Marco 5,21-43
I miracoli di Gesù avvengono il più delle volte in mezzo alla folla ma in modo specifico e personalissimo. Gesù dissolve l’anonimato di chi si nasconde in mezzo alla gente e restituisce dignità alla persona con cui si relaziona. Anzi, riabilita alla vita sociale la persona esclusa da tutti. Come nel caso dell’emorroissa che da dodici anni non poteva avere contatti con nessuno perché impura, a causa delle perdite di sangue.
E così anche per la fanciulla dodicenne che, oltre a sembrare morta, viene ritenuta ancora una bambina da tutti mentre Gesù la chiama per la prima volta “ragazza” (korasion in greco, rispetto al termine paidion “bambina” che viene usato precedentemente da tutti). Grazie al miracolo di Gesù la ragazzina può alzarsi dal letto dell’infanzia ed entrare a far parte della società come donna.
I miracoli di Gesù vanno a colpire e sanare proprio il cuore della vita sociale: le relazioni. La fede dell’emorroissa, che la porta ad avvicinarsi a Gesù per toccare almeno un lembo del suo mantello, la riscatta e le permette di tornare ad una vita relazionale. Così la fede di Giairo, il papà della ragazza che crede nella potenza salvifica del maestro, permette alla figlia di entrare nella società adulta. La fede non è, quindi, un mero fatto individuale né si gioca tutta nel rapporto personale con Cristo, ma è un dinamismo che struttura la vita sociale stessa della persona umana. Escludere la fede dalla società rende sterili le nostre relazioni che si fermerebbero alle sole norme esteriori, al “si dice” e ad una sorta di conformismo mondano che si ferma solamente a quello che si vede in apparenza.
Gesù stesso esorta ad avere fede («Non temere, soltanto abbi fede!») perché l’azione di Dio avviene nel profondo e in modo nascosto a chi fa valutazioni superficiali ed efficientiste e che scoraggiano di fronte alle apparenti sconfitte («Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme»).
Lasciamoci prendere anche noi per mano da Gesù per risollevarci e stare in piedi nella nostra società. Impariamo anche noi a credere che il Signore della vita può riscattarci dagli sguardi inquisitori di una società che giudica secondo le apparenze. Andiamo a toccare anche noi il suo mantello.

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