad ogni uccello il suo nido è bello.

                (Proverbio popolare)

Dire come l'amore che stringe l'uomo al paese natio sia innato, profondo, indipendente dalla bellezza onde poté  essergli largo natura o dalla gloria onde lo precinse fortuna.

 

 

Considerazioni

 

 

[p 96]  L'amore di patria è un amore santo e nobile, un amore innato e profondo nell'animo di tutti, a cominciare dal selvaggio, che ama la sua capanna, fino a noi che difendiamo

... il bel Paese

Che Apennin parte il mar circonda e l'Alpe

E se il selvaggio ama la sua capanna, posta in bilico sopra un dirupo e la difende, se non contro i barbari, dalle nevi, che la opprimono e vorrebbero schiacciarla, [p 97] da un  torrente impetuoso, che minaccia di travolgerla nelle sue acque, non dovremo noi amare la nostra patria bella, non dovremo difendere fino all'ultimo, la nostra Torino diletta, cui le Alpi fanno corona e il Po e la Dora baciano i piedi?

E se questo amore si trova per istinto negli uccelli, i quali ritornano sempre al loro nido, non deve trovarsi in noi, che l'abbiamo scolpito nel cuore, rafforzato dalla mente, che ci dice essere giusto e ragionevole?

I montanari, che hanno soltanto un pezzo di terra da difendere, se sono da esso allontanati si lasciano morire di nostalgia, poiché non han più nulla di ciò [p 98] che prima li dilettava: que' luoghi, lo scroscio del torrente, il grido degli uccelli, gli alberi, i dirupi, le valli, le montagne erano amici per lui.

E noi, quando siamo lontani dal nostro paese, amiamo tutto ciò che ce lo ricorda: la vista di un nostro cittadino anche sconosciuto, ci fa balzare il cuore di gioia, come se fosse un nostro amico.

Tutti i concittadini si amano, perché figli della nostra madre comune "la patria", perché in essa vivono.

Amiamo la patria anche quando la terra è ingrata.

Gli abitanti delle terre vulcaniche dovettero fuggire minacciati da una eruzione; cessato appena il pericolo [p 99] ritornano, con pazienza ammirabile si danno a portare via la lava e i lapilli, e, scoperto il terreno di nuovo fabbricano le case, riportano altra terra e la ricoltivano.

L'amore della patria è indipendente dalla bellezza onde poté esserle larga natura e dalla gloria onde lo precinse fortuna.

Noi amiamo il paese come la madre nostra, non perché sia bello e glorioso, ma perché è  nostro e in esso avemmo i natali.

Presso gli antichi, l'esilio era la più grande punizione che potesse toccare ad un uomo, perché esso contrastava ad un grande e potente affetto.

E infatti Dante esiliato da Firenze, sospirò sempre la [p 100] patria lontana e lavorò molto,  sebbene  invano, per tornarvi.

L'amore della patria è  più  potentemente sentito dalle anime grandi che dalle piccine.

Difatti aprite la Divina Commedia al Canto Sesto del Purgatorio, ove è descritto l'incontro di Virgilio con Sordello. I due Mantovani si abbracciano con affetto, sol perché lo stesso suolo diede loro i natali.

Apritela ancora al Canto Decimo dell'Inferno ove Dante parla di Farinata degli Uberti e conoscerete appieno l'animo grande di colui che si crucciava più dei mali della patria sua, che dei tormenti ch'egli soffriva nell'Inferno.

[p 101] Se la capanna è cara ai selvaggi, se il dirupo, la valle, la montagna tutta è cara al montanaro, cara a noi deve essere la nostra patria, dotata di tanta bellezza, e se essa è di già  gloriosa per martiri, per principi illustri e buoni, per vittorie riportate, noi dobbiamo aumentarle sempre più la gloria e la prosperità.

 

 

 

 

[p 102] 15 Marzo 1887


 

[p 103]  26 Marzo 1887

 

 

 

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LA MIA BIOGRAFIA

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[p 105] Ho quindici anni.

La mia infanzia, io credo, passò come quella degli altri bambini. Di quando ero a baliatico non ricordo: però da quanto mi raccontano ancor ora la balia e una vecchia governante, posso dedurre che i miei primi passi e le mie prime parole erano considerati come altrettanti miracoli da' miei parenti, che mi amano più della pupilla degli occhi loro.

[p 106]  In tenera età sentivo di già l'amicizia, la quale nacque al mio nascere e crebbe col mio crescere.

Flora era l'amica del mio cuore.

Eravamo nate insieme, si può dire, da parenti amici e vicini di casa, i quali ci allevarono pure insieme: comuni erano i nostri innocenti trastulli, comuni le nostre gioie  e i nostri piccoli dispiaceri.

Avevo cinque anni e fui messa a scuola. Ho sentito dire di certi fanciulli che vanno a scuola piangendo e per forza, io ci andai come a ricevere un premio, perché come tale la scuola mi era sempre stata promessa. Flora era con me: possedeva molto ingegno e formava l'idolo delle maestre e delle compagne che erano felici quando potevano rubarsela un momento.

Aveva buon cuore: un giorno, come il solito, facevamo i [p 107] giuochi insieme: non mi sentivo bene e alla mamma, che mi fece proposta di andare a letto, risposi affermativamente. Flora, che mi vide abbandonare la testina stanca sui guanciali, capì  che ero ammalata e pianse.

In campagna chi mi voleva bisognava che mi cercasse in casa di mio zio prete, ove mi trovava o seduta ai suoi piedi prendendo una lezione di francese, o in giardino con lui, aiutandolo a dividere i fiori specie per specie, ad attaccare loro il nome, a notarlo sul catalogo.

Povero Zio! quanto bene mi voleva!

Con quanto affetto non istampava un bacio sulla mia fronte, quando salutandolo pronunciavo il mio "bonjour mon oncle" con la pronunzia più esatta!

[p 108] Compivo gli otto anni e lo zio mi preparò alla prima Comunione. Fu il giorno più  solenne della mia vita e volli passarlo in campagna accanto allo zio che mi ci aveva preparata con tanta fatica.

Quest'epoca felice segnò l'ora della sventura per me: sette giorni dopo ai due di Aprile dell'anno mille ottocento ottanta, mio zio morì.

Ritornai a Torino: Flora abbandonava il suo alloggio per avvicinarsi al centro della città. Da quel momento parve diminuirmi il suo affetto, divenne più  fredda verso di me, finché partita un giorno per Parigi senza salutarmi, mi dimenticò affatto e non mi fece più avere una sua linea.

Ho pure avuto un fratello più alto di me, e se di lui [p 109] non rammento nei miei primi anni, ricordo però più grandicella, era buono, affettuoso, gentile e il Signore a diciannove anni me lo rapì!

Tre mesi dopo, il mio "Papà" carissimo, andò Egli pure in Cielo, a raggiungere il suo angelo perduto.

Ed ora altri non mi rimane più che la povera Mamma, cui tento consolare della doppia sventura.

Mi piacque e mi piace ancora lo studio e la scuola: studio e leggo volentieri; ma per quest'ultima, diletta occupazione, mi rimane poco tempo.

Amo le mie Maestre come Madri affettuose che nulla schivano per la mia educazione, le compagne amo come sorelle.

Ho un naturale piuttosto triste che mi fa sempre [p 110] introdurre una nota lugubre ne'  miei componimenti; penso sovente a Flora e questo pensiero talvolta mi scoraggia al contrarre nuove amicizie.

Ciò non ostante ne ho contratta una, che spero Dio vorrà  benedire e far durare in eterno.

 

 

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[p 111]  30 Aprile - 87

 

 

 

Personaggi

 

 

 

 La Mamma

 

 

 Maria

 

 

                 Erminia sue figlie              

 
 
Adelina

 

 [p 112]

 


 

[p 113] 

 

 COMMEDIOLA

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Fra due litiganti il  terzo gode

 

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SCENA  I

 

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La Mamma, Maria, Erminia

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(Si rappresenta in un salotto di una casa a Napoli)

 

MAMMA                               Maria e tu  Erminia  preparatevi ché Giovedì vi voglio condurre  ad una scampagnata.   Sarà  un bel giorno!

MARIA                                  Andiamo noi sole, oppure, hai tu [p 114] invitate alcune nostre compagne?

ERMINIA                              Spero ci sarà anche la cugina Emma con cui divertirci,  correre  per  i  prati, raccogliere fiori; se non c'è ella io non  posso che annoiarmi.

MAMMA                               Sì , figliuole mie, ho pensato a tutto: ci saranno le tue amiche, Maria, tua cugina, Erminia. Vostra madre, conoscendo i desiderii di voi tutte, ha invitate molte giovanette vostre coetanee e di più  ha ordinati alcuni divertimenti per fare più  lieta la nostra piccola festa.

MARIA                                  Fin ora, hai parlato di noi sole, e Adelina non prenderà   parte anch'essa alla  [p 115]  nostra scampagnata?

MAMMA                               No, con mio dispiacere, non posso condurvi tutte e tre; una di voi deve rimanere in casa a sorvegliare i bambini. Perché alcuna non avesse poi a lagnarsi, ho stabilito di       condurre meco voi due  maggiori di età  e per questa volta Adelina si contenterà  di rimanere in  casa.

Addio, mie care, vado ad avvertirnela; guarderò di persuaderla di convincerla. (esce)

 

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SCENA II.a

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Maria ed Erminia

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MARIA                                  [p 116] Questa scampagnata deve rimanere pur bella! Vi saranno tutte le mie compagne, oh gioia! Ma, ora che ci penso, le amiche avranno tutte la veste nuova, il cappello  e  poi  alcuni gingilli... io invece non ho nulla, io. E tu non       vuoi tutto questo?

ERMINIA                              No, io non sono come te, non amo sfoggiare frammezzo alle amiche mie; io bramo solo [p 117] di essere vestita modestamente. Pure avrò anch'io  una piccola difficoltà da fare alla Mamma. La passeggiata di Posilippo (sic!) non mi piace, amo meglio il lago del Fusaro, il luogo è più       pittoresco. A poca distanza dal mare, quel giardino con una casina  che si specchia nell'azzurro del lago... oh! mi piace tanto!

Lo dirò alla Mamma e la farò cambiare proposito. A Posilippo non ci vado davvero!

MARIA                                  No, no, non voglio che la  Mamma [p 118] cambi le sue idee. Io voglio andare a Posilippo! La strada,  fiancheggiata  da  una fila di alberi ombrosi che tra il fitto del loro  fogliame lasciano vedere il mare, è così bella!

Io voglio una veste di color bigio chiaro, la voglio grandiosa, ricca di maniera che non abbia a contrastare con quelle delle mie compagne. Ora lo dirò alla mamma; ma bada bene che  voglio  andare a Posilippo e non al lago del Fusaro, sai.

 

 

 

  SCENA III.a

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La Mamma, Erminia, Maria.

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MARIA                                  [p 119] (vedendo venire la mamma) Oh! mamma! giovedì  andiamo a  Posilippo e mi compri una veste non è vero?

ERMINIA                              No, rechiamoci al lago del Fusaro, il luogo è più ameno e  la passeggiata  riescirà  più  divertente.

MAMMA                               (entrando) Figliuole mie, dalla stanza vicina ho udito tutti  i vostri  discorsi, che mi hanno addolorata assai.

[p 120] Tu sei dunque ambiziosa o Maria! Tu ambisci la       veste elegante per distinguerti fra le tue compagne ed essere mostrata a dito?

Tu lo sai: la vanità è sinonimo di vacuità. Vuoi tu dunque far dire che hai il cervello vuoto di alcuna idea soda e seria?

E tu, Erminia, perché non ti mostri soddisfatta dei luoghi scelti da tua madre? E che forse la passeggiata di Posilippo non è  abbastanza  bella, da dover andare al Fusaro?

Figliuole mie siete troppo indiscrete; tu Maria [p 121]       non avrai l'abito; tu Erminia non sarai condotta al lago del Fusaro; rimanete in casa tutte e due (atti di  malcontento da parte di Maria ed Erminia)

E in premio della sua sommissione ai voleri della madre sua, Adelina verrà con me. Adelina che fu contenta della gioia vostra e che di voi  non  fu  invidiosa. 

                                               Adelina vieni con noi.

 

 

 

 

SCENA  IV.a

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Adelina e dette

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(Maria ed Erminia se ne stanno in disparte confuse e vergognose.)

 

ADELINA                             (entrando) Che cosa comandi mamma? [p 122]

MAMMA                               Vieni qui, cara bambina, Giovedì verrai e tu sola alla scampagnata;  le tue sorelle, mortificate dinanzi alle loro compagne e confuse, staranno in casa ad occupare quel posto che tu dovevi tenere.

ADELINA                             Cara mamma ti ringrazio di tanta bontà; conduci pure con te, se meglio ti aggrada, Maria ed Erminia; esse sono più  alte di me e potranno in qualche cosa porgerti aiuto; per me non temere: io sono contenta in qualunque modo tu disponga; [p 123] un desiderio della madre mia è un comando per me, che eseguisco con tutta gioia.

MAMMA                               Ed appunto per questo tu verrai con me; le tue sorelle si sono mostrate troppo esigenti, litigarono tra di loro pel luogo della passeggiata; l'una voleva andare a Posilippo e       l'altra al lago del Fusaro ed io per  contentarle tutte e due, non conduco né l'una né l'altra, tu sola verrai con me  ed esse  impareranno a loro spese che "tra due litiganti il terzo gode"

 

 

 

 

POVERA VACCHERELLA MIA!

(Dal vero)

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[p 129]  Povera vaccherella mia!... Tu sei morta!... Come faremo a vivere senza di te?...

E il povero vecchietto chinava di nuovo il capo, posava la fronte sulle mani, che tenevano il bastone in mezzo alle ginocchia tremanti, e piangeva, piangeva...

Assorto in un pensiero solo, che ne tirava molti dietro [p 130] di sé, più non si muoveva, e ti sarebbe parso una statua, se non fosse stato dei singhiozzi violenti, che gli scuotevano il già  debole corpo.

Poveretto! Da due giorni egli non toccava più cibo di sorta; seduto vicino alla sua vaccherella spirante, la guardava sospirando, e, col mancare della vita in lei, vedeva estinguersi una sorgente di beni per la sua povera famiglia.

E la sua famiglia non era meno di lui desolata.

Seduta sopra una panca, una buona vecchietta stava filando;  il  suo dolore non era meno intenso di quello  [p 131] del marito, ma dal suo volto traspariva la rassegnazione e la confidenza che ella poneva in Dio.

Ella teneva gli occhi fissi sul suo lavoro, come se quel solo pensiero l'occupasse; e li teneva fissi a bello studio, perché il dolore del su' omo non incrudisse il suo.

Poco distante da loro, una giovane donna, loro figlia, guardava la vaccherella singhiozzando, la guardava fisso, e tratto tratto, come un lamento, le sfuggiva di bocca la stessa frase: Povera vaccherella mia!

[p 132]  E una bambina,  di forse tre anni, piangeva vedendo la mamma ed i nonni a piangere, piangeva e non sapeva perché.

Andava, or dall'uno, or dall'altro,  spiava i loro occhi lagrimosi, e poi, non indovinando la causa del loro dolore,  ritornava alla vaccherella e la lisciava. Andava vicino al nonno, accarezzava quei capelli d'argento, che facevano bella aureola al volto triste e piangente, lo baciava in viso, lo chiamava per nome, gli diceva:

Nonnino mio, perché piangi? Dimmelo.

[p 133] Ma il buon vecchio,  non  pareva  accorgersi di lei, e, invece di una risposta, che gli sarebbe tornata troppo penosa, piangeva e singhiozzava più forte.

A quella vista le lagrime tornarono di nuovo alla bambina, che lasciato il nonno, si avvicinava alla mamma; si aggrappava alle sottane, saliva sulle sue ginocchia, posava le sue belle manine sulle di lei spalle, la guardava negli occhi coi suoi occhioni lacrimosi e colla sua vocina di angelo: "Perché piangi?" le diceva, "perché piange il nonno?... perché?... perché?..."

[p 134]  Quella vocina tremula scosse la giovane donna, guardò in viso la sua bambina, ma non trovò parole per rispondere, e, in mezzo ai singhiozzi, ripeté: Povera vaccherella mia!

 

 

 

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T E M A

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[p 137]  Si narri la vita di  una giovinetta, la quale  raccolta fin da bambina da una pia signora, trovò modo di ricambiare alla benefattrice il bene ricevuto.

 

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Svolgimento

 

            Era veramente uno spettacolo straziante e commuovente ad un tempo.

In una cameretta, abbellita dalla sola semplicità  e pulitezza, una donna, giovane ancora, era distesa sopra un letto di dolori.

[p 138]  Accanto a questo, una bambina di circa quattro anni, la quale, inconscia del grave stato della madre sua, seduta per terra, trastullavasi con alcuni balocchi portatile dalla buona e ricca signora che, avendo presa a servizio quella povera donna, ora la assisteva con cura materna nella sua breve infermità.

Oh! come la povera inferma era travagliata dal dolore in quei tristi momenti!...

Lasciare questa sua bamboletta, in così tenera età, sola sulla terra, senza che alcuno si prendesse cura di lei e la guidasse nel difficile sentiero della vita!

La signora Geltrude, vedova da qualche anno, non aveva figli e se ne addolorava.

[p 139]  Quante volte aveva invidiato alla sua cameriera quella cara creatura che ora si vedeva vicina!

Questo era il momento di far paghi i suoi desideri e di compire una buona azione, consolò adunque quella infelice assicurandola, che se l'avrebbe adottata per figliuola.

La poveretta, tranquilla su questo riguardo, morì lasciando la sua angioletta alla signora Geltrude, la quale, la fece istruire, l'educò all'amore del lavoro e della virtù .

L'educazione sviluppò nella fanciullina le buone qualità che in lei tralucevano sin dall'infanzia e di quei benefici e di quella saggia educazione, seppe così  bene approfittare che a quindici anni era un prodigio di sapienza e di virtù .

Ma purtroppo, siccome non v'è rosa senza spina, come [p 140] non passa uomo senza dolore così alla Rosetta poco durarono i piaceri e le gioie: la sua benefattrice si ammalò e di malattia contagiosa.

Le persone mercenarie sfuggivano il pericolo e se non fosse stato di Rosina, la signora Geltrude sarebbe rimasta abbandonata.

Rosina, sapendo quanto la signora aveva fatto per lei, nulla curando il pericolo in che si metteva, tentò ogni modo per dimostrarle la sua riconoscenza e per strapparla alla morte che la voleva con sé: passò tutte le notti accanto al suo letto e grazie a quelle cure amorose prestate con affetto veramente figliale in dieci giorni, la malattia prese buona piega e fu fuori pericolo.

[p 141] Ella allora, con le sue premure le rese meno sgradevole il tempo della convalescenza.

Quando la signora fu rinsanata, conobbe quanto doveva a Rosina e l'amò sempre più.

Destinò per lei una ricca dote e dopo averla veduta felice, con due bimbi ai fianchi che, ad esempio della loro madre, avevano appreso ad amarla e stimarla, chiuse gli occhi per non riaprirli mai più  e l'ultima sua parola fu una benedizione per la sua figlia adottiva.


 

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T E M A

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[p 143]  Un forte temporale desertò i campi intorno a Fontanella. Giacomo descrive con vivacissimi colori questo a una buona  signora, la quale lo aiuta a pagare il fitto dell'annata.

 

 

 

Svolgimento

 

 

Era una giornata sul finire di Giugno e una ricca signora, stanca dall'afa soffocante che aleggiava nel paese, era andata, con una sua fida cameriera, a respirare le fresche aure che spiravano, non lungi di lì, in una campagna coperta di moltissimi alberi fronzuti.       [p 144]

Era appena in quella, quando il cielo si fece buio buio, grossi goccioloni si accavallarono gli uni sugli altri e tosto una pioggia dirotta piombò sulla terra. Il castello della signora Luisa era molto lontano; ma la cameriera conosceva una casa di poveri contadini, la quale si trovava a forse un centinaio di passi.

La capanna di compare Giacomo era meschinissima. Mai più avrebbe immaginato di avere l'alto onore di accogliere dentro di lei e di proteggere dall'infuriare dell'uragano, la nobile signora. Costei in voce di essere tanto benevola con i miseri e di soccorrere grandemente, chi a lei ricorreva per aiuto.

La signora le fece quest'onore entrò. Desolante [p 145] spettacolo!... Si presentò ai suoi occhi una camera sola: in un lato, un letto o meglio un giaciglio; una rozza panca, sulla quale si preparava il modesto asciolvere; una culla e poche sedie erano gli arredi di quel misero tugurio.

Due bambini ruzzolanti per terra; posata nella culla, una testina bionda ricciutella, dagli occhi azzurri chiusi nel sonno dell'innocenza; una piccola statua della Vergine Maria erano le gioie e le consolazioni, di quella povera famigliuola.

La leggiadra Luisa, che non conosceva che di nome la miseria, non poteva persuadersi come tanta miseria e rassegnazione potessero dimorare insieme.

Fu ricevuta come l'angelo consolatore, proprio col cuore alla mano.

[p 146] La Caterina gettò sul fuoco una bracciata di legna e fece una bella fiamma, poiché se non aveva altro ad offrirle almeno potesse far asciugare le vesti della sua benefattrice.

La signora, tanto buona, quanto pia, trovò un vero benessere trovandosi in mezzo a quella schietta gente, ed a quella squallida miseria, più che non avrebbe mai provato, fra gli agi e le molli ricchezze di casa sua. Giacomo sapeva essere, la sua visitatrice, ricchissima e di buon cuore e sperava da lei ottenere qualche soccorso; onde accasciato ancora, dal dolore di aver veduto, pochi giorni prima, la grandine portarsi via quel poco di grano, che gli aveva fruttato le sue fatiche; impacciato come un pulcino nella stoppa, [p 147]  facendosi girare il cappello in mano, prese a narrarle le sue sventure:

-  Poco discosto di qui, vicino a quello di compare Tonio, io aveva un podere; non faccio per vantarmi, ma in esso era cresciuto il più  bel grano che mai si vedesse in paese.

Ed era giustizia! Ne avevamo messo del grasso, ne avevamo!

-  Eh! mio buon uomo, raccontatemi come andò la cosa.

-  Eh! se la sapesse!... era una giornata bella come oggi, quando ad un tratto il cielo venne bigio bigio, goccioloni d'acqua bagnarono la polvere. Meno male, se la fosse andata così!... dopo qualche minuto, grosse pallottole di grandine, battevano contro i vetri della finestra e in men che non si dice la superficie del suolo, era coperta  da un grande lenzuolo bianco, tanto [p 148] la veniva fitta e asciutta!

-  Pover'uomo!

-  Io me stavo a vedere quel triste quadro col cuore dilaniato. Pensare che il nostro poco grano, così bello, sarebbe andato perduto!... i nostri progetti sul guadagno tratto dalla sua vendita dispersi dall'uragano!... il danaro, con cui pagare l'affitto di questa stamberga, sparito anch'esso!...

-  E poi, com'è andato?

-  Ah sì ! torniamo a bomba.

Dunque dicevo... passato il temporale, la mia donna volle andare a vedere la cosa come era e ne ebbe raccapriccio: Le più belle spighe, grosse e piene che era una meraviglia a vederla, tutte coricate che facevano comunella col fango.

Dio mio!...  non potemmo più raccoglierne un chicco e [p 149] intanto, questi poveri  bambini  chiedono  pane e non l'hanno; il padrone vuole danaro e non sappiamo dove prenderlo. Chi ci aiuterà ?...

La Divina Provvidenza che soccorre l'augellino del bosco, non lascerà perire, no questi angeletti, sue pecorelle predilette, per la salute delle quali, un giorno diede la vita sul Calvario!

Queste parole, dette con santa fiducia e cristiana rassegnazione, commossero nel profondo del cuore la buona signora, la quale, colle lagrime agli occhi, edificata da tanta pietà, pose nelle mani tremanti di Giacomo un buon gruzzolo di danaro e per iscansare i ringraziamenti si avviò alla porta.

Intanto il tempo era mutato.

Cessata è la pioggia, cessati venti ed il Sole irradia  [p 150]            la terra colla sua luce benefica.

L'iride, con cui il Supremo Iddio volle mostrare all'antico nostro padre Noè, la sua alleanza novella cogli uomini, risplende nell'ampiezza del cielo e pare, nel suo linguaggio, voglia dire: Ricordati che qui regna il Re dei Regi, dal quale un dì, sarete giudicati.

La signora dette alcune parole di commiato, senza altri inconvenienti poté ricondursi a casa, dove trovò i parenti sgomentati dal suo lungo ritardo.

 

 

  

 

[p 151]  21 Maggio 1887


 

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RAGIONAMENTO

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[p 153]  L'abitudine è l'usanza di fare una cosa per cui questa diventa facile e breve; si unisce talmente alla vita dell'uomo che resta per lui una mezza vita.

E dal caso in generale venendo a dei casi in particolare si può dimostrare la verità di questa [p 154] sentenza dal fatto che quando un uomo ha preso a fare il male, da uno piccolo sale ad un maggiore; l'idea di commettere un grande delitto più  non lo spaventa, vive forse in una lotta continua con l'anima sua, che facendogli sentire rimorso, del male fatto gli rimprovera forse la sua malvagità; ma tanta è l'abitudine di fare questo male che più  non se ne accorge e continua dall'uno all'altro facendo così una lunga catena, la  quale non si spezzerà  se non davanti [p 155] ad un grande ostacolo, che potrebbe anche  essere la sua conversione, o davanti al baratro in cui cadrà  inesorabilmente.

Ora, vedendo come l'abitudine tanto influisca nella vita di un uomo e come un'abitudine malvagia possa perderci eternamente, ne viene di conseguenza la necessità  di acquistare abiti buoni.

E queste abitudini buone bisogna contrarle fin dalla culla, acciocché crescendo e sviluppandosi col nostro crescere non si abbiano a perdere più  mai; anzi bisogna  [p 156] procurare non solo di coltivare  quelle già  radicate in noi, ma a queste aggiungerne altre sinché portandoci esse a conseguire la virtù , possiamo tendere al fine per cui Dio ci ha creati.

 

 

 

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BOZZETTI

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[p 159]  Quadro felice! In un elegante salottino, al primo piano di una bella casa, si trovano quattro persone: un padre, una madre e due figliuoletti.

Il più piccino, di tre anni all'incirca, inginocchiato sopra una sedia, appoggiato alla tavola, è  intento a fabbricare un  castello di carta.

[p 160]  Suo fratello, più grande di lui, si occupa già di cose più  serie.

Anche lui è appoggiato alla tavola, ma scrive, fa scorrere adagio, adagio una manina paffutella, qua e là  schizzata d'inchiostro, e segna sulla carta certe aste, che vorrebbero essere fine e dritte, e che sono invece pali a zig-zag.

La madre loro è seduta vicino a quest'ultimo, e, mentre in fretta in fretta muove i ferri di una calza destinata a riparare dal freddo una gambina di poverello, guarda al suo figliuoletto, e sorride, vedendo  quelle  manine  piene di macchie e quelle aste  [p 161]  così  belle, che esse stampano sulla carta.

Il babbo è  pure seduto accanto ai suoi bambini; legge il foglio; ma di tanto in tanto, alza gli occhi: guarda la moglie ed i bambini, e anche lui sorride; sorride al sorriso di gioia che erra sulle labbra della madre, sorride ai suoi bimbi, che trova così  belli e così buoni!

Intanto il piccino, che fino allora era stato quieto, piagnucolando, esclama:

Oh babbo cattivo!

Che cosa gli aveva fatto il babbo?

Si era appoggiato alla tavola; questa si era scossa, e [p 162] il magnifico castello di carta,  che  il bimbo aveva quasi finito di costruire, era rovinato dalle fondamenta.

Vedendo che tutti i suoi sforzi, e le speranze concepite di avere un castello, erano cadute a terra, egli lascia le sue carte e si volge ad accarezzare un magnifico cane di Terranova, che si era coricato ai suoi piedi, e voleva posare la bella testa sulle sue ginocchia.

E ora che abbiamo veduta questa famiglia felice, unita e concorde, non vi dispiaccia di salire qualche scala ancora, e di entrare con me in una soffitta, ove abita [p 163] una famiglia povera sì , ma non meno felice.

Una giovane donna, allegra e sorridente in volto, sta rimestando un po' di polenta che cuoce al fuoco, mentre i suoi orecchi sono tesi alla porta, e i suoi occhi spiano se non giunge ancora il marito che aspetta.

Egli finalmente viene:

E' un giovane alto e bello: ha una fronte spaziosa, sulla quale si legge l'ingegno della mente, e la bontà  del cuore.

Appena entrato, si scambiano un muto sorriso, che vale ben più di tante parole; il   giovane  si  accosta  [p 164]  al fuoco e toglie la mestola di mano alla moglie, per sgravarla di quel lavoro faticoso.

Che fa ella intanto?

Corre in un angolo della camera, dove sta una culla, e, mentre il marito versa la pietanza fumante in un bianco tovagliolo, la madre si toglie in collo un bambinello, lo presenta contenta al marito, che si sente chiamare col dolce nome di padre; si assidono insieme al povero desco e mangiano ciò che forse tanti sdegnerebbero, ma che loro trovano buono, perché condito da amore felicità  e concordia.

[p 165] Quella famiglia vive del pane guadagnato dal padre; stenta di tutto, ma è  nondimeno felice, perché sa volgersi intorno e guardarsi dietro.

Essi, senza guardare alle apparenze, penetrano nei cuori di coloro che li circondano, nel seno delle famiglie che loro vivono vicine, vedono le sofferenze altrui, si persuadono che nessuno al mondo è  pienamente felice, e si rassegnano alla Provvidenza contentandosi dello stato in cui li ha posti.

Sì:

            Chi viver vuol tranquillo i giorni suoi,

            Non conti quanti di lui son più  lieti,

            Ma quanti son più  miseri di lui.

 

 

 

 

 

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UNA GRANDINATA VISTA

DAI BANCHI DELLA SCUOLA

 

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[p 167]  Che lampi! che tuoni! Le nubi nere nere si erano accavallate le une sulle altre e rumoreggiavano, segno di vicina procella.

Era l'esame finale di disegno. Io, fissa sul mio lavoro, mentre colla destra tentavo di far riescire bene una linea; colla sinistra mi facevo riparo agli occhi, perché ero vicina alla finestra e, lo confesso, avevo paura.

La classe era divenuta buia buia, non ci si vedeva più, e convenne mandare pel gas.

[p 168]  Ad un tratto un lampo rischiarò la scuola ed un tuono più fragoroso degli altri mi fece balzare sulla sedia. Non potei resistere alla tentazione, guardai fuori e vidi... Mio Dio, che vidi!... la grandine che si precipitava dalle nubi prima rada e piccola, poi grossa come noci e fitta e asciutta.

Non potei sostenere quella vista; nascosi il capo fra le mani, dimenticando il mio lavoro; e lasciai che i miei pensieri seguissero il loro corso:

Se la grandine cade soltanto sul selciato della città, pensavo, non può fare gravi danni; ma, se per isventura, cade sulle campagne, poveri contadini! Quante [p 169] fatiche distrutte! Quante belle speranze concepite invano! Quanti bei sogni, su quei prodotti, dissipati!

E mi pareva di essere in campagna, di vedere quei campi quasi quasi biondeggianti e di sentire e di vedere la gragniuola precipitarsi ad una ad una su quelle spighe, farne abbassare la bella testa orgogliosa, farla abbassare fino a baciare la terra, coprirle di tutte quelle pallottole bianche, distruggere, insomma, quel prezioso raccolto.

Quel forte rumore era passato, ed io piano piano aprii [p 170] le mani e guardai: O gioia! L'arcobaleno brillava  dei suoi colori più  vivi.

Il mio pensiero ritornò alla campagna; vedevo la terra coperta di bianco e di verde: cioè  la grandine immischiata alle foglie che aveva costrette a cadere innanzi tempo; vedevo i contadini escire dalle case, recarsi trepidanti ai loro campi, vederne i guasti e tornare a casa desolati.

Un tintinnio mi scosse; mi richiamò allo stato presente delle cose: era la campana che ci annunciava che un'ora era trascorsa.

In fretta in fretta ricominciai a lavorare per ricuperare il tempo perduto e quando suonò la seconda campanella avevo finito il mio lavoro.

 

 

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I MIEI DISEGNI PER

LE VACANZE

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[p 171]  Ecco giunta  la fine dell'anno scolastico! Ecco giunto il momento di dare addio a quanto ho di più caro nella scuola: alla Signora Maestra, tanto buona ed affettuosa sempre verso di me, al Signor Conte che, quale padre amante de' suoi figli, tutte le settimane si reca in mezzo di noi; ai superiori tutti che prendono parte [p 172] attiva alla educazione della nostra mente e del nostro cuore; alle compagne dilette, per me amorose sorelle; ed anche alla scuola, al banco mio che in tutto l'anno fu testimone delle mie gioie e de' miei piccoli dolori.

E quando avrò dato addio a tutte queste persone e luoghi cari, che occupano un posto non piccolo nel mio cuore, che cosa farò? Andrò in campagna, a quella campagna da  me, una volta, tanto desiderata; ora  [p 173] invece, non dirò abborrita, ma avversata.

E come occuperò io quel tempo, se non istudiando ancora per rivivere meglio questi giorni felici?

Mi farò un orario: disporrò tutte le ore in modo che si assomiglino meglio a quelle che passo a Torino: stabilirò un'ora per lo studio, per la preghiera, per i lavori femminili, ed anche un'ora per il passeggio, poiché la prima condizione a fare qualunque cosa è la       [p 174]  salute. "mens sana in corpore sano" comprende la possibile perfezione dell’uomo.

Leggerò alcuni libri del Bresciani che mi hanno consigliato, leggerò forse libri di viaggi, che faranno viaggiare la mia fantasia in lontane regioni, vedere paesi e luoghi nuovi, e imparare tante e tante cose, che arricchiranno la mente di utili cognizioni.

E viaggierò anche davvero: mi recherò a Milano ed a Venezia, visiterò quella città che ho udita tanto decantare, e che, cionondimeno, il mio amor patrio me [p 175] la farà  trovare sempre inferiore alla mia diletta Torino; visiterò Venezia, città  singolare per la sua costruzione, che immagino molto triste.

Io immagino triste Venezia per i suoi canali, che intersecano in tutti i versi la città, per il lugubre ed uniforme tonfo dei remi, che si immergono nell'acqua e dall'acqua si levano per di nuovo in  essa  ricadere. E, ad onta di tutta questa tristezza, desidero di vedere Venezia, la bella regina del mare, e perché essa [p 176] è unica in Italia, e perché contiene palazzi ragguardevoli, e perché in essa fu tenuto prigione Silvio Pellico, di tanti alti e nobili sentimenti.

E ritornata dal viaggio il lavoro verrà da sé. Ho poi da scrivere, sul mio giornaletto, le passeggiate, i palazzi veduti, le città  visitate coi sentimenti che si destarono nell'animo mio.

E questo e i fiori che farò per adornare l'altarino della Santa Vergine, e i piccoli grembiuli, per vestire [p 177] i bambini poveri, occuperanno non poca parte della  mia giornata.

Aggiungi a tutte queste dilette occupazioni, un'ora di ripetizione ad un povero bambino, che verrà  da me tutti i giorni; facendo lezione a lui mi parrà di prenderla io stessa, e godrò allora quella gioia che ora godo nel trovarmi in iscuola, frammezzo alle compagne ed alle mie Maestre dilette.

 

[p 178]  4 Giugno

 


 

[p 179]  8 Giugno 1887

 

GIULIA FALLETTI

DI BAROLO

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[p 181] La marchesa Giulia Falletti di Barolo sortì i nobili natali dall'illustre casata Colbert, in Francia.

Allo scoppiare della rivoluzione del 1789, fu, bambina,  [p 182] portata in Germania.

Orfana di madre venne educata dal padre a robusti pensieri e ad alte virtù.

Nel 1806 fu accasata col marchese Falletti di Barolo, piemontese, che nel 1833 la condusse per la prima volta in viaggio per l'Italia.

Desiderio della Marchesa di Barolo era di fare il suo primo viaggio in Italia in compagnia di Silvio Pellico, tornato poco prima dal carcere dello Spielberg.

Ma non avendo potuto, perché questi n'era impedito, ottenere [p 183] il suo intento, cercò di compensarsene scrivendogli da ciascuna città che visitava, le cose più  notevoli e le impressioni che ne riceveva; facendo così dono anche a noi di lettere, dice il colto Prof. Don Giovanni Lanza, informate a tanta nobiltà di concetti ed a così soave dolcezza di pietà  cristiana.

Era sposa da qualche tempo a Torino e un giorno, passando davanti alle carceri, si sentì  spinta ad entrarvi per alleviare un poco la misera condizione dei [p 184] carcerati, per confortarli nella loro miseria, per ricondurre le loro anime a Dio!

Le donne mostrarono tanta abbiezione che la Marchesa stringendo le mani sul petto, fu costretta ad esclamare: Come dunque... buon Dio!... Quelle infelici e lei erano adunque membri d'una stessa famiglia, figlie dello stesso padre, piante per lo stesso celeste giardino?

Esse avevano pure avuta un'età d'innocenza! Erano pure chiamate alla eredità degli eletti!

[p 185]  Nell'anno 1836 il Marchese se ne volò al Cielo lasciando vedova la consorte che dei poveri formò la sua famiglia. Chi può enumerare le sue opere di beneficenza?

La Barolo era in ogni luogo; confortava tutti i dolori, sollevava tutte le miserie, tergeva  tutte  le lagrime.

Fondò grandi ospizi e nel 1864 quando morì, Torino riconoscente, da lei chiamò quella via, che più ricorda la tanta sua carità .

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[p 186]  Di tante donne illustri che l'Italia vanta, perché io feci le lodi della Marchesa di Barolo, che è  francese di nascita? Perché?

E' facile capirlo: perché sono a lei riconoscente di tutto il bene, che fece alla mia Torino diletta; perché ammiro in lei quella sublime carità che la spinse ad opere così grandi, che la trasportò nelle carceri ad operare la redenzione delle povere detenute.

Perché ammiro io questa donna? per la sublime sua modestia, [p 187] che la rende più  grande, per quella umiltà, per la quale, lungi dal menarne vanto, sempre dissimulò il bene ottenuto.

Eppure la sua era un'opera da tenersene qualsiasi più insigne filantropo, specialmente in quel tempo, in cui non era di moda, come ai giorni nostri, l'intenerirsi pei carcerati.

Ammiro questa donna per quella rassegnazione colla quale soffriva le contumelie, le villanie ed anche le ceffate dalle più tristi, che non capivano l'opera sublime [p 188] da lei compiuta.

La marchesa di Barolo conosceva che l'ozio è il fomite di tutti i vizi e tentò strapparlo dalle carceri, introducendovi invece l'utile lavoro a cui ella stessa sorvegliava.

Le carcerate e lei, nobile signora, lavoravano e pregavano insieme. Oh! divina abnegazione  cristiana!

La carità sua fu assennata: provvide alla miseria di ogni età: ai piccoli raccogliendo trecento bambini nel suo palazzo, trasformandolo nel primo asilo infantile [p 189] italiano; alle giovanette ritirandole nel Refugio ed accogliendole  nella sua Famiglia, onde dare loro un'arte con cui guadagnarsi onestamente il pane; alle orfanelle, fondando loro un ritiro da cui escono a ventiquattro anni con una somma di cinquecento lire; ai bambini ammalati, con un ospedaletto in cui vengono assistiti, curati, confortati; ai poveri in generale, dando loro tutti i giorni la minestra.

Dove si può trovare una donna che abbia beneficato di più l'umanità?

 

  

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LE TRIBOLAZIONI DI UNA ALLIEVA

 

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[p 193] "Dio mio, che imbroglio! Chi può ancora capirci qualche cosa qua dentro?"

Così  dicevo io, in un giorno, in cui dopo avere scritto e cancellato; riscritto e tornato a cancellare me ne stavo col capo fra le mani pensando che era una grande tribolazione fare quel lavoro.

State a sentire che razza di lavoro:

Estrarre la radice quadrata da tre numeri qualunque.

In quel giorno non so quante volte avrò detto tra me:

[p 194]  "Benedetti matematici! perché inventare ancora la radice quadrata?

Non era già abbastanza complicato il sistema aritmetico con tutte le sue regole: del tre semplice, del tre composto e di miscuglio? C'era ancor bisogno d'imbrogli?

Ed erano davvero imbrogli per me. Di radice quadrata con tutti i suoi gruppi, con tutti i suoi punti, con tutti i suoi doppi di radice io ne capivo un'acca.

Pure, sapete, lo confesso ad onore del vero, non mi lasciai scoraggiare e provai e riprovai, e dopo qualche  [p 195]  ora passata in compagnia dei numeri riescii a capire la radice quadrata, ed ora, contenta di me stessa, posso ripetere con Vittorio Alfieri: Volli, sempre volli, fortissimamente volli.

Né solo queste tribolazioni avevo, sapete! Per il domani dovevo ancora fare una composizione, ma una composizione coi fiocchi, perché la Signora Maestra ci aveva tanto raccomandato di fare un bel lavorino per il sabbato.

Per il sabbato? mi direte voi; che ha di straordinario questo giorno?

Ah è  vero! voi non sapete ancora il perché amiamo tanto il sabbato.

[p 196]  Non credete subito che sia perché col sabbato finisce la settimana; no no, non fate un giudizio temerario e non accusatemi di poco amore allo studio, ché mi fareste torto davvero e vi sbagliereste a partito. E' perché al sabbato abbiamo la visita di un egregio personaggio che noi amiamo e veneriamo quale padre.

Non avete ancora inteso di che si tratta? Del Signor Conte, che viene ad assistere alla lezione di lingua italiana.

Ecco spiegato il perché proprio per il sabbato si desiderava un componimento ben fatto. -  La  fortuna mi  [p 197] favorì:  il tema era: le  tribolazioni di una allieva. Non poteva essere più  adatto.

Scrissi fedelmente le tribolazioni di quella sera, ed ora mi auguro che la fortuna torni a sorridermi.

 

 

 

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UN VIAGGIO NELLA MIA CAMERA

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[p 199]  I rintocchi lesti ed allegri delle campane che suonavano l'Ave Maria mi fecero balzare dal letto come se avessi udita la tremenda tromba del dì finale.

Ah! è vero, esclamai ricadendo lentamente sul letto, è vero, mi dimenticavo che ero in campagna!

[p 200]  Non è già che in città non si suonino le campane; ma il loro tintinnio mescolato a mille altri indistinti rumori, non ferisce l'orecchio come nella campagna, dove quei primi tocchi pare si ripercuotano nel silenzio e si facciano più  forti e più  sonori.

Era l'alba e un raggio di sole facendo capolino dallo spiraglio della finestra e il dolce cinguettio dell'uccelletto laggiù  nell'orto mi mettevano nell'animo una allegrezza nuova.

A quel primo raggio io vedevo distintamente gli oggetti [p 201] che erano nella mia camera. Alzavo gli occhi e le bianche cortine di cui i miei genitori avevano voluto cinto il mio letto mi rammentavano che la più bella veste di cui possa andare adorna una fanciulla è  la nivea veste dell'innocenza. A capo del letto era una immagine della Vergine che vegliava alla culla del suo Divino Infante, ed un'altra rappresentante l'Angelo Custode che copriva colle sue ali un bambinello dormiente.

Affidata alla  custodia  della  Madre Celeste e del mio [p 202] buon Angelo quante notti tranquille avevo trascorse! quanti sogni rosei!  quanti castelli in aria concepiti! In quel momento, voltandomi nel letto, i miei occhi, scontrandosi col raggio di sole, si abbassarono e andarono a posarsi sopra un tavolino, mobile più  caro della mia stanza.

Cogli occhi del corpo, io non scorgevo nulla su quel tavolino, ma cogli occhi del pensiero vedevo un mondo di scarabocchi in cui, come in un libro aperto, leggevo una storia lunga lunga.

[p 203] Essi mi rammentavano tutte le volte che, svogliata più che mai, mi mettevo al tavolino per fare una composizione e invece di pormi sul serio prendevo un libro in mano, leggicchiavo, ne sfogliavo un altro.

Poi vedendo che le idee non venivano gettavo in un canto libri e quaderni e, facendovi sopra mille scarabocchi, me la prendevo col tavolino, che poveretto! non ne poteva nulla.

Mi rammentavo le volte che, con una mano tenendomi forte la fronte, perché le idee non fuggissero, colla destra scrivevo in fretta in fretta e non svagandomi riescivo a mettere qualcosa insieme.

[p 204] Allora riponevo con cura i libri nello scaffale e mentre coll'immaginazione volevo riporli li vedevo invece polverosi in segno di dimenticanza. Le carte geografiche lì presso mi facevano sorgere freschi in mente tutti i viaggi che io avevo fatti seduta comodamente nella mia camera.

Mentre studiavo le Alpi colle sue cime nevose facevo col pensiero un viaggio sul Monte Bianco, per esempio. Salivo sulle più alte vette, esploravo i dintorni, mi [p 205] arrampicavo su per quelle vette nude nude, attraversavo i ghiacciai che si presentavano ancor più belli quando erano percossi dal sole che li faceva luccicare.

E il sole mi portò alla finestra e sognavo tutte quelle belle mattine di primavera in cui, io appoggiata al davanzale, ammiravo estatica le bellezze della natura e la grandezza del Creatore.

La voce del fratellino che chiamava a colazione mi tolse di estasi ed io, dalle nubi cadendo in terra, risposi un "Vengo" e balzai dal letto.

COMPOSIZIONE

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[p 207]  La grandezza vera di un uomo si misura non dal rumore ch'egli levò intorno a sé, ma dal bene che derivò dalle opere sue.

Vi sono molti uomini che hanno levato alto grido, ma chi sa se nell'ordine della divina giustizia, siano poi tanto considerati come lo furono quaggiù!

I grandi conquistatori, che hanno speso tutta la loro [p 208] vita vuotando le vene di sangue  e le tasche di danaro, che hanno fatto piangere tante povere madri, spose, sorelle e fanciulle, che invano a loro chiedevano il figlio, il marito, il fratello, il padre, per servire non ad altro che alla propria ambizione e vanità, che tanto fecero e tanto, direi, s'inchinarono per acquistare gloria, possedono essi la vera grandezza? No, oso io dire con Massimo d'Azeglio, il quale ha paragonato Napoleone I, proclamato grande dal suo [p 209]  secolo, con Jenner, il povero ed oscuro olandese, che innestò il vaccino.

"Disprezza la gloria e sarai glorioso" dice bene il Grisostomo e difatti fu più glorioso il Jenner che la disprezzò e visse ignorato, di Bonaparte che l'andava cercando.

Che cosa fecero questi due uomini?

Napoleone conquistò mezzo il mondo da cui fu chiamato grande, Jenner visse povero ed ignorato; Napoleone fece  [p 210]  piangere tante madri sulla sorte dei loro figli, e per i loro figli, ancora Jenner terse le loro lagrime e le fece sorridere; Napoleone disertò la terra, Jenner ridonò all'umana famiglia tanti figli forse perduti per sempre, diede alla società tanti bambini che, forse sotto quelle umili apparenze, nascondevano un genio grande, che poteva dare a lei gloria e felicità .

Chi di questi due è più grande e che cosa resta e resterà ancora dell'uno e dell'altro?

[p 211]  Jenner a mio parere è più grande, molto più grande di Napoleone, di cui forse, coll'andar dei secoli, la storia sola segnerà che fu grande. Fra non molto tempo forse di Napoleone non resterà che il nome e il poco bene fatto, la gloria sua andrà sempre scemando e passerà  come fumo; il nome invece, e la gloria di Jenner e di tutti coloro, che, ignorati dal mondo hanno fatto  molto bene, resterà  sempre e, invece di scemare,  [p 212] andrà crescendo a misura che viene in luce la loro virtù e l'opera loro; resta e cresce la traccia del bene fatto all'umana famiglia.

La virtù nobile e sconosciuta, la grandezza mite ci commuovono in fondo all'anima e ci fanno desiderare di imitarle; chi invece si sente commosso al racconto del rumore, che sollevarono Napoleone e Alessandro Magno?

 

 

 

[p 214]  22 Giugno 1887

 

 

 

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IL SOVERCHIO ROMPE IL COPERCHIO

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[p 217]  Con che cosa posso io dimostrare che il soverchio rompe il coperchio?

Il fatto della donna e la gallina starebbe a pennello. Vedo i miei lettori che sorridono e si dicono: Oh! la bella novità?

Udite con che cosa ci viene fuori adesso?

Se a taluno, quest'esempio, parrà  troppo trito, ecco che io mi trovo pronta a soddisfare le brame di costoro, adducendone altri.

Apriamo la Storia Greca:

Quando i Trenta vennero al governo di Atene, spogliando, [p 218] imprigionando, uccidendo i cittadini senza difesa contro quegli odiosi tiranni; fecero sì  che nella città  nacque grave malcontento degli Spartani. Trasibulo, raccolti compagni a Tebe, compì  l'ardita impresa di liberare la patria dai crudeli signori.

Non vi basta?

Apriamo la Storia d'Italia:

Terribile e scellerata fu la tirannide francese in Sicilia. I Siciliani, stanchi di questa oppressione aspettavano l'occasione per scacciare i Francesi dalla Sicilia, e questa occasione  non tardò a presentarsi. Il giorno di Pasqua mentre i cittadini andavano ad assistere ai Vespri, un Francese osò insultare una fanciulla, che a fianco del suo fidanzato, andava a nozze. Questi, scagliatosi  addosso  all'insultatore,  [p 219] l'uccise.  Il popolo inferocito si sollevò e quanti Francesi erano in Sicilia, tanti ne  furono  trucidati.

Volete di più

Giunto Carlo VIII in Firenze, in aria di conquistatore, fu dai cittadini adunata un'assemblea, nella quale il re francese doveva esporre alla repubblica i patti che le imponeva.

Già  il segretario di Carlo aveva dato principio alla lettura, quando Pier Capponi, membro dell'assemblea, sorse divampante di sdegno e tolto di mano al lettore il foglio, lo stracciò alla presenza del re, pronunziando queste parole: "Suonate pure le vostre trombe, noi soneremo le nostre campane" -

Non siete ancor sazii?

I Tedeschi spadroneggiavano e tiraneggiavano Genova. [p 220] I cittadini, mal sopportando il  duro giogo, aspettavano il momento propizio per scacciare gli oppressori e ricostituirsi a libertà.

Un giorno i cannonieri austriaci trasportavano fuori della città un grosso mortaio; quando il soverchio peso fece sprofondare il terreno sotto le sue ruote. Dopo che i soldati ebbero fatti inutili sforzi per tirarne il mortaio l'ufficiale, che comandava i cannonieri, intimò al popolo di aiutare la truppa. Non essendosi mosso alcuno, egli osò percuotere col bastone coloro che gli erano vicini.

Fra quelli era un garzoncello di nome Balilla, il quale, indispettito, raccolse da terra un sasso e scagliandolo con quanta forza aveva contro il tedesco, esclamò: "E' tempo di finirla".

[p 221]  Il suo esempio fu seguito da tutti gli astanti e tosto una pioggia di pietre cadde addosso ai soldati.

Quel tafferuglio fu seguito da una completa sollevazione e i cittadini ebbero, alfine, la gloria di cacciare  dall'Italia tutta, gli odiosi oppressori.

E tutta questa cicalata, voi mi direte, è per venire a dimostrare che il soverchio rompe il coperchio?

Sissignori; avete indovinato.

Difatti, se i Trenta in Atene, i Francesi in Sicilia, Carlo VIII in Firenze, i Tedeschi in Genova avessero governato mitemente, non avrebbero dato occasione a Trasibulo, ai Siciliani, a Pier Capponi, a Balilla di ribellarsi e di cacciare dalle loro città i tiranni; ed eglino governando con prudenza e saggezza avrebbero potuto continuare.

La troppa severità né la troppa indulgenza non è da  [p 222] adottarsi; ma sibbene la via di mezzo che è  la temperanza.

Il cammino da tenersi, che è frammezzo ai due opposti partiti è la virtù, disse un antico filosofo; ed io lo ripeto.

 

  

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T E M A

 

 

Un dì che il soprintendente della scuola era ammalato.

Il dì  che il soprintendente era ritornato a scuola

 

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Svolgimento

 

 

[p 223] Il 20 Marzo, era di sabbato e il soprintendente della scuola non venne ad assistere alla lezione di Lingua Italiana.

Perché non era venuto?

[p 224]  Le sue grandi occupazioni  glielo avevano impedito; oppure... era ammalato?...

Ci perdevamo in inutili congetture quando la nostra signora Maestra ci tolse ogni dubbio "Il Signor Conte... "

Aveva appena incominciato a rispondere alle domande che da mille parti le venivano, se non colla voce, collo sguardo, che noi pendevamo anziose (sic!) dalla sua bocca, quasi a strapparle una parola di speranza e credere che quel giorno sarebbe ancora venuto.

[p 225]  La Signora continuò: "Il  Signor Conte oggi non viene, perché..."

Una speranza ci rimaneva ancora: forse avrà tanti affari per le mani che non se ne sarà  potuto sbrigare e attendevamo questa risposta quando ella ci tolse anche questa e insieme quasi tutte le speranze. "Il Signor Conte oggi non viene, perché è ammalato". Ammalato? Ma... gravemente?... interrogavano ancora tutti i nostri sguardi fissi in un punto solo.

La risposta ci riconfortò: "E' ammalato, ma pare cosa leggiera, poi il male è stato curato in tempo; fra breve speriamo di rivederlo."

[p 226]  Era ciò che speravamo noi pure.

Ciascuna, intanto, faceva dei proponimenti che tendevano tutti ad  un medesimo fine:

Ci impegneremo con ogni studio per fare una composizione migliore delle antecedenti; faremo del nostro meglio e piglieremo alle buone quella benedetta grammatica per non disgustare il Signor Conte con errori madornali; per sapere, nella analisi grammaticale della proposizione, distinguere una parte del discorso dall'altra e per punteggiare bene un periodo e non mettere la virgola tra il soggetto ed il verbo.

[p 227] I proponimenti, però erano poca cosa e noi innalzammo una fervida preghiera alla Regina delle Grazie e delle Misericordie, perché a lungo lasciasse ancora fra noi colui  che tanto si adoperava per il nostro (sic!) e per la nostra educazione.

 

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° °

 

Le nostre preci erano salite fino al trono della Madre Celeste ed Ella rammentandosi di quella preghiera di S. Bernardo  [p 228]  che Le ricorda come non si sia mai udito dire al mondo che alcuno, il quale con vera fiducia abbia ricorso a Lei sia stato abbandonato, non ci abbandonò e in breve ci rese colui per il quale tanto avevamo pregato.

Il terzo sabbato della sua assenza era vicino e ci si diede la consolante notizia che il Signor Conte stava meglio, molto meglio, per cui il nostro cuore si aprì ad una gioia riconoscente.

Il sabbato benedetto era giunto; le tre pure e noi tutte attente pendevamo dal labbro  della Signora Maestra [p 229] quando un leggiero scricchiolìo ci fece noto come il momento tanto aspettato era a noi vicino.

Più contente sentimmo la porta girare sui cardini, vedemmo le cortine aprirsi e accogliemmo con un sorriso sulle labbra la veneranda persona del Signor Conte e mi parve che quella voce, robusta e ancor giovanile, che tutte le volte ci diceva: "Sedete fanciulle" quel giorno, mi parve, avesse un non so che di tenero, più  manifesto del solito, un non so che, il quale scendeva al cuore e lo riempiva di allegrezza.

[p 230] Non so se egli sia stato soddisfatto di noi, come noi fummo liete, perché abbiamo saputo distinguere il soggetto dal complemento oggetto e dire che una parola od una intiera frase, è soggetto quando risponde alla domanda: qual persona che...

In quel giorno tutte sapevamo la lezione; i lavori, da quanto ci disse la Signora Maestra, erano più diligentati del consueto; insomma non ci ebbero da sgridare.

E noi quella sera ci sciogliemmo e ritornammo alle case nostre ringraziando di cuore Colei che  (incompleto)

 

 

 

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COM’E' BELLO!

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[p 231]  Bella l'aurora che spunta e indora il cielo colla sua luce biancastra che va poi man mano cangiandosi in rosso vivo fino alla levata del sole.

Bello il levar del sole; se è veduto dal mare, esso appare, da principio, come un puntino brillante che va poi man mano ingrossando e si alza finché sembra tocchi  [p 232] solo più  per un punto la superficie delle acque.

Bello il sole, che piove i suoi raggi coi quali irradia la terra, fa contenti ed allegri gli uomini, nascere e crescere rigogliose le pianticelle.

Belli i monti che sollevano al cielo le loro vette coperte di nevi eterne. Oh le montagne! che vi ha di più semplice ed insieme di più attraente di quella linea che ascende, ascende, che si perde nelle nubi, o si disegna sul cielo?

Come belli quei fiumi, che scorrono lentamente, che sollevano le loro onde, simili a torrenti, quasi a mare in burrasca! Ma quei fiumi sembrano immobili, quelle onde sospese in alto; quel fiume è tutto di ghiaccio.

[p 233] Sì, essi sono gli immensi ghiacciai che adornano le Alpi; così belli! così  pittoreschi!

Belle le colline sparse per tutto di graziose villette che, da lontano, spiccano come bianchi punti su quell'ampio tappeto verde, smaltato di fiori variopinti, con cui il passeggere campestre adorna le romite cappellette.

Belle le valli fiancheggiate e cinte tutto all'intorno da montagne e colline.

Belle le pianure; belli i boschi, che, nelle loro immense distese, ci fanno correre la mente innanzi, innanzi... ci pare di vedere un viandante smarrito bussare alla porta di una capanna, nascosta in mezzo agli alberi fronzuti... che so io?... sarà un eremita? oppure sarà  un assassino?

[p 234]  Gli alberi lasciano cadere ad una ad una le loro foglie ingiallite e ricoprono il suolo di un funebre tappeto giallo.

Addio, Autuno (sic!), dai rosei tramonti, dalle notti tiepide, scintillanti di stelle! addio per sempre!

Più  non si odono i lieti canti dei mietitori e i dolci sospiri dell'usignuolo.

L'inverno s'avanza colle sue giornate bigie, uggiose. Il vento passa fischiando sui boschi, sui giardini, e appassisce le margaritine mortuarie, ultimo sorriso della natura; fra poco verrà  anche la neve e avvolgerà tutto nel suo manto glaciale.

Quando penso a te, o neve, oh come mi appare bello l'inverno; come allora lo amo!

[p 235]  Oh! la neve!

Che vi ha di più bello, di quel suolo tutto coperto di orme che vanno sempre più  scomparendo sotto nuovi strati di neve?

Di quegli alberi carichi di candido fogliame e di fiori cristallini?

Dei tetti che sembrano coperti di soffice bambagia?

Dei fumajuoli che soffiano, come altrettante bacche da una gran barba bianca?

Dei nostri uomini grandi viventi nei marmi scolpiti, e coperti di grotteschi abbigliamenti?

Di quegli uomini che, incapucciati e coperti di neve, frettolosi, tirano dritto senza guardare e senza salutare?

Che di più  bello, infine, del cielo che, in quelle [p 236] giornate, ti appare come un bianco cigno che si spennacchia e manda giù  le sue candide piume?

Della neve, insomma, che ti fa stare, dei buoni quarti d'ora, seriamente occupata a guardarla?

Tu guardi in alto e vedi un bel pezzo prima la neve che dovrà cadere un bel pezzo dopo.

Tu adocchi quella falda più  grande delle altre, che viene giù lentamente, girando intorno a se stessa, lasciando che mille più  veloci la sorpassino.

Eccola... è  presso a toccar terra... ma no... incerta e schifiltosa si aggira... finalmente si posa e scompare in mezzo all'universale candore.

Come sei bella neve!

[p 237]  Nella primavera bella è la natura che pare si risvegli da quel sonno letargico, in cui pareva sopita nell'inverno.

Il primo sole primaverile riscalda la terra, scuote le piante, ed esse, sentendone il benefico calore, mettono fuori in gran quantità foglie e fiori sì da trasformarla in un nero cespuglio fiorito.

Com'è bella la primavera!

Com'è bella!

Tutto questo io non potevo non pensare in un giorno di primavera, in cui io, appoggiata al davanzale della mia finestra, ammiravo le bellezze della natura.

Queste che, come libro aperto, parlano al cuore degli uomini, delle grandezze di Dio Onnipotente, mi spingevano  ad  unirmi  ai  vispi uccelletti e con loro [p 238] cantare al Creatore inni di ringraziamento.

 

 

 

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 COMPOSIZIONE

 

T E M A

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[p 239] Giulietta, avendo  saputo  che  il fratello in collegio ebbe cattivi punti di condotta, a cagione della lingua troppo sciolta, lo rimprovera dolcemente, facendogli vergogna di voler rubare alle fanciulle la fama di ciarliere, fama del resto usurpata, come Giulietta mostra, raccontando bellamente il fatto di quella Greca che ebbe il coraggio di rompersi la lingua anziché parlare.

 

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[p 240]           

Caro fratello,

 

            Con mio dispiacere e dolore grandissimo dei nostri amantissimi parenti accogliemmo i tuoi brutti punti di condotta; inferiori ancora a quelli dello studio!

Pensa, Mario mio, pensa che in questo l'aver punti belli o brutti dipende da te medesimo. Ti si potrebbe compatire se fossi indietro nella composizione; ma nella condotta?... Giammai!...

Fa uno sforzo sopra te stesso e quando sei tentato di parlare, rifletti che il ciarliero potrà  mai fare nulla di bene, perché in quella fitta di parole che, come la farina scaturisce da un mulinello in moto, gli escano [p 241]dalla bocca, non ha tempo a pensare e dice  spropositi. D'altronde vuoi, tu, usurpare alle fanciulle la fama di ciarliere?

Fama però ingiusta, come si vede nel fatto che ti vo' raccontare:

Era stata ordita una congiura contro Ippia, figlio di Pisistrato ed a lui succeduto nel governo. Fu scoperto che vi prendeva parte una Ateniese e minacciandola della tortura, si voleva sapere da lei, il nome degli altri complici.

Lena non volle denunciarli, perché fra questi era anche un suo congiunto ed a lei carissimo; temendo, però, che nel dolore della tortura quel nome le sfuggisse, si ruppe la lingua anziché parlare.

Vedi, dall'esempio che diede questa Lena, come le donne non siano come passano  invece di essere e tu, fa di  [p 242] imitare questa coraggiosa Greca; non strappandoti la lingua, no, ma resistendo alla volontà, guarda di stare più zitto d'un frate a tavola.

Colla speranza che nel venturo bimestre otterrai punti migliori, ricevi un affettuoso abbracciamento dalla tua aff.ma sorella

                                     Giuseppina

 

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T E M A

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[p 243]  Il piccolo villaggio di Marinella dev'essere visitato dal Ministro della Pubblica Istruzione.

Si descriva la festa che ha luogo nel villaggio per l'avvenimento inaspettato e la visita fatta da Sua Eccellenza alla scuola del Comune.

 

 

 

Svolgimento

 

 

Dove incominciava il territorio del villaggio Marinella, si rizzava un arco trionfale.

[p 244]  Era tutto coperto di verzura e fiori e in mezzo a questi spiccavano gran numero di globi che appena giunta sera dovevano essere illuminati.

Alcuni uomini gli si aggiravano ancora d'attorno, ultimandolo per bene e parecchi monellucci, più d'impaccio che d'aiuto, avevano una cert'aria d'alterigia come coloro che si credono di compire un'impresa della più alta importanza.

Il paesello conta duemila anime circa, piccolo, come si vede, ma bello.

Non è come quei borghi, in cui non si tiene conto veruno dell'igiene; la via maestra, invece, è  molto ben tenuta, fiancheggiata da case povere; ma pulite e al fine di esse vi è  una  bella piazzetta, circondata da [p 245] viali in cui si alzano maestosi gli alberi coperti di così folta verzura che pare a vicenda si disputino la luce.

Attorno a questa piazza si vedono molte case signorili e vi è il castello proprietà del conte G. ... ministro di Pubblica Istruzione.

Sua Eccellenza non può venire molto sovente a visitare la sua terra natia a causa delle immense sue occupazioni; ma pare che essa sia ben voluta dagli altri suoi signori, poiché in essa vengono a passarvi gran parte della bella stagione.

Nel giorno di cui abbiamo incominciato a parlare si aspettava il castellano; il Ministro della Pubblica Istruzione, il quale da molto tempo non era comparso ed ora veniva a  visitare le scuole, a vedere come erano  [p 246]  istruite le future colonne di Marinella.

Nella farmacia, dove più ferveva l'agitazione, si combinava dove e da chi si sarebbe ricevuto il gran personaggio che si aspettava.

Fu stabilito che gli avrebbero fatta l'accoglienza tutte le autorità locali con a capo il pievano e nella casa parrocchiale.

La parrocchia si ergeva sopra un poggetto e sembrava voler proteggere colla sua lucente croce tutti quei buoni terrazzoni.

Accanto a questa, una modesta casetta di due ordini; al primo dei quali sporgeva un balcone ai cui ferri era attorcicchiato (sic!) una vigorosa vite.

Era questa la casa destinata a ricevere per la prima il conte G...

[p 247]  Il pievano, aveva di già molto parlato e discusso con Perpetua per poter dare a Sua Eccellenza un pranzo proprio squisito.

Il parroco fu secondato. Riuscì  veramente coi fiocchi e se ne rallegrava perfino il micino, che, leccando i piatti, trovava tutto di suo gusto.

Dopo i soliti convenevoli il Ministro passò alla scuola.

Il Maestro aveva avuto molto da fare in questi giorni:

Eh! venite poi tutti con le mani e la faccia pulite! Guai!... non dimenticatevi di chiamarlo di Sua Eccellenza veh!

E tu fa di recitare poi ben bene il componimentino che t'ho dato a studiare; bada di non fare quella solita  [p 248] cantilena... e molte altre di siffatte raccomandazioni.

Il maestro fu secondato in parte. Le madri avevano avuto grande occupazione:

Lavare, insaponare, fregare quelle mani e quelle faccie che da tanto tempo avevano fatto divorzio coll'acqua; dimodoché certi visini erano come violacei dalle fregagioni materne.

Il bambino che aveva da recitare ad un cenno del maestro si alzò.

Ma... sorpreso da un subito timore, malgrado la buona intenzione ed i compagni che da mille e mille parti gli sussurravano quella benedetta parola, non seppe incominciare, divenne rosso rosso e scoppiò in dirotto pianto.

[p 249]  Il Ministro, veduta quella scena non poté tenersi dal ridere e dette alcune parole di encomio e di incoraggiamento andò a casa sua, ché stanco dal lungo viaggio, aveva bisogno di riposo.

 

 

 

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NELL'ESPOSIZIONE DI

BELLE ARTI

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[p 251]  Un bel quadro desta nell'animo mio i sentimenti più affettuosi, le imagini  più delicate. Sentimenti e imagini che, io credo, si destano nell'animo di tutti, perché tutti si sentono attirati verso il bello ed il buono.

Nell'Esposizione di Belle Arti, davanti ad un paesaggio, che riproduceva maestrevolmente il vero, io mi sentivo rapita, mi parea di essere sotto quegli alberi  fronzuti,  di respirare quell'aria, di misurare  [p 252] lo spazio, e, ritornata in me pareami impossibile che la mano dell'uomo potesse fare sì attraenti creazioni.

Una madre che stringe al seno il suo bimbo; un bimbo in grembo alla madre; ecco un magnifico gruppo; ecco il soggetto di un semplice, ma bellissimo quadro. Quante cose non si possono leggere in quel sorriso che sfiora le labbra della madre nel rimirare il suo bambino?

Il sorriso della madre è  il ricambio muto degli affetti, è il linguaggio misterioso.

Che intendere non può chi non è madre.

[p 253]  Ecco un quadro rappresentante un campo di battaglia. Mio Dio! quanti pensieri si affollano alla mia mente! Io vedo migliaia di feriti stesi sul terreno bagnato dal loro sangue.

Poveri giovani! io penso, sul fiore degli anni, sul più bello delle speranze, quando la vita incominciava a sorridervi, quanto vi riuscirà doloroso doverle dare un addio e così  troncare in un attimo tutti i vostri sogni dorati!

Eppure no, voi siete contenti, giacché io vedo un mesto sorriso aleggiare sulle vostre pallide labbra, voi siete contenti  [p 254] perché, col sacrificio della vostra vita, forse contribuiste a dare la salvezza alla patria.

Con questi pensieri nell'animo io ero passata ad un altro quadro.

Che semplicità e naturalezza! Un innocente bambinello colle manine giunte in atto di preghiera.

Prega pure, io penso, prega, o bambino, perché la tua preghiera volando sulle ali dell'innocenza giungerà  molto accetta al trono di Dio.

Passo ad un'altra tela che mi rappresenta un eroico sacrificio per la patria: Pietro Micca in atto di dare fuoco alla miccia.

[p 255]  Il suo volto è calmo e sereno; egli volge per l'ultima volta lo sguardo al Cielo come per raccomandare a Dio quei poveretti che egli abbandona sulla terra e per chiamare il suo aiuto in una impresa così  ardua e così  difficile.

Vidi rappresentate scene campestri e di famiglia: molti soggetti i quali destarono così  diversi affetti e sentimenti che, se io dovessi esprimerli non saprei da qual parte rifarmi.

 

 

 

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T E M A

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Giulietta dando notizia di sé alla cugina

Carlotta, la invita a nome della mamma

per l'ultima settimana di Carnavale (sic!) e

le va dicendo delle feste meravigliose che si

stan preparando a Torino

 

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[p 257]

            Amata cugina,

 

A nome della mamma ti chiedo un favore. Me lo farai? "Ben volentieri se posso" mi pare di sentirti rispondere. "Sì lo puoi; ed ora che la mia immaginazione m'ha risposto in tua vece e mi ha detto che sì spero che non ti rifiuterai.

[p 258]  Ecco il favore: Verrai con noi a passare l'ultima settimana di Carnevale.

Che! mi fai la ritrosa? Che è quella nube che ti passa sulla fronte?

Non sei contenta? Rifiuti adesso? - Capisco: E' la prima volta che ti vedi costretta a lasciare i tuoi genitori. Sei forse ancora una bambina, che non osa fare un passo discosto dalla gonnella della sua mamma?

Gran che! una settimana!... Via!... Supera te stessa; sei sotto una buona custodia e spero che i tuoi genitori ti lascieranno venire.

Quest'anno a Torino vi saranno feste meravigliose che però non voglio dirti, perché ti paiano più  belle.

Ti condurrò per tutto: andremo a visitare la sala d'armi,  [p 259] il palazzo Reale i musei ecc.; vedremo  pure la casa di Gianduja che, come sai, ha portate le sue tende a Torino.

Bella casuccia invero!

Pare che, in una notte d'inverno, una delle fate di un tempo, abbia, colla sua bacchetta magica, trasportato a Torino una di quelle povere casupole che si trovano sulle alte montagne.

Ci sarà  inoltre... Vedi scioccherella che io sono; voglio dirti nulla e poi incomincio e non la finisco più.

Via! ti lascio tutte le illusioni, altrimenti tu mi dirai:

Gran che!... Fa ancora bisogno di andare a Torino a vedere una cosa che già si vede con l'immaginazione?

[p 260]  Vieni, ché farai un grande piacere alla mamma ed alla tua Emilietta.

Con questa speranza ricevi, unitamente alla mamma mia, un saluto ed un abbraccio estensibili a tutti tuoi.

                            La tua aff.ma

                               Emilia.

 

 

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T E M A

 

INDICATI I MONUMENTI DI TORINO,

ILLUSTRARNE UNO A SCELTA

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Svolgimento

 

 

[p 261] Torino ricorda riconoscente i suoi benefattori ed i suoi re, dei quali, ai più  meritevoli eresse un monumento.

Così ella eresse un monumento a Emanuele Filiberto in [p 262] piazza San Carlo,  nell'atto di riporre, dopo tante guerre contro la Francia, la spada nel fodero, per rimediare ai tanti mali della patria sua. Egli riuscì  sì  bene nel suo intento che meritò di essere chiamato il nuovo fondatore della stirpe sabauda.

Torino onorò ancora Vittorio Emanuele I e II, Carlo Alberto, il Conte Verde, Cavour che, ritornato dal congresso di Parigi, fu festeggiato dalla sua patria perché egli era

                                "Colui che la difese a viso aperto";

[p 263] Gioberti, Lamarmora, Lagrange, Paleocapa, Pietro Micca, generoso eroe che diede alla patria ciò che di più  prezioso possedeva: la vita.

Torino innalzò pure il monumento Siccardi; ma di tutti i monumenti da Torino innalzati, ammiro principalmente quello del Frejus, non so se sia perché mi ricorda un felice e glorioso avvenimento del nostro secolo ed il trionfo dell'ingegno sulla forza brutale, o perché  [p 264]  ricordo di averlo veduto innalzare e inaugurare o perché  vicinissimo a casa mia lo posso ammirare tutto giorno e per questo non so se divenga a me più caro.

Credo però che questi tre motivi riuniti insieme siano il movente principale della mia simpatia verso questo monumento. Esso sorge in piazza dello Statuto ed è rappresentato da una gran montagna, su cui parecchi Titani, facendosi schermo della mano, quasi moto istintivo per ritenere i [p 265] massi che sono presso a cadere sul loro capo, rotolano al basso, colla fronte china e par quasi avvilita. In vetta alla montagna vi è un angelo: il genio, che con una penna d'oro scrive: Sommellier, Grattoni, Grandis; tre grandi ingegni che seppero ideare ed effettuare un'opera colossale. Il monumento fu fatto innalzare in memoria del traforo del Frejus. I gitani rappresentano i grandi giganti di Grecia, che 

[p 266] volendo dare la scalata al Cielo, posero il monte Olimpo sul monte Oeta, ma ad un cenno di Giove, che rappresenta lo spirito, divenne nulla la loro forza smisurata e rotolarono dalla montagna.

            "Nudo l'uomo soletto usciva a fronte   - Della natura.

            Nudo sì, ma pensante. Arme il leone    - Pari non ha,

e ciò che non poté fare la forza brutale lo fece l'uomo; la forza non poté atterrare il Moncenisio e l'ingegno di tre uomini lo trapassò parte a parte, perché  [p 267]

- Ratto d'infocata aura corresse

L'uomo sui vanni.

E il genio posto in vetta al monumento, che ricorda il trionfo dell'ingegno, scrive a caratteri d'oro: Sommellier, Grattoni, Grandis, nomi che risuoneranno sempre cari al nostro orecchio e al nostro cuore, nomi degni di vivere in eterno e che veramente vivranno scolpiti in fronte alla più  bella  invenzione del secolo decimonono.

 

E DONA E TOLLE OGNI ALTRO

BEN FORTUNA,

SOLO IN VIRTU' NON HA

POSSANZA ALCUNA

 

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[p 269]  La fortuna, secondo i Gentili, era la Dea della buona o della triste sorte; secondo noi più propriamente, è la mutabilità  delle cose temporali secondo la disposizione di Dio.

La fortuna dona e toglie i beni temporali ed intellettuali.

[p 270] Una famiglia signorile vive tranquilla e contenta; la fortuna le ha dato di che campare e ancora qualche cosa da distribuire ai poverelli; la fortuna ritira i suoi beni e questa famiglia si ritrova povera e bisognosa dell'altrui carità.

Una fanciulla andava altera della sua bellezza ammirata da quanti la vedevano; la fortuna gliela aveva data, la fortuna se la riprese quando cadde gravemente ammalata di vaiuolo.

[p 271] Fortuna aveva dotato quel fanciullo di grande ingegno e di grande memoria, fortuna lo fece cadere ammalato di febbri nel capo, che lo resero ottuso a capire le cose che gli venivano spiegate e di brevissima memoria.

E dona e tolle ogni altro ben fortuna,

                            Solo in virtù  non ha possanza alcuna.

Ed è veramente così: la fortuna ci toglie i beni sia fisici che intellettuali colla  stessa rapidità con cui  [p 272]  ce li aveva dati; ma se la fortuna può darci e toglierci i beni fisici e intellettuali, non può né darci, né toglierci i beni morali.

La virtù si acquista e la virtù  si mantiene; gli infortunii non possono sradicare dal nostro cuore quelle virtù  che vi hanno messe salde radici.

E difatti: apriamo la Bibbia e leggete con me:

Giobbe, giusto principe dell'Idumea, aveva ricevuto [p 273] dalla fortuna o dalla  Provvidenza divina, molte ricchezze e molti figliuoli.

La fortuna, o meglio Dio per provare il suo servo, riprese i suoi beni, gli rapì i buoi e uccise i guardiani, gli incenerì  le pecore e i pastori, fece predare dai Caldei i cammelli e passare i servi a fil di spada e per ultimo gli diroccò la casa uccidendo tutti i suoi figliuoli e le sue figliuole; e, quasi non bastasse, lo percosse ancora nella persona per espugnarne la pazienza.

[p 274]  La fortuna gli tolse tutto; ma non gli tolse la virtù, e la virtù lo sosteneva e l'incoraggiava a patire rassegnato; ad adorare il Signore, ad esclamare: "il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!".

La virtù  nelle avversità, anziché diminuire si affina.

E dona e tolle ogni altro ben fortuna,

Solo in virtù  non ha possanza alcuna.

 

 

 

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[p 277]  7 Dicembre 87

 

 COMPOSIZIONE

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[p 279] Sul ponte della nave i passeggieri spingono l'occhio lontano lontano, cercando scorgere fra nubi dense e paurose un segno, benché piccolo, di clemenza. Ma nulla nulla...  Le nubi continuano ad accavallarsi sulle nubi, lampi improvvisi rischiarano di tratto in tratto il quadro spaventevole, scoppi fragorosi  di tuono riscuotono i [p 280] passeggieri tremanti, che, per un sentimento non ben definito e quasi involontario di paura, si stringono insieme per infondersi coraggio. La tempesta, invece di calmarsi, pare aggiungere furore a furore: il mare freme, le onde terribili ora portano il bastimento sopra un'alta montagna,  ora lo piombano in uno spaventevole abisso; l'una lo affronta davanti, un'altra l'incalza di dietro e la nave, sbattuta da due sì formidabili giganti, fa acqua da tutte le parti. Il capitano distribuisce gli ordini, che con celerità  vengono eseguiti; ma la terra è  ancora lontana e si dispera di giungervi.

Le madri serrano al petto i loro pargoli, quasi a [p 281] nasconderli nel loro cuore per trafugarli all'imminente naufragio; se li serrano al petto e li guardano avidamente con occhio smarrito, temendo non sia quello l'ultimo sguardo.

Ahi! ogni speranza è perduta! un'onda più forte si rovescia sulla nave e la sommerge, le onde passano e la ingoiano nel loro seno, di essa non lasciando più traccia alcuna. Un marinaio comparisce a galla, gira attorno a sé l'occhio e, vedendo la terra vicina, piglia coraggio, raccoglie tutte le sue forze e nuota verso di essa.

In quella un canotto di salvataggio, staccatosi per caso dalla perduta nave, comparisce a fior d'acqua; il povero naufrago lo riceve come un soccorso mandatogli dalla Provvidenza onde salvarlo, si aggrappa ad esso e muove verso terra.

[p 282]  La tempesta è alquanto scemata, le nubi vanno diradandosi e l'arcobaleno, quasi pegno di  pace novella, si disegna sull'orizzonte.

Mentre il nostro povero scampato si abbandona ai trasporti della gioia e della riconoscenza, verso quel Dio che lo ha così  prodigiosamente sovvenuto, si ricorda dei suoi compagni e vorrebbe salvarli. - Dimenticando la sua stanchezza, il generoso giovane va in cerca di essi, uno ne vede di lontano e, abbandonando il leggiero suo schifo, si rituffa nell'acqua, lo raggiunge, lo stringe al petto con un braccio, mentre coll'altro si aiuta di portarlo in salvo.  Ma non è pago ancora: l'eroe vorrebbe completare la sua vittoria tutti salvando, e una seconda, e una terza, e una quarta, e una quinta volta ritenta la prova. [p 283] Il Cielo visibilmente lo protegge, cinque ne ha salvati, ma troppo confida, io temo, nelle sue già deboli forze: una sesta volta ancora si getta in mare; col medesimo ardore va incontro al naufrago compagno e lo avvicina: ma il poveretto è per svenire; un momento ancora ed era troppo tardi per lui!

Per quell'istinto di conservazione insegnato da natura, il misero si attacca al suo salvatore; ma lo stringe sì fortemente da impedirgli il movimento delle gambe; il nostro eroe si vede perduto, non ha più forza per svincolarsi da quelle membra che lo soffocano, assiderato dal freddo, si abbandona a loro e cade, vittima del suo amore pei fratelli.

O scogli e voi medesime onde che lo avete sepolto, testimonii muti della sua abnegazione, venite voi tutti a celebrare il suo eroismo, ché io, a un tanto esempio         [p 284] di virtù e di amore sento mancarmi la parola e non mi so far altro che tacere ammirando l'eroe.

 
 
 
UN ASILO INFANTILE

NELL'ORA DELLA REFEZIONE

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[p 285] Che chiasso! che cicalio!

Si sente il gorgheggio dell'usignuolo, il pissi pissi della rondine, il pigolio dei pulcini, il gnaulio del gatto; paiono note di flauto, trilli di soprano, stonature di tenore sgolato, fioriture e passaggi strani, mormorii e bisbigli infinitamente soavi, strida e garriti che lacerano le orecchie.

[p 286]  Che cos'è tutto questo guazzabuglio?

In una sala sono cinquanta testine che si muovono e che si agitano, cento piedini che si pestano l'un l'altro senza farsi alcun male, son cinquanta bambini che alzano la loro voce coprendo a gara quella dell'amico, che innalzano la loro voce, in che sono racchiusi tutti i suoni che escono da una gabbia di cento uccelli, e da un'orchestra di cento strumenti.

[p 287]  E' una folla di visi rubicondi e pallidi, paffuti e affilati, coronati da chiome brune, nere, rosse, bionde; ricciute, ondanti, liscie... e tutti i visi e tutte le chiome si confondono in un sol mazzo biancoroseo.

I bambini si dispongono a gruppi: che cosa fanno? Osserviamoli ad uno ad uno:

Qui in un canto parecchie bambine si sono mutate in signore, con alcune sedie hanno improvvisata una sala di ricevimento; vanno a farsi visita, chiedono nuove [p 288] dei bambini, figli soltanto della loro immaginazione, parlano di mille cose, inventate sul momento, e poi ridono, ridono di un riso convulso, di un riso che vi lacera le orecchie, ma che vi fa bene al cuore.

Alcuni fanciulli corrono: giuocano a rimpiattino.

Guardate come sono contenti, specialmente quello là che batte palma a palma, gridando con quanta voce ha in gola: l'ho preso! l'ho preso!

Che cosa ha preso? Dopo tanti sforzi è giunto a fermare [p 289] nella sua corsa un fanciullo più  grandicello di lui!

In un angolo alcune bambine, che compongono il viso a serietà, fanno scuola. L'una ha preso l'incombenza di maestra e comanda e detta alle scolarette che le stanno davanti in apparenza di serietà, ma con una voglia pazza di ridere.

E quei bambini, aventi ciascuno un bastoncino sulle spalle, che cosa fanno?

Fanno gli esercizi militari: non sentite il capitano che grida: Avant! Marche!

[p 290]  Bravo, hai vinto! a te, Giulio, spetta la medaglia del valore, bravo!

Le ore passano e l'orologio anche a loro dispetto segna le due; la campanella suona e tronca tutti i giuochi: le signore smettono la conversazione; i bambini la corsa; le scuolarette (sic!) la scuola per incominciarne un'altra; in che sono tutte scuolare, anche le maestre, i soldati smettono la guerra, lasciano la spada per maneggiare la penna.

[p 291]  Si rimettono tutti in fila, a due a due rientrano in classe e si dispongono nei banchi!

 

 

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LA LEGGENDA DEL SILFO

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[p 293]  Nel Medio Evo eravi una credenza  curiosa, la quale è che, se le anime dei giusti volavano alla patria dei beati e quelle dei cattivi precipitavano all'eterna dannazione, le anime purganti, dette Silfi, erravano per l'atmosfera, fino alla completa espiazione delle loro colpe.

Una di queste figlie dell'aria, un giorno desiderosa di  [p 294] luce e di amore, si slancia nei campi dell'infinito e giunta alla soglia del luogo beato, piange sì da commuovere l'angelo che è lì alla custodia.

Apre e "che vuoi?" le dimanda.

"Entrare con te nel bel Paradiso" sospira la Silfi.

"Devi prima portarmi un'opera buona, che valga a fartene schiudere la porta".

La raminga scende sulla terra e in primo le vien fatto di vedere un campo di battaglia.

Le schiere son pronte: ad un cenno del generale si slanciano con furore le une incontro alle altre: la  [p 295]  Silfi mira un soldato, che, sopra  tutti, si distingue in valore: corre il primo incontro al nemico, vien ferito, ma non importa: incurante della vita per la salvezza della patria, si rialza e continua a combattere, finché, spossato per nuove ferite e per il sangue perduto, cade e muore.

La Silfi raccoglie dalla bocca del morente guerriero, l'ultimo sospiro, sospiro di amore e di gloria, e vola al Cielo. Ma la stilla del valore non basta.

Ritorna alla prova: sente un cuore che palpita e s'avvicina: è una giovane fanciulla che, accanto alla  [p 296]  madre colpita dalla peste, sdegnando il pericolo, le porge tutte le cure necessarie. Al fine soggiace alla sventura e muore in un colla madre.

La Silfi porta il sacrifizio al celeste custode, ma invano: è cosa bella, è cosa buona, ma non serve per lei.

S'affanna la povera, ma non dispera e raccolte le ali appunta il volo leggerissimo in una valle ridente. Vede fra i cespugli di rose porporine un fanciullo, che, per correre dietro alle variopinte farfalline, ha smarrita la strada; e lì presso un cavaliere, dal cui sguardo apparisce chiaro che da gran tempo ha abbandonata la  [p 297]  via della virtù.

Il fanciulletto in atto pietoso si atteggia a preghiera, e, per il nome sacrosanto di Dio, per l'amore di sua madre, per quanto ha di più caro al mondo, lo scongiura a ricondurlo a casa.

Le sue parole han toccato il cuore al pellegrino, che, volgendo in mente la burrascosa sua vita, rammenta gli anni suoi primi, quando anch'egli lieto e innocente pregava il Dio della mamma sua, quando anch'egli era felice!

E paragonando la prima sua gioventù, agli anni trascorsi nel misfatto e nel sangue, si  muove a  [p 298]  pentimento e una lacrima gli cade dal ciglio.

La Silfi raccoglie in uno la preghiera del fanciullo e il pianto del pellegrino e ritorna all'angelo.

L'innocenza e il pentimento sono accetti al Cielo.

 

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[p 300]  21 Dicembre 1887


 

 

CUORE DI MAMMA

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[p 301]  Che cos'è il cuore di una madre?

E' un caos di affetti, di speranze, di timori, di gioie e di dolori.

Un poeta nostro fece una poesia stupenda rallegrata da sentimenti così gentili, così  affettuosi, che è un incanto.

Ecco:               una cara mammina,

                        ... in dolce atto d'amore

                        Che intendere non può chi non è madre,

sta seduta accanto alla culla del suo bambino, sopito in dolce sonno, e, rapita nel vedere specchiato il suo sembiante nell'amor suo canta così :

                        Teco vegliar m'è  caro,

                        Gioir, pianger con te: beata e pura

[p 302]            Si fa l'anima mia di cura in cura

                        In ogni pena un nuovo affetto imparo.

Sono gli affetti di una madre del Giusti.

E difatto: quanto affetto non deve contenere questo cuore di madre per giungere a dire che in ogni pena impara un nuovo affetto?

Io vedo una giovane sposa con a canto un neonato bambino biondo e ridente nella celestiale innocenza. Con quale trasporto non si stringe ella al seno questo frutto delle sue viscere? Chi può descrivere gli amorosi affetti che si combattono in questo cuore di madre?

Son passati tre anni: in un elegante salotto, seduta sopra una comoda poltroncina, io   trovo una giovane [p 303] donna, col capo appoggiato alle mani  in contemplazione di un piccolo bambino che con una spadina di legno in mano sta combattendo contro un esercito di soldati di stagno.

Miratela questa madre!

Essa ha davanti a sé un corpicciuolo minuscolo, una personcina che si potrebbe mettere in prigione fra due vocabolarii e sogna un generale dalle spalline d'oro che sta combattendo contro i Turchi per difendere la causa della religione.

Ode una vocina, che si potrebbe paragonare ai suoni che escono da una gabbia di cento uccelli e da un'orchestra di cento strumenti, e le pare di sentire questa voce  [p 304] dare comandi, ai quali si assogetta (sic!)  l'intiero esercito.

Fra i soldatini di stagno non vede altro che un omino in miniatura, la cui corsa ha tutti gli andamenti di una foglia portata dal vento, e lo vede, quest'omino, a cavallo di un novello Bucefalo correre tra le file dell'esercito.

Dopo breve tratto di illusioni cadendo alla realtà, si trova obbligata a difendere, a  proteggere, a circondare di cure amorose i primi passi del bambino in questo mondo pieno di malanni.

Scorge schierati davanti a sé tutti gli obblighi che ella ha verso questa innocente creatura affidata alle sue cure e trema, questo cuore di madre, trema, [p 305] perché ha paura di non  sorvegliare abbastanza questo figlio, affinché nessuno riesca a togliergli il dono dell'innocenza.

Quali gioie non proverà questo cuore, quando vedrà cresciuto in sapienza in virtù l'amor suo?

Egli non si lagnerà , siatene pur certi, non si lagnerà  di aver spesi tanti anni per educarlo bene, ma con soave premura si darà attorno per conservarlo nello stato d'innocenza in cui egli si trova, e gioirà in veder corrisposte le sue cure; ammirerà con compiacenza quel fanciulletto che lavora e studia con amore indefesso, e, guardando attraverso alle lagrime, crederà  di vedere in lui un novello Aristotile da Stagira. [p 306]

Sentirà  i maestri, i parenti, gli amici portare a cielo l'ingegno e la volontà  di studiare che hanno scoperta in quest'oggetto del suo amore ed il cuore esulterà  di gioia.

Ma, come dopo il Campidoglio sta la rocca Tarpeia così questa felice madre, dopo di aver adempiti tutti i suoi doveri verso quell'animuccia e sperato di averle data una seconda vita, si troverà  in preda ad acerbi dolori.

Come la falce pareggiando tutte le erbe del prato, fa cadere il fiorellino ancora in boccio insieme al fiore già  rigoglioso sullo stelo, la falce inesorabile della [p 307] morte piombò su questo campo dell'amore, e ne tolse il fiore più  bello, il più caro che essa possedesse.

Povera madre! Chi può dire quali dolori straziarono il tuo cuore così sensibile, in quei giorni di estrema agonia?

Tu vedevi il tuo figliuolo piombato sovra un letto, in preda a mille mali e ti trovavi nell'impossibilità  di soffrirne uno solo per lui!

Povera madre! quanti affetti, speranze, timori, gioie, e dolori ti restano a provare in questa tua carriera mortale!

Io vedo questo cuore di madre, albergo di mille diversi affetti e senza mai saper dare una risposta soddisfacente  [p 308] al mio cuore, ripeto continuamente:

Che cos'è  il cuore di una madre?

 

 

 

  

 

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LA CANTATRICE VELATA

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[p 309]            ...Da fior diversi pinto e colorito

Fresco d'ombre vicine e di be' fonti,

il giardino di Villa Nazionale rigurgitava di passeggieri, quivi venuti a passare la sera, godendo l'aria che cominciava a farsi più  fresca e l'incantevole spettacolo della baja di Posilippo (sic!), che, illuminata, si specchiava nel mare.

In  mezzo al vasto giardino era stato improvvisato una  [p 310] specie di palco, dal quale alcuni artisti e signore divertivano il pubblico, trattenendolo coi loro canti e suoni.

All'incontro deserto era l'ingresso del giardino, dove una povera cantatrice velata tentava invano di commuovere il popolo e di attirarlo a sé colle sue canzoni dolci e meste.

Chi avesse alzato quel fitto velo, che le copriva il volto, avrebbe in quell'aspetto che annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa, da cui traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta da una gran passione e da un languore mortale, in quegli occhi che non davano lagrime, ma portavan  [p 311]  segno di averne sparse tante, in quel dolore pacato e profondo, che attestava un'anima tutta consapevole e presente a sentirlo, avrebbe, dico, potuto leggere una ben dolorosa storia, che portava alla venerazione ed alla pietà .

Avvezza agli agi ed alle mollezze della vita, in giovanissima età rimasta vedova del marito, la cui morte l'aveva tratta in una dolorosa miseria, con una bambina, unico ricordo del perduto sposo che amava teneramente, si vide costretta a domandar pane al suo lavoro.

Che fare? non sapeva lavorare e risolse di far fruttare [p 312] quelle canzoni che in tempo migliore cantava per suo divertimento.

Parecchi anni di sventura erano già trascorsi per lei, ma né passato o almeno diminuito era il suo dolore. Pativa per lei, pativa per la bimba, che, poveretta! inconscia quasi delle disgrazie che l'avevano colpita, avvezza per poco agli agi ed alla ricchezza, le aveva presto scordate e si era assuefatta al nuovo metodo di vita, tendendo con indifferenza la manina bianca e gentile ai passanti.

Ma la madre, povera madre! soffriva e crudelmente soffriva nel vedersi passare dinnanzi signore pomposamente vestite, che le rammentavano i tempi migliori, [p 313] bambini che ridevano e folleggiavano in mezzo ad un nembo di pizzi e trine e sospirava pensando alla sua, che pure era come quelli cara e graziosa, ma che doveva andare poveramente vestita.

Disgraziata! La sua voce dolce e melanconica non basta a fermare l'attenzione dei passanti, che vanno e vengono dando uno sguardo indifferente a quella povera bambina, che con un piattello in mano li supplica di un soldo per amore di Dio.

La povera madre scoraggiata, dolente, abbandona il suo posto e si dirige al palco ove maggiore è  la folla e lì  [p 314]  presso ricomincia a cantare. Ma i canti ed i suoni coprono la sua voce e l'infelice, scorgendo inutili tutti i suoi sforzi, si allontana colla bambina a mano.

Ah! ma no che non tutti l'avevano mirata senza sentirsi palpitare il cuore a commozione! Una signora cantando in sul palco l'aveva veduta finita la sua canzone muove a lei e le offre di cantare in sua vece.

Raggiante di gioia accetta la povera, significando con una stretta di mano tutta la sua riconoscenza.

La folla sorpresa affascinata dal nuovo canto, l'applaude, ed estatica segue nei suoi movimenti, si [p 315] commuove alle parole melanconiche, si rallegra alle dolci ed allegre della povera cantatrice.

La benefattrice gioisce nel vedere contenta la sua protetta, e, posata in fretta nelle manine della bimba una moneta d'oro, scompare temendo quasi di venire scoperta e ringraziata, paga abbastanza di aver fatta una buona azione.

Gli astanti imitano la generosità di lei e riempiono il piattello, che la bambina va portando in giro.

Vedendo l'insperato guadagno, la povera famiglia ringrazia il Dio soccorritore dei miseri, consolatore degli afflitti e parte contenta.

 

 

 

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[p 316]  11 Gennaio 1888


 

[p 317]   18 Gennaio 1888

     

LA FRETTA E' NEMICA CAPITALE

DELLO SCRIVERE BENE

 

assegnato l'11 Gennaio

Adelina mia,

 

[p 319]  "Martiri del lavoro, mia cara Giulietta", mi scrivevi pochi giorni or sono, "martiri del lavoro, in questa scuola, non hanno pietà delle povere allieve, i temi si          [p 320]  accumulano sopra i temi, le lezioni si aggiungono alle lezioni, ed io, poveretta, sopraffatta da tanti compiti, annoiata del molto scrivere, non mi curo più che tanto di farli bene, pur di sbrigarli in fretta".

Cara la mia Adelina, mi chiamasti più volte tua amica, tale sinceramente io ti sono, e come tale non solamente desidero, ma debbo farti un'osservazione. Come? Mi dici che i temi si accumulano sopra i temi, le lezioni si aggiungono alle lezioni,  ah!  cara  bambina  [p 321] mia (permetti che ti chiami così) e puoi credere, o soltanto immaginare, che i tuoi superiori, non abbiano abbastanza buon senso, per non darti a fare più di quello che puoi o sei capace a fare?  Credi, o cara, che se i tuoi superiori ti danno molti temi è segno che hai tempo a farli e bene, e credi ancora che questi non sono superiori alla tua capacità.

Io mi penso piuttosto, che se tu non scrivi sempre così bene, come vorrebbero i tuoi insegnanti, i genitori, e [p 322] come vorresti tu medesima, la colpa ne sia tutta tua, perché, e non me l'hai confessato tu stessa, che, per dirlo colle tue precise parole, che non ti curi più che tanto di farli bene, pur di sbrigarli in fretta?

La fretta è nemica capitale dello scrivere bene, e se tu nei tuoi temi ti occupi sempre di finirli presto, te lo dico io, sii persuasa di non fare giammai un lavoro che meriti molta lode. Ma, tu mi dirai, non è vero che quando un lavoro si [p 323] getta giù in fretta, quando si scrive proprio come il cuore e l'immaginazione dettano, non è vero che il fatto riesce più  naturale e più  verosimile, di quando si sta un'ora a studiare tra una parola e l'altra?  Verissimo, tel concedo: questo è successo tante e tante volte anche a me: scrivi pure senza ricercare le frasi e le parole, ma dopo di aver scritto leggi, rileggi e leggi ancora una volta attentamente, [p 324] cancella e correggi ché così con molta applicazione farai scomparire quegli errori, che, nella furia del fermare in carta le idee, perché non abbandonassero la tua mente, avrai lasciato sfuggire senza accorgertene.

E non sai tu, che, per dirlo col Manzoni, il dovere scartabellare dieci libracci per correggere un periodo, e lo spendere ore nel cercare una maniera e poi un'altra, e poi un'altra di raddrizzare una gamba, e accorgersi finalmente che è una gamba di cane, e volendo farne una di cristiano, trovare che non s'adatta  [p 325] al corpo della bestia, non sai tu, che questi ed altri simili divertimenti, sono quelli che conducono sulla via del ben scrivere? Tu mi ripeterai forse ciò che già  mi hai detto, che, cioè, annoia lo spendere tanto tempo attorno ad un lavoro, ma io ti rispondo di non dimenticare la soddisfazione immensa, che si prova dopo di averlo finito, soddisfazione e piacere tanto più grande, in quanto che più  di pena e di tempo ti è costato il farlo.

[p 326]  Cara la mia Adelina, lasciami sperare che le mie parole non sono spese invano, e una tua lettera, sempre desiderata, mi confermi del frutto dei miei consigli, consigli che pel bene dell'amica mia, dettò il cuore della tua 

                                       Giulietta.

 


 

[p 329]  25 Gennaio 1888

 

 

PAROLA DETTA E SASSO LANCIATO

NON RITORNANO INDIETRO

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Tema assegnato il 18 Gennaio

Emma cara,

 

[p 331] Vienmi vicina, diletta sorella, siedi vicina a me, come sedevi in grembo alla povera e santa nostra Mamma, quando ci dava quegli insegnamenti, che tanto ci giovano  [p 332]  al presente; vienmi vicina ed ascolta.

La Mamma, la povera Mamma non è più, ed a me, tua sorella maggiore, cui pria di morire la Mamma ti assegnava in custodia, incombe il dovere di riprenderti amorevolmente, di consigliarti, di premunirti contro i pericoli della vita e le insidie del mondo. Ancora oggi, sì  ancora oggi  non riderò, non folleggierò con te, come tanto  n'avrei piacere, ma ti parlerò seria, [p 333] seria: è  il dovere che me lo comanda e tu sai  che io non calpesto mai la voce del dovere.

Sappi adunque, o cara, che se "la parola è d'argento, il silenzio è d'oro" e che "parola detta e sasso gittato non ritornano indietro".

Tu hai agevolmente potuto comprendere di che cosa intendo io trattare, sì, tu, bambina mia, sebbene abbi di già quindici anni, non comprendi ancora quanta circospezione abbisogni nel parlare, non sai ancora che [p 334] tutto non si deve dire, benché sia vero, perché in certi casi è  imprudente manifestare la verità, e tu, lasciatelo dire, alcune volte divieni imprudente, per non pesare abbastanza il significato delle tue parole.

Quante volte, dimmi, in certi momenti d'ira o d'impazienza, non hai tu profferite parole che mai per alcuna cosa al mondo, avresti voluto profferire? Ti sei invece mai pentita di aver taciuto?

Socrate  volea  dire  "Mi son  pentito più  volte d'aver [p 335] parlato, non mai d'aver taciuto". Non è per questo che si debba stare sempre taciturni, ma si deve sempre osservare che la lingua non trascorra avanti il pensiero, e a sapere anche tacere quando l'occasione lo richiede.

Dunque prima di parlare bisogna riflettere e riflettere bene a quello che si deve dire, perché dopo aver detto il pentirsi a nulla più vale.

Una parola imprudente detta senza pensarci, sai tu quante disgrazie può ella apportare?

[p 336]  La lingua non ha osso, ma rompe il dosso dice il proverbio, e per meglio farti capire la cosa ti porterò alcuni esempi pratici:

Avrai sentito dire la tal cosa del tal domestico o della tale cameriera, e così senza riflettervi lo riferisci alla padrona. Sarà  una cosa da nulla il fatto, ma passato per tante bocche ha rivestito una forma più grave perché, già si sa, ognuno vuole aggiungervi qualche cosa di suo, tu avrai riferito il vero, quale l'hai udito dire, capisco, ma intanto quel  [p 337] poveretto cacciato via, può rimanere senza pane.

Vedi quei due amici? Prima erano sempre insieme, il piacere dell'uno era il piacere dell'altro, si volevano bene, si amavano come fratelli. Ed ora? Ora si guardano di sbieco, non si parlano più, l'astio ha preso nel loro cuore il posto dell'amore. Ma perché e così  presto? Eh sì! una parola cattiva riferita ruppe ogni amicizia.

Quella famiglia viveva delle scarse rendite  ricavate [p 338] dall'impiego del capo di casa.  Una  parola maligna fa perdere l'impiego a quel poveretto, ed egli? egli si trova senza mezzi di tirar innanzi la vita; la moglie, i bambini, innocenti pargoletti, gli chieggono pane e non l'hanno, hanno freddo e il padre non può scaldarli, piangono e non può consolarli.

Oh! effetti sinistri di una parola imprudente.

Bada adunque, cara sorella, di non mai lasciarti trascorrere una parola che t'incresca poi d'aver detta, troppo tristi ne sono le sue conseguenze!

[p 339]  Io credo che tu mi ascolterai, come ascoltavi la buona Mamma, e metterai in pratica i miei insegnamenti, come mettevi i suoi, perché io parlo in sua vece ed in nome suo.

Cara Emma, in collegio, in mezzo alle amiche, alle maestre, allo studio, non scordare la tua famiglia, fa sempre bene, perché dal Cielo, la Mamma possa sorriderti benigna e benedirti per sempre. Addio.

 

Tua sorella

                                            Flora.

 

 

 

 

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ALLEGRIA CARNOVALESCA

IN UNA POVERA E BUONA FAMIGLIA DI  TORINO

 

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[p 341]  "Povero Gigino, no, non piangere, sì anche tu avrai la berretta rossa; anche tu andrai a vedere i giuochi sulle piazze, a girare sulla giostra, a mangiare i confetti: son povero anch'io, ma ho fatto qualche risparmio, grazie a Dio, e,  in questi ultimi giorni di [p 342]  carnovale, voglio tenere allegri  i miei quattro piccini: tu farai il quinto: vieni con me." -

Così diceva Mastro Tommaso a Gigino figlio di una povera e disgraziata vedova, che abitava la soffitta vicina alla sua.

E Gigino, povero fanciullo! che non sperava di divertirsi, perché la sua mamma era povera e malferma in salute, e che piangeva vedendo gli altri più  fortunati di lui; ad un così  gentile invito, alzò i suoi  begli  occhietti velati dalle lagrime in faccia a  [p 343]  Mastro Tommaso e, scorgendo come questi parlava sul serio, sorrise, tese le sue braccine, e andò insieme con lui.

S'immischiò ai figli di Tommaso e andarono, girarono, tornarono per le vie di Torino, trionfanti delle loro berrette rosse, felici di quella gioia che il babbo loro procurava due volte l'anno: a Natale e nel Carnovale; felici più ancora per la gioia procurata a Gigino, che senza di loro sarebbe rimasto in casa a piangere solo... quei cuoricini ben fatti  godevano  [p 344]  tanto nel vedere il contento del loro piccolo amico!

... pei tuguri spesso, e pei fenili 

Si ritrovano gli animi gentili.

Salirono sulla giostra: i piccini battevano le mani: pareva loro di volare in vedersi trasportare così  veloci! Tornando a casa il babbo li condusse a comperare un po' di vino di quel buono, e poi, e poi... un'altra cosa che fece venire l'acquolina in bocca ai ragazzi! Scommetto che avete indovinato: alcuni confetti che vennero poi loro distribuiti nella serata.

E tornarono a casa. [p 345]  Dietro invito di Mastro Tommaso, Gigino andò a prendere la sua mamma, la condusse trionfante in mezzo al circolo dei suoi piccoli amici, e si assisero a mensa. Mangiarono, bevettero, risero, e, in mezzo a tanto frastuono, non mancò di cadere a terra, la scodella del più  piccino, facendosi in mille pezzi: il povero bimbo impallidì , guardò la sua scodella rotta, guardò tremando il suo babbo, che aveva fatta la faccia seria, e si gettò  nelle sue braccia dicendo: "non punirmi, [p 346] babbo caro!".

No che non lo punì : la festa era troppo bella, troppo cara per contristarla, il babbo baciò in fronte il bimbo e "va sei perdonato" gli disse.

Quella sera Gigino e la sua mamma tornarono alla povera soffitta, ringraziando la carità  dei vicini e Mastro Tommaso e la sua famiglia s'addormentarono lieti di aver fatta felice, per alcune ore, una povera famiglia.

Il povero ha anch'egli  le  sue gioie, le sue feste! Se [p 347] esse non sono rumorose e continue come quelle del ricco, le sue feste sono appunto per questo più gradite, e le sue gioie più  sentite, più schiette, più pure.

 

assegnato il 1° Febbraio

 

[p 349]  29 Febbraio 1888

 

INFELICI COLORO CHE NON

HANNO UNA CASA!

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Assegnato il 22-2

 

 

[p 351]  Infelice chi  non ha una casa! disse e ben disse il Giusti. E infatti chi non ha una casa è  ancora per conseguenza senza una famiglia; e che cosa vuol dire non avere una famiglia?

[p 352] Vuol dire essere solo, solo in mezzo ad una moltitudine di gente estranea ed indifferente, vuol dire non avere una persona che prenda parte sincera alla sventura che vi colpisce, che divida il vostro pianto rendendolo meno amaro; vuol dire non avere una persona che si rallegri delle vostre gioie, che si interessi propriamente alle vostre imprese, vi aiuti a sopportarne le fatiche, vi animi negli scoraggiamenti; vuol  dire essere privo di affetto verace, di quelle [p 353] cure affettuose che fanno tanto bene nelle malattie e che solo si possono trovare in mezzo ai parenti; essere senza famiglia vuol dire essere solo, solo colle vostre amarezze, coi vostri dolori, coi vostri disinganni; solo colle vostre gioie, colle vostre speranze, colle vostre illusioni, che non incoraggiate, che non divise periscono soffocate nel cuore lasciandovi nella tristezza.

Oh sì! infelice chi non ha una casa, chi non ha una [p 354] famiglia! infelice nella fanciullezza, infelice nella gioventù, infelice nell'età  virile e infelice, ben più  infelice nella vecchiaia!

Infelice nella fanciullezza! Guardate quel bambino: ha perduto il padre e la madre in tenerissima età; vive soccorso dai vicini: una poveretta non ha una famiglia! Vedete: è  macilento, scarno, pallido, triste: non ha sulle sue labbra il sorriso spensierato dei bambini: il dolore  matura  innanzi  tempo  gli animi: egli vien su [p 355] senza carezze, senza sorrisi senza amore. Vede folleggiare gli altri bambini più piccoli di lui in grembo alle loro madri, li vede abbandonarsi confidenti in quelle braccia che costituiscono per essi una fortezza, li sente nominare ad ogni momento quella dolce parola: mamma! mamma! E lui? nulla per lui! non può chiamare nessuno mamma e non essendo mai stato accarezzato quasi crede di non aver una madre...

Infelice bambino sarà ancora infelice giovanetto.

[p 356]  Vedetelo: ha diciotto anni, l'età delle speranze, dei sogni dorati, dell'allegria; ed è egli allegro? Sì, ride qualche volta, ma quel sorriso è più amaro del pianto, ride, ma per ingannare sé stesso e l'amarezza che chiude in seno.

Le sue speranze? Sì, le avrebbe anch'egli, ma non trova un amico fedele, un cuore affettuoso e sincero in cui la sua natura, vogliosa di trovare chi gli dica che le sue speranze saranno realtà, che i suoi sogni dorati si [p 357] effettueranno possa essere soddisfatta.

I sogni, le speranze proprie della gioventù lo accompagnano, ma egli non trovando l'affetto, su cui le sue speranze ed i suoi sogni si fondano, non può essere felice e conduce una misera vita.

Infelice giovanetto lo troviamo uomo infelice! Il giorno occupato delle sue imprese non ha tempo di pensare alla sua sventura, ma la sera, la sera quando stanco  del  lavoro  potrebbe trovar riposo al focolare [p 358] domestico,  consolato dall'amore della sposa, dalle carezze e moine dei bimbi; invece nulla, nulla: solo nelle fatiche, solo nel riposo, solo, sempre solo!

E avendolo trovato infelice nella fanciullezza, nella gioventù, nella maturità, lo troveremo doppiamente infelice nella vecchiaia!

In quell'età  in cui tanto si ha bisogno della quiete di famiglia, dell'amore dei figli e dei parenti, dell'allegria dei bambini che fanno ringiovanire immischiandosi [p 359] a loro, trovarsi invece solo, abbandonato da tutti, coi tristi ricordi di una vita infelice!

 

 

 

 

 

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La presente trascrizione è in tutto fedele al testo originale.

 

 

  I numeri indicati entro la parentesi quadra corrispondono ai numeri delle pagine del manoscritto originale